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domenica 2 novembre 2008

La conquista della centrale nucleare

Unione Sovietica, fine degli anni '80, so di essere in qualche luogo che richiede l'indipendenza o l'annessione allo stato sovrano, ma a condizione di democrazia e non di dittatura. Per quel che ne so potremmo essere fra il confine ceceno e quello georgiano, ma mi sembra di avere invece l'idea che la situazione sia piu' complessa.
Il paesino, praticamente sul confine, e' di fatto tagliato in due dal fiume che identifica la separazione. Sono diversi anni che il lato sud del paese reclama per l'indipendenza ed il lato nord invece vuole riconquistare quella parte di cittadina. Ma l'apoteosi e' proprio quella notte.
Esco dall'ufficio, sul lato sud della citta', e mi dirigo lentamente verso il confine, dove tutti gli indipendentisti sono diretti, perche' e' la sera dell'attacco finale.
Lavoro come direttore nella centrale nucleare che si trova nella periferia sud della citta' e da corrente a tutto lo stato che c'e' a sud. Conosco il mio omologo che nella centrale nucleare sul lato nord si occupa di produrre energia per tutto il lato nord della citta e per il resto dello stato che c'e' a nord. Lo conosco ma solo per averlo incontrato solo in occasioni ufficiali, eppure mi da sempre l'impressione di una grande malvagita'. Ogni volta che lo ho visto, ho avuto l'impressione del sangue che scorresse da sotto le ruote posteriori della sua auto: una grossa macchina straniera con autista che mi da l'impressione di come deve funzionare la sua centrale nucleare: tutti sfruttati, clima di terrore etc. etc.
Al contrario dell'ufficio della centrale sud, dove tutto e' luminoso, tranquillo.
Arriviamo in prossimita' del fiume, dove ormai tutti quanti sono in attesa. Ci distribuiscono dei fucili, dei mitra AK47, alcune pistole.
Dall'altro lato del ponte si intravede qualche movimento, ma siamo molto dubbiosi.
Giunge il momento dell'attacco, giunge senza che nessuno abbia dato un segnale specifico, ma giunge attraversando il fiume (piu' che altro un rigagnolo d'acqua non piu' profondo di una trentina di centimetri) e gridando, e sparando in direzione del lato nord, e uccidendo soldati e persone comuni. Vedo la gente che mi cade intorno, sento i fischi dei proiettili che mi passano accanto alle orecchie, ma sento anche degli spari che vengono in direzione del ponte.
Risaliamo, blocchiamo gli ultimi soldati: e' fatta. Abbiamo conquistato il lato nord della citta' e nessuno sta piu' opponendo resistenza.
Guardiamo verso il ponte, ma a questo punto restiamo surgelati. Sul ponte i soldati del nord sono riusciti a giungere ad un risultato non differente dal nostro. L'atmosfera e' strana, i soldati di entrambi gli schieramenti gettano i fucili per terra e cominciano ad insultarsi.
"Noi abbiamo conquistato il lato nord, smettetela e desistete!"
"Col cazzo, noi non ci muoviamo di qua, ed e' il vostro turno di desistere!"
Rimaniamo in sospensione per alcuni minuti, finche' la vox populi annuncia che nessuno dei due schieramenti si sarebbe ritirato e che - piuttosto - si sarebbe andati avanti tutti quanti per la propria strada.
Un soldato graduato mi chiede di andare a prendere possesso della centrale nucleare che si trova nella zona nord della citta'. Si e' fatto giorno, sono stanco, infangato, a tratti macchiato di sangue, ma non vedo neanche io altra soluzione per cui mi sciaquo alla meglio sul fiume e poi mi dirigo, a piedi, verso quella direzione.
La centrale e' oscura, al contrario della mia molto piu' luminosa, la gente che si dirige dentro e' molto silenziosa, gli ambienti degli uffici sono cupi, umidi e puzzolenti; mi dirigo verso la reception dove una signora molto anziana e con un paio di occhiali in taglio anni '60 mi squadra per qualche istante prima di sbottare, sorridente: "Ah, si, il direttore mi aveva detto che dovevamo aspettarla questa mattina, ecco, queste sono le chiavi, la stanza dove e' montato il centralino si trova da quella parte, in fondo al..."
Guardo stravolto la chiave arruginita che mi e' stata consegnata, su cui e' apposto un foglietto con scritto a matita "Per il tecnico del centralino telefonico" e subito la rimetto sul tavolo squadrando la signora con espressione contrita, la quale immediatamente smette di spiegare e mi guarda con un misto di odio e preoccupazione e, sembra, con l'intenzione di chiamare la vigilanza.
"Sono il nuovo direttore. Le conviene collaborare."
La fortezza inespugnabile che sembra l'espressione della signora, crolla su se stessa improvvisamente. La signora mi consegna le chiavi e - nel frattempo - arriva una giovanissima ragazza mora, molto carina, e guarda la signora con interesse.
"Accompagna il nuovo direttore nel suo ufficio, per favore."
La giovane sorride, come se fosse una semplice tirocinante assunta una settimana prima, a cui la rotazione del direttore ad ogni settimana non dice nulla, e meno che mai lo dice un direttore che si presenta a lavorare in mimetica mezza infangata.
La giovane mi guida per alcuni corridoi, brevemente, sino al primo piano, dove veniamo raggiunti da una ragazza di qualche anno piu' grande della prima, bionda, molto alta e ben impostata. La nuova ragazza guarda con espressione interrogativa la mia guida, ed ella si limita a rispondere: "Il nuovo direttore".
"Ah"
E ci segue anche lei. Giungiamo di fronte ad una porta ingiallita e consunta, con un cartellino arruginito che dice solo "direzione". Una chiave e' gia' appesa alla porta, un altro cartellino con una nota a matita: "Direzione - Doppia chiave".
"Non so cosa sia questa storia, ma questa storia finisce immediatamente. Chiami la signora della reception perche' voglio sapere esattamente come va con queste dannate chiavi, e poi voglio contattare un fabbro affinche' tutte le serrature vengano sostituite, quella della direzione per prima, e successivamente faremo dei lavori di ripristino dell'edificio, e adesso vediamo com'e' combinata la situazione qua dentro."
Apro la porta ed entro in una stanza molto grande, larga circa cinque metri e lunga almeno una decina, praticamente spoglia, con in fondo due ampie finestre a mezza parete (alte circa un metro, un metro e venti, ma poste a circa 30cm da terra), con le persiane ben chiuse ed i vetri letteralmente grondanti di polvere e macchie di pittura murale stantia.
Nella stanza di fatto ci sono solo tre scrivanie. Una e' molto vicina alla porta d'ingresso, posta in maniera tale che chi entra si trovi alle spalle della prima segretaria. L'altra e' posta sulla sinistra subito li' vicino. Di fronte. Sempre con le spalle alla porta, e la terza di fronte alle due, con le spalle alla finestra. Ci sono almeno cinque metri di stanza vuota fino alla finestra, la luce dei neon sparge un chiarore innaturale. Non ci sono carte, penne, macchine da scrivere. Non c'e' nulla, solo un vecchio telefono consunto sull'ultima scrivania.
"A quanto pare sapevano che doveva succedere qualcosa e si sono premuniti"
"Eh, no, signore: lavoriamo normalmente cosi'"
E' la ragazza bionda che ha parlato, mi indica la cartelletta con la penna che tiene in mano, la ragazza mora si limita ad annuire.
"Beh, e da oggi le cose cambiano". Mi dirigo alla finestra e alzo a fatica le due persiane, un po' di luce filtra dai vetri luridi. "Allora, chiamate la signora, e poi fate venire qui quelli delle pulizie, voglio vedere questi vetri brillare, tu" rivolgendomi alla bionda, "dammi una mano: spostiamo queste scrivanie. Una di fronte all'altra, qui, con la finestra sul lato, quella scrivania poi la mettiamo qui accanto. E poi faremo venire qualcuno a mettere un armadio e delle cassettiere; e entro oggi voglio un imbianchino che dia una regolata a queste parete bisunte, e qualche pianta, non ho intenzione di lavorare in un loculo"
Ho capito che l'abitudine e' stata di lavorare con un mostro e di venire comandati a bacchetta: non e' il caso di dimostrarsi troppo accondiscendenti, per il momento: voglio far capire chi e' che comanda.
Dopo alcuni minuti si avvicina la signora e comincio una lunga dissertazione sulla chiave che era attaccata alla porta, le ordino di chiamare con urgenza il fabbro e occuparsi delle serrature mentre due ragazzi delle pulizie stanno facendo del loro meglio per scrostare le finestre. Dopo un quarto d'ora sono davanti alla finestra pulita mentre le due ragazze stanno prendendo posto alle loro scrivanie. Alcuni altri dipendenti stanno montando un paio di cassettiere ed un armadio di metallo, verde, consunto come molte altre cose qui dentro, quando intravedo dalla strada un'auto che si avvicina.
Pioviggina, e le strade sono bagnate, e l'impressione che dietro la macchina le pozzanghere siano macchiate di rosso e' sempre presente, ma dietro di essa ci sono due fuoristrada dei soldati della resistenza, tutti armati, per cui mi scompongono non piu' di tanto. Con essi c'e' il graduato che mi ha mandato qui.
Scendo alla reception, ed incontro il mio ex collega che mi annuncia solamente: "Ci siete riusciti, i politici si sono accordati solo adesso. Siamo un'unica realta'. Lo stato del sud ha avuto la meglio, si e' deciso che cosa e' meglio per tutti, ed avete anche rilevato questa centrale. Quel che e' meglio per tutti, non credi, amico?"
Mi guarda. Basso, tarchiato, con pochissimi capelli grigi, un sorriso sbilenco.
"Non sono un tuo amico."
"Basta cosi'. Hai due giorni per fare le valigie e sparire da qui. Considerati in esilio." E' il graduato che ha parlato, con l'ex direttore, che con un espressione contrita risale in macchina e riparte in direzione della citta'. Non vedo piu' sangue dietro la sua macchina. Che sia finita? Nel frattempo si avvicina un signore.
"Scusate, sono il tecnico del centralino, ho saputo che c'e' un guasto da riparare"
"Si", intervengo io, "un guasto, un po' di cose da svecchiare e questo impianto da collegare a quello della centrale sud, entro dieci giorni, diciamo i tempi tecnici affinche' siano unite le linee telefoniche. Muoviti, intanto, le chiavi del locale servizi te le fornira' quella signora con gli occhiali la' dietro", dico, indicando dietro di me.

Poi mi stiracchio, il caldo non indifferente mi riporta sul mio letto.
Estraggo Lucky dal mio abbraccio (uff, ce ne vuole per appisolarsi abbrancicato ad un peluche con questo caldo...), mi rigiro e ne osservo gli occhietti neri che svettano nella quasi totale oscurita'.
"Questo mi mancava, Lucky, questo mi mancava proprio..."
Mah, nel frattempo mi ricordo qualche altro particolare del combattimento, come alla "vittoria" in cui alcuni dei soldati e degli uomini dei due schieramenti ritornano dall'uno e dall'altro lato, fra cui un giovane biondo (sui trentacinque) coi capelli a spazzola, che dice di essere uno scacchista (Sento il suo nome e il sogno mi dice che si, e' famoso, ma non e' uno scacchista famoso, per quel che mi ricordi avrebbe potuto dire di chiamarsi Mario Rossi)...
Mah. E' vero: l'orsacchiotto tiene lontani gli spiriti maligni che causano gli incubi, pero' in compenso gli spiriti che riescono a passare sono quelli piu' allucinanti ((-:

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