Se volete, mi sarebbe molto utile conoscere quello che pensate di questo nuovo tema di impaginazione del sito, che vorrei far diventare definitivo anche sul Diario di Viaggio.
Questo modulo on-line vi permette di esprimere il vostro parere su questo tema; grazie sin da ora: ci tengo molto a quello che pensano i miei lettori.
Il luogo (e lo spazio) dei più pesanti, discutibili e profondi deliri di Grizzly: alcuni di essi potrebbero urtare la sensibilità di chi legge, pertanto le Pagine Oscure sono in secondo piano.
Comunque, come sul Diario di Viaggio sarete ospiti ben graditi.
Pagine importanti
sabato 2 aprile 2011
giovedì 24 marzo 2011
Un orsacchiotto mi protegge, X
Decimo capitolo dei racconti che spiegano perché è il caso di dare un po' di fiducia al proprio totem-acchiappasogni. Spero vi faccia provare le sensazioni che ho provato anche io.
Tutto cominciò in una freddissima notte d'inverno.
Il televisore non mi da più nessuna compagnia, per cui sotto il piumone avevo trovato il piacevole tepore di un buon libro (sì e no: lo ammetto. Stavo rileggendo "L'essenza oltre il buio"). Poi la stanchezza si è fatta sentire, e gli occhi sempre più pesanti mi convinsero a lasciare il compagno pieno di pagine e parole, per dedicarmi al compagno pieno di pelo e occhioni neri e profondi. (-:
Dopo aver spento la luce, trovato una posizione comoda e poggiato Rafael alla parte sinistra del torace, mi abbandonai al sonno. Questo sogno, però, è venuto quando ormai si avvicinava l'orario del risveglio mattutino.
Cortile. Mattina inoltrata (saranno almeno le dieci). Mi sono appena sentito telefonicamente [ma il sogno comincia quando in realtà il contatto c'è già stato: so che ho questo impegno, e che lo ho preso poco prima] con un amico, che è anche scout.
In pratica mi ha "coinvolto" nella collaborazione a una recita (dato l'argomento penserei una cosa tipo "Civitoti in pretura"), chiedendomi di fare la parte di un "giurato popolare", ma è anche una cosa non tanto scrausa, dato che devo presentarmi in giacca & cravatta.
Ora sto uscendo per raggiungerlo e seguire le prove della recita.
Giro a destra e mi dirigo verso il parcheggio della mia auto, notando senza darci troppo peso che ci sono moltissimi condomini giù in cortile che discutono, soprattutto alcuni vicini alle loro auto.
Ma dopo aver fatto pochi altri passi, pur rimanendo a circa dieci metri dalla mia auto, comincio ad avere il sentore dei toni non esattamente amichevoli con cui si tiene questa discussione. Affretto leggermente il passo e raggiungo la mia auto, guardando la fiancata della mia auto ammaccata, graffiata e - letteralmente - martoriata da un qualcosa che ci è passato attaverso lasciando abbondanti segnacci di un rosso acceso tutto intorno
Mi giro, guardando dietro di me e in direzione del lato centrale del cortile interno, dove era condensata la maggior parte dei condomini più sbraitanti, appurando che fa bella mostra di sé una vecchissima Apecar rossa, con una sfilata di modifiche al cassone e alla cabina di guida (appaiono diversi giri di filo metallico, assi di legno, chiodi e bulloneria varia).
Un tizio che non deve essere molto anziano, ma ha la faccia scavatissima di rughe, sta parlando mogio mogio al cellulare.
Molte delle persone presenti mi dicono che è lui il responsabile di tutto questo karaoke, e lui stesso dopo qualche istante mette via il cellulare e cerca di calmare tutti quanti.
Mi colpisce una sua frase: "Tranquilli, è tutto a posto, adesso sta venendo il perito della mia assicurazione, non vi preoccupate."
Con le pive nel sacco, prendo il telefonino e sto per chiamare l'amico scout per dirgli che ritardo, ma nello stesso istante suona il cellulare ed è lui che mi avverte che l'appuntamento è saltato, per cui prendo un paio di condomini e li porto in direzione del bar per un caffettino veloce.
Ritorniamo dopo qualche minuto, e un tizio in giacca&cravatta armato di macchina reflex è già impegnato ad immortalare tutta la scena, mi avvicino alla mia mia auto (una delle ultime prima di raggiungere l'Ape) e questo tizio (più o meno avrà la mia età. Pizzetto di una simmetria irreale, occhiali con montatura di metallo lucidissimi, capelli che sembrano finti talmente sono pettinati in linea. Mi guarda e mi tende la mano: "Sì, questa è la sua auto, giusto? Allora, consideri che come assicurazione abbiamo deciso di non pagare i danni per fare le riparazioni, bensì di sostuirvi il veicolo con uno nuovo di pari caratteristiche. Le faremo avere in settimana una nuova Ford Mondeo, però l'avverto che potremmo avere qualche problema per il colore blu. Eventualmente le va bene grigio metallizzato?"
Faccio un respiro profondo, pensando che il tizio mi stia prendendo in giro, ma a questo punto tutta l'immagine vacilla e...
... mi ritrovo steso sul mio letto con la calda sensazione di Rafael sotto al braccio destro.
"Beh, adesso pure la macchina nuova? Tranquillo, che fra un po' la cambio..." (((-:
Tutto cominciò in una freddissima notte d'inverno.
Il televisore non mi da più nessuna compagnia, per cui sotto il piumone avevo trovato il piacevole tepore di un buon libro (sì e no: lo ammetto. Stavo rileggendo "L'essenza oltre il buio"). Poi la stanchezza si è fatta sentire, e gli occhi sempre più pesanti mi convinsero a lasciare il compagno pieno di pagine e parole, per dedicarmi al compagno pieno di pelo e occhioni neri e profondi. (-:
Dopo aver spento la luce, trovato una posizione comoda e poggiato Rafael alla parte sinistra del torace, mi abbandonai al sonno. Questo sogno, però, è venuto quando ormai si avvicinava l'orario del risveglio mattutino.
Cortile. Mattina inoltrata (saranno almeno le dieci). Mi sono appena sentito telefonicamente [ma il sogno comincia quando in realtà il contatto c'è già stato: so che ho questo impegno, e che lo ho preso poco prima] con un amico, che è anche scout.
In pratica mi ha "coinvolto" nella collaborazione a una recita (dato l'argomento penserei una cosa tipo "Civitoti in pretura"), chiedendomi di fare la parte di un "giurato popolare", ma è anche una cosa non tanto scrausa, dato che devo presentarmi in giacca & cravatta.
Ora sto uscendo per raggiungerlo e seguire le prove della recita.
Giro a destra e mi dirigo verso il parcheggio della mia auto, notando senza darci troppo peso che ci sono moltissimi condomini giù in cortile che discutono, soprattutto alcuni vicini alle loro auto.
Ma dopo aver fatto pochi altri passi, pur rimanendo a circa dieci metri dalla mia auto, comincio ad avere il sentore dei toni non esattamente amichevoli con cui si tiene questa discussione. Affretto leggermente il passo e raggiungo la mia auto, guardando la fiancata della mia auto ammaccata, graffiata e - letteralmente - martoriata da un qualcosa che ci è passato attaverso lasciando abbondanti segnacci di un rosso acceso tutto intorno
Mi giro, guardando dietro di me e in direzione del lato centrale del cortile interno, dove era condensata la maggior parte dei condomini più sbraitanti, appurando che fa bella mostra di sé una vecchissima Apecar rossa, con una sfilata di modifiche al cassone e alla cabina di guida (appaiono diversi giri di filo metallico, assi di legno, chiodi e bulloneria varia).
Un tizio che non deve essere molto anziano, ma ha la faccia scavatissima di rughe, sta parlando mogio mogio al cellulare.
Molte delle persone presenti mi dicono che è lui il responsabile di tutto questo karaoke, e lui stesso dopo qualche istante mette via il cellulare e cerca di calmare tutti quanti.
Mi colpisce una sua frase: "Tranquilli, è tutto a posto, adesso sta venendo il perito della mia assicurazione, non vi preoccupate."
Con le pive nel sacco, prendo il telefonino e sto per chiamare l'amico scout per dirgli che ritardo, ma nello stesso istante suona il cellulare ed è lui che mi avverte che l'appuntamento è saltato, per cui prendo un paio di condomini e li porto in direzione del bar per un caffettino veloce.
Ritorniamo dopo qualche minuto, e un tizio in giacca&cravatta armato di macchina reflex è già impegnato ad immortalare tutta la scena, mi avvicino alla mia mia auto (una delle ultime prima di raggiungere l'Ape) e questo tizio (più o meno avrà la mia età. Pizzetto di una simmetria irreale, occhiali con montatura di metallo lucidissimi, capelli che sembrano finti talmente sono pettinati in linea. Mi guarda e mi tende la mano: "Sì, questa è la sua auto, giusto? Allora, consideri che come assicurazione abbiamo deciso di non pagare i danni per fare le riparazioni, bensì di sostuirvi il veicolo con uno nuovo di pari caratteristiche. Le faremo avere in settimana una nuova Ford Mondeo, però l'avverto che potremmo avere qualche problema per il colore blu. Eventualmente le va bene grigio metallizzato?"
Faccio un respiro profondo, pensando che il tizio mi stia prendendo in giro, ma a questo punto tutta l'immagine vacilla e...
... mi ritrovo steso sul mio letto con la calda sensazione di Rafael sotto al braccio destro.
"Beh, adesso pure la macchina nuova? Tranquillo, che fra un po' la cambio..." (((-:
martedì 22 febbraio 2011
Quando piove sul... bagnato!
Siamo in sei, a bordo di un semicabinato bianco, al largo dell'area della Mazzarrona.
Non conosco le persone che ci sono assieme a noi, ovvero: non le ho mai viste prima, ma nel sogno so benissimo di conoscere tutti da un sacco di tempo.
Non è estate, direi che è piuttosto autunno inoltrato: il cielo è molto nuvoloso, il vento va lentamente a peggiorare e nel giro di pochi minuti le onde, che erano già una brutta increspatura della superficie marina, diventano alti cavalloni che sferzano l'imbarcazione da ogni lato.
Io non sto conducendo, ma sono accanto al pilota e gli grido delle indicazioni, sovrastando il rumore del vento e dell'acqua, e le voci delle altre persone che si stanno occupando di non cadere fuori bordo e di verificare anche che la barca non si ribalti né vada a sbattere contro qualcosa (almeno una volta ho in mente la voce di uno dei sei che ci grida di scartare sulla sinistra, perché a destra ci avviciniamo a uno scoglio). Non ci sono altre imbarcazioni in acqua e, sebbene ci troviamo vicini ad una insenatura che permetterebbe di approdare, ho l'impressione che anche la città sia mezza deserta.
Con un clamoroso colpo di mano mi allontano dal pilota in direzione della fiancata sinistra della barca, che si sta ponendo parallelamente alla linea di costa. Prendo al volo il gancio/pagaia e ne allungo il manico telescopico, poi (mentre le oscillazioni della barca rischiano veramente di farci volare tutti quanti fuori) inficco il gancio in acqua due o tre volte e riesco, alla fine, ad acchiappare una corda sintetica che ho intravisto galleggiare in acqua già da un pezzo.
Il colpo di mano riesce: siamo a circa venti metri dalla costa, e questa corda è lunga almeno il doppio e finisce in costa, dove è attaccata stabilmente a una bitta che appare in mezzo agli scogli.
Comincio a tirare questa corda, e grido agli altri di darmi una mano, per cui tutti (pilota compreso) si accodano e tirando questa cima ci trasciniamo con tutta la barca dentro l'insenatura e ormeggiamo, riuscendo con non poca difficoltà a scendere a terra. Poi, con molta fatica riusciamo persino a tirare in secca l'imbarcazione. Da quando siamo riusciti a scendere a terra il vento si è placato, ma in compenso comincia a piovere con una certa decisione.
A questo punto, come se non fosse letteralmente successo niente, ci salutiamo e io raggiungo una camera d'albergo che da sul mare quasi di fronte a dove abbiamo lasciato la barca. La pioggia battente ci ha reso letteralmente zuppi (siamo vestiti con abiti normali: niente cerata, niente stivali, niente di utile a ripararci come si deve), per cui quando arrivo in albergo mi spoglio, mi faccio una doccia rovente e infine mi cambio. Saranno passate un paio d'ore, e vengo raggiunto in camera da uno degli amici con cui eravamo in barca. Il tempo si è calmato quasi del tutto, e io esco sul balcone della camera d'albergo per fumare una sigaretta. È in questo frangente che mi rendo conto di una cosa: l'insenatura è sulla destra, e ancora più sulla destra, un tantinello al largo, in mezzo al mare si alza una gigantesca colonna d'acqua (una specie di fontana dal diametro di una decina di metri che vomita acqua a un'altezza di circa una ventina di metri. L'immagine della colonna d'acqua in mezzo al mare mi lascia a bocca aperta, ma prima che possa dire mezza parola, è l'amico che mi ha raggiunto che mi spiega di che si tratta.
C'è un tubo dell'acquedotto sottomarino, che dovrebbe dare acqua in Ortigia, e che si è danneggiato a causa del maltempo: quello che vediamo è il risultato della pressione non indifferente dell'acqua.
Mentre sto per chiedermi quando avrebbero intenzione di chiudere l'acqua per capire come effettuare una riparazione, l'amico mi batte una pacca sulla spalla. Il gesto mi sveglia, e mi ritrovo sul mio letto in una fredda domenica pomeriggio d'inverno. Mah, di tutti i sogni strani, questo secondo me meritava un po' d'attenzione.
Non conosco le persone che ci sono assieme a noi, ovvero: non le ho mai viste prima, ma nel sogno so benissimo di conoscere tutti da un sacco di tempo.
Non è estate, direi che è piuttosto autunno inoltrato: il cielo è molto nuvoloso, il vento va lentamente a peggiorare e nel giro di pochi minuti le onde, che erano già una brutta increspatura della superficie marina, diventano alti cavalloni che sferzano l'imbarcazione da ogni lato.
Io non sto conducendo, ma sono accanto al pilota e gli grido delle indicazioni, sovrastando il rumore del vento e dell'acqua, e le voci delle altre persone che si stanno occupando di non cadere fuori bordo e di verificare anche che la barca non si ribalti né vada a sbattere contro qualcosa (almeno una volta ho in mente la voce di uno dei sei che ci grida di scartare sulla sinistra, perché a destra ci avviciniamo a uno scoglio). Non ci sono altre imbarcazioni in acqua e, sebbene ci troviamo vicini ad una insenatura che permetterebbe di approdare, ho l'impressione che anche la città sia mezza deserta.
Con un clamoroso colpo di mano mi allontano dal pilota in direzione della fiancata sinistra della barca, che si sta ponendo parallelamente alla linea di costa. Prendo al volo il gancio/pagaia e ne allungo il manico telescopico, poi (mentre le oscillazioni della barca rischiano veramente di farci volare tutti quanti fuori) inficco il gancio in acqua due o tre volte e riesco, alla fine, ad acchiappare una corda sintetica che ho intravisto galleggiare in acqua già da un pezzo.
Il colpo di mano riesce: siamo a circa venti metri dalla costa, e questa corda è lunga almeno il doppio e finisce in costa, dove è attaccata stabilmente a una bitta che appare in mezzo agli scogli.
Comincio a tirare questa corda, e grido agli altri di darmi una mano, per cui tutti (pilota compreso) si accodano e tirando questa cima ci trasciniamo con tutta la barca dentro l'insenatura e ormeggiamo, riuscendo con non poca difficoltà a scendere a terra. Poi, con molta fatica riusciamo persino a tirare in secca l'imbarcazione. Da quando siamo riusciti a scendere a terra il vento si è placato, ma in compenso comincia a piovere con una certa decisione.
A questo punto, come se non fosse letteralmente successo niente, ci salutiamo e io raggiungo una camera d'albergo che da sul mare quasi di fronte a dove abbiamo lasciato la barca. La pioggia battente ci ha reso letteralmente zuppi (siamo vestiti con abiti normali: niente cerata, niente stivali, niente di utile a ripararci come si deve), per cui quando arrivo in albergo mi spoglio, mi faccio una doccia rovente e infine mi cambio. Saranno passate un paio d'ore, e vengo raggiunto in camera da uno degli amici con cui eravamo in barca. Il tempo si è calmato quasi del tutto, e io esco sul balcone della camera d'albergo per fumare una sigaretta. È in questo frangente che mi rendo conto di una cosa: l'insenatura è sulla destra, e ancora più sulla destra, un tantinello al largo, in mezzo al mare si alza una gigantesca colonna d'acqua (una specie di fontana dal diametro di una decina di metri che vomita acqua a un'altezza di circa una ventina di metri. L'immagine della colonna d'acqua in mezzo al mare mi lascia a bocca aperta, ma prima che possa dire mezza parola, è l'amico che mi ha raggiunto che mi spiega di che si tratta.
C'è un tubo dell'acquedotto sottomarino, che dovrebbe dare acqua in Ortigia, e che si è danneggiato a causa del maltempo: quello che vediamo è il risultato della pressione non indifferente dell'acqua.
Mentre sto per chiedermi quando avrebbero intenzione di chiudere l'acqua per capire come effettuare una riparazione, l'amico mi batte una pacca sulla spalla. Il gesto mi sveglia, e mi ritrovo sul mio letto in una fredda domenica pomeriggio d'inverno. Mah, di tutti i sogni strani, questo secondo me meritava un po' d'attenzione.
mercoledì 26 gennaio 2011
Il metano di Gefrano
Gefrano. Un paesino di montagna sul fondo di una piccola vallata circondata di montagne. Una sola strada che, attraverso una lunga galleria, porta in città [l'idea che mi sono fatto (sapete come sono i sogni, no?) è che si trovi nell'hinterland pavese, peraltro proprio a un tiro di schioppo dal capoluogo. Il classico agglomerato di casupole in una specie di periferia estremamente scostata, punto ideale per operai e impiegati in pensione che cercano solo un luogo tranquillo in cui curare l'orticello e giocare a bocce o a carte nel bar locale]. Casetta di montagna: piccola, accogliente, unifamiliare ma ricca di ogni comfort.
Salotto.
Una televisione accesa, su un canale locale. Passa uno spot pubblicitario, con degli sportivi in casacca da gioco che corrono per una cittadina, in mezzo ai palazzi. Ogni tanto qualcuno inforca un portone d'ingresso e si eclissa, mentre il claim recita: "Caldaie a gas metano e allaccio in tutti i luoghi: palazzi antichi, condomini, villette unifamiliari: PROPONETECI LA VOSTRA SFIDA!"
Mentre il claim si conclude, appaiono cucine a gas e caldaie ritagliate in ogni spazio di case signorili di fine settecento, inserite nell'arredamento con le stesse sensazioni che avrebbe dato un quadro antico.
La signora spegne la televisione, ed esce di casa.
Quando ritorna, diverse ore dopo, il sole è tramontato, l'ora di cena si avvicina e il marito, seduto su una poltrona vicino al camino, sta leggendo con calma e relax un libro.
-Ciao, cara. Hai preso appuntamento con l'idraulico, alla fine?
-Molto meglio.
Dicendo queste due criptiche parole, tirò fuori dalla borsa una carpetta bianca con il marchio di una società del mercato libero dell'energia.
L'uomo strabuzzò gli occhi: -Ma... Marta, che significa?
-Ho ordinato una caldaia a gas metano. Verranno in settimana a fare l'allaccio: mi hanno detto che non c'è nessun problema!
-L'allaccio? Ma... ma come avrebbero intenzione di fare?
La signora è convintissima di quello che ha fatto scendendo in città: -Non c'è nessun problema: ci portano il gas tranquillamente fin dentro casa!
-Il gas? Quale gas? Marta qui a Gefrano non c'è la rete del metano, cavoli!
Il problema della mancanza del gas nella frazione, diventa il minore. Quello più importante si visualizza pochi giorni dopo, quando la finanziaria che ha avviato la pratica per l'acquisto della caldaia chiede e pretende il pagamento delle rate. Tutto per l'acquisto di una caldaia che, tra l'altro, non può neppure essere convertita per funzionare a GPL, mentre la società che si occupa della distribuzione del metano e dell'installazione delle caldaie (ah, il mercato libero!) rifiuta di onorare l'accordo con un laconico "la vostra richiesta di allaccio è andata in KO".
Passano alcuni mesi. Alcuni mesi durante i quali la famiglia si trova a dover sbattere contro il muro di gomma della società del gas, contro quello della finanziaria, contro quello, infine, di non poter manco dichiarare risoluto il contratto perché la società chiede una pesantissima penale in caso di recesso senza allaccio.
Poi intervengono i giornali, e la famiglia viene contattata da un avvocato di un movimento nazionale consumatori che offre gratuitamente il suo patrocinio in questo caso, riuscendo a trascinare in tribunale le società coinvolte (anzi no, la società coinvolta, perché la finanziaria, non appena arriva il primo avviso di atti giudiziari dichiara concluso il finanziamento e rilascia immediatamente abbondante ed esaustiva liberatoria).
In tribunale, il giudice di pace determina delle cose inquietanti.
Anzitutto il contratto stipulato fra la famiglia e la società è assolutamente privo di qualsivoglia valenza per una serie impressionante di clausole palesemente vessatorie, compreso il prevedere una penale da parte dell'utente in caso di recesso anticipato, ma non trattando in nessun caso l'impossibilità della controparte a dar seguito al contratto per mancato o impossibile allaccio.
In solo due udienze (la prima rinviata per consentire alla società di produrre della documentazione aggiuntiva), la società viene condannata senza pietà al pagamento di una cospicua multa, oltre a dover risarcire tutti i danni morali e materali alla famiglia con una cifra contente diversi zeri.
Come secondo punto, moltissimi abitanti dei paesi limitrofi segnalano all'Autorità per le Garanzie sulla Concorrenza e il Mercato lo spot pubblicitario che riempie i canali televisivi locali del circondario, il quale viene immediatamente sospeso e sanzionato perché palesemente ingannevole.
Altre situazioni, lentamente, vengono a galla, e decine di casi del tutto simili a quelli della famigliola di Gefrano diventano di dominio pubblico, gettando se possibile ancora più fango sull'immagine della società, portandola lentamente sull'orlo del tracollo...
Suona la sveglia. Sono le cinque e dieci di mattina. Arruffo la testa a Philippe: -Cos'era? Il sogno di uno che non fa altro che sbattere la testa contro le ingiustizie fino a coinvolgere le unioni consumatori?
Però mi sono divertito. E voi no?
Salotto.
Una televisione accesa, su un canale locale. Passa uno spot pubblicitario, con degli sportivi in casacca da gioco che corrono per una cittadina, in mezzo ai palazzi. Ogni tanto qualcuno inforca un portone d'ingresso e si eclissa, mentre il claim recita: "Caldaie a gas metano e allaccio in tutti i luoghi: palazzi antichi, condomini, villette unifamiliari: PROPONETECI LA VOSTRA SFIDA!"
Mentre il claim si conclude, appaiono cucine a gas e caldaie ritagliate in ogni spazio di case signorili di fine settecento, inserite nell'arredamento con le stesse sensazioni che avrebbe dato un quadro antico.
La signora spegne la televisione, ed esce di casa.
Quando ritorna, diverse ore dopo, il sole è tramontato, l'ora di cena si avvicina e il marito, seduto su una poltrona vicino al camino, sta leggendo con calma e relax un libro.
-Ciao, cara. Hai preso appuntamento con l'idraulico, alla fine?
-Molto meglio.
Dicendo queste due criptiche parole, tirò fuori dalla borsa una carpetta bianca con il marchio di una società del mercato libero dell'energia.
L'uomo strabuzzò gli occhi: -Ma... Marta, che significa?
-Ho ordinato una caldaia a gas metano. Verranno in settimana a fare l'allaccio: mi hanno detto che non c'è nessun problema!
-L'allaccio? Ma... ma come avrebbero intenzione di fare?
La signora è convintissima di quello che ha fatto scendendo in città: -Non c'è nessun problema: ci portano il gas tranquillamente fin dentro casa!
-Il gas? Quale gas? Marta qui a Gefrano non c'è la rete del metano, cavoli!
Il problema della mancanza del gas nella frazione, diventa il minore. Quello più importante si visualizza pochi giorni dopo, quando la finanziaria che ha avviato la pratica per l'acquisto della caldaia chiede e pretende il pagamento delle rate. Tutto per l'acquisto di una caldaia che, tra l'altro, non può neppure essere convertita per funzionare a GPL, mentre la società che si occupa della distribuzione del metano e dell'installazione delle caldaie (ah, il mercato libero!) rifiuta di onorare l'accordo con un laconico "la vostra richiesta di allaccio è andata in KO".
Passano alcuni mesi. Alcuni mesi durante i quali la famiglia si trova a dover sbattere contro il muro di gomma della società del gas, contro quello della finanziaria, contro quello, infine, di non poter manco dichiarare risoluto il contratto perché la società chiede una pesantissima penale in caso di recesso senza allaccio.
Poi intervengono i giornali, e la famiglia viene contattata da un avvocato di un movimento nazionale consumatori che offre gratuitamente il suo patrocinio in questo caso, riuscendo a trascinare in tribunale le società coinvolte (anzi no, la società coinvolta, perché la finanziaria, non appena arriva il primo avviso di atti giudiziari dichiara concluso il finanziamento e rilascia immediatamente abbondante ed esaustiva liberatoria).
In tribunale, il giudice di pace determina delle cose inquietanti.
Anzitutto il contratto stipulato fra la famiglia e la società è assolutamente privo di qualsivoglia valenza per una serie impressionante di clausole palesemente vessatorie, compreso il prevedere una penale da parte dell'utente in caso di recesso anticipato, ma non trattando in nessun caso l'impossibilità della controparte a dar seguito al contratto per mancato o impossibile allaccio.
In solo due udienze (la prima rinviata per consentire alla società di produrre della documentazione aggiuntiva), la società viene condannata senza pietà al pagamento di una cospicua multa, oltre a dover risarcire tutti i danni morali e materali alla famiglia con una cifra contente diversi zeri.
Come secondo punto, moltissimi abitanti dei paesi limitrofi segnalano all'Autorità per le Garanzie sulla Concorrenza e il Mercato lo spot pubblicitario che riempie i canali televisivi locali del circondario, il quale viene immediatamente sospeso e sanzionato perché palesemente ingannevole.
Altre situazioni, lentamente, vengono a galla, e decine di casi del tutto simili a quelli della famigliola di Gefrano diventano di dominio pubblico, gettando se possibile ancora più fango sull'immagine della società, portandola lentamente sull'orlo del tracollo...
Suona la sveglia. Sono le cinque e dieci di mattina. Arruffo la testa a Philippe: -Cos'era? Il sogno di uno che non fa altro che sbattere la testa contro le ingiustizie fino a coinvolgere le unioni consumatori?
Però mi sono divertito. E voi no?
lunedì 24 gennaio 2011
The bug and the bank
Il signor Frank M. Valletto entrò nel suo ufficio di mattina presto, per respirare ancora il residuo odore della nuova pittura murale.
Direttore di filiale da solo un giorno: un gran risultato per un uomo che in banca c'era entrato una decina di anni prima facendo la gavetta con l'inizio dalla cassa.
Un gran risultato, indubbiamente. E questo nuovo sistema informatico installato da appena una settimana aveva reso l'efficienza della rete bancaria ancora più affidabile: tutte le filiali collegate con la sede in tempo reale, e controlli duplici su ogni singola transazione.
Quel lunedì passò come era normale, senza alcun problema, e alla chiusura alle 17 l'italo-americano Valletto tornò nella sua villa patronale poco fuori New York.
I problemi cominciarono il martedì mattina, quando tutti i terminali della filiale semplicemente non volevano aprirsi, con un laconico "Errore 219".
La mattina andava male, e fino alle 10:30 non si riusciva a venirne a capo, nonostante l'immediato intervento di un team tecnico altamente specializzato, ci vollero diversi reset, ripristini e recovery di km e km di nastri di backup per cercare di venirne a capo, ma almeno il geniale direttore Valletto verso le 9 di quella stessa mattina, vista la folla non indifferente di gente che premeva agli sportelli, aveva deciso intanto di operare manualmente e telefonicamente: certo, le cose non andavano ad una velocità decente, ma potevano funzionare.
Le operazioni in contanti erano però limitate, perché la cassaforte temporizzata, collegata anch'essa al sistema elettronico, non voleva saperne di aprirsi...
Finalmente verso le 11:30 il sistema si piegò al volere del team tecnico e, con molta lentezza, decise di collaborare e anche la cassaforte decise di aprirsi.
Il mercoledì andrò peggio.
Dopo aver trovato il medesimo difetto del giorno prima, i tecnici tentarono subito la strada avviata il giorno precedente, ma dopo qualche istante di sblocco, il sistema tornava ad essere caparbiamente congelato. Fu un giorno inutile, e costò non soltanto molte lamentele da parte di tutti i clienti, ma anche la perdita di qualcuno.
Al termine di una giornata non facile, il team tecnico aveva identificato il baco nella procedura del database dipendenti, ma non erano venuti a capo del motivo per cui la procedura si incartasse non appena andava a leggere l'elenco dei nomi, ove peraltro non apparivano errori di inserimento o codice sql malevolo iniettato in giro.
Ma pur non avendo in mente il motivo di questo blocco, il giovedì mattina il sistema era stato ripristinato usando la forza bruta: l'agenzia doveva saltare il controllo del database dipendenti, e grazie a questa forzatura la giornata andò avanti tranquilla e il povero Valletto riuscì a riprendere fiato.
La catastrofe, però, era dietro l'angolo. E venne venerdì mattina sulla scrivania del direttore, sotto forma di una bella lettera in procedura automatica: licenziamento in tronco del direttore Frank M. Valletto per "violazione della procedura 219".
Frank andò su tutte le furie e passò il tempo a farsi rimpallare fra i vari uffici dell'amministrazione, ove praticamente tutti i consiglieri cascavano dalle nuvole, e alla disperata ricerca del segretario che aveva firmato la lettera di licenziamento.
Ma neanche trovare quel segretario servì a molto: aveva firmato la lettera perché era giunta con la normale procedura interna postale, assieme a decine di altre comunicazioni, per cui si era attenuto semplicemente alla procedura di portare alla firma del presidente tutti gli incartamenti della giornata, e quindi aveva inviato per posta tutto quanto.
Quella mattina, nel frattempo, finalmente uno dei tecnici del team venne a capo di quella oscura "direttiva 219": significa "Bisogna imparare con l'esperienza".
Il punto è che attenendosi a questo regolamento interno del team di programmazione del sistema, un programmatore con seri problemi aveva realizzato nella procedura di controllo dei nominativi di clienti e dipendenti una blacklist basata su determinati nomi. Fra cui "Mussolini", ossia il secondo nome dell'attuale direttore di filiale Frank Mussolini Valletto. La scheda di Valletto era stata caricata il martedì, quando il sistema era già stato avviato, e per questo non c'erano stati problemi. Viceversa il mercoledì il sistema non si era voluto avviare fino a venirne convinto con la forza dai tecnici, e il giovedì addirittura praticando la regola di imparare dall'esperienza, aveva bloccato anche le procedure usuali di sblocco manuale.
La situazione non era semplice, e il direttore si sentì discriminato palesemente e trascinò in causa il CdA della banca.
Durante il processo si determinò che la lettera di licenziamento era palesemente non valida, perché non esisteva una specifica richiesta da parte del CdA, bensì era stata emessa automaticamente dal computer, e nessuno si era preoccupato di visionarla, limitandosi a porre le firme e i contrassegni necessari per validarla. La cosa inquietante che si scoprì dopo pochi giorni dall'inizio del processo fu che invece molte delle persone coinvolte nella lettera non si fossero poste alcun dubbio sull'operato dei colleghi nell'emettere un licenziamento in tronco, supponendo che si trattasse di una giusta sanzione disciplinare nei confronti di Frank Mussolini Valletto, perché la filiale era rimasta chiusa due giorni di fila, e diversi clienti avevano chiuso i loro conti correnti e le loro linee di credito. Nessuno si era posto il problema che, nonostante la rigida e severa procedura interna, non fosse stata convocata alcuna assemblea dei membri per deliberare su un argomento tanto scottante.
Mesi dopo, il processo si conclude, e con esso il gigantesco tracollo finanziario della banca ormai boicottata da metà degli Stati Uniti per via del suo comportamento palesemente xenofobo.
Frank entrò nell'ufficio spoglio e si trovò faccia a faccia con quello che ormai era il suo ex presidente. Questi firmò un assegno di oltre 260 milioni di dollari, come risarcimento previsto dalla corte federale per il comportamento tenuto, e la lettera di licenziamento inviata con tanta leggerezza.
Era una cifra importante, ma soprattutto era l'ultima cifra che il gruppo bancario poteva permettersi. Per sempre, visto che Frank Valletto uscì da quell'ufficio con l'assegno ben nascosto nel taschino della giacca, e un sorriso sardonico a un lato della bocca, mentre una nutrita schiera di ufficiali giudiziari entrava nell'ufficio sequestrando, peraltro, la sedia del presidente del gruppo, nonché la stessa scrivania su cui l'uomo aveva appena firmato quell'assegno.
Poi mi girai sulla destra, ritornando sul mio letto e sentendo il caldo pancino di Rafael contro il mio torace. Le cinque di mattina: è ora di alzarsi e non pensare più a questi sogni assurdi ((-:
Direttore di filiale da solo un giorno: un gran risultato per un uomo che in banca c'era entrato una decina di anni prima facendo la gavetta con l'inizio dalla cassa.
Un gran risultato, indubbiamente. E questo nuovo sistema informatico installato da appena una settimana aveva reso l'efficienza della rete bancaria ancora più affidabile: tutte le filiali collegate con la sede in tempo reale, e controlli duplici su ogni singola transazione.
Quel lunedì passò come era normale, senza alcun problema, e alla chiusura alle 17 l'italo-americano Valletto tornò nella sua villa patronale poco fuori New York.
I problemi cominciarono il martedì mattina, quando tutti i terminali della filiale semplicemente non volevano aprirsi, con un laconico "Errore 219".
La mattina andava male, e fino alle 10:30 non si riusciva a venirne a capo, nonostante l'immediato intervento di un team tecnico altamente specializzato, ci vollero diversi reset, ripristini e recovery di km e km di nastri di backup per cercare di venirne a capo, ma almeno il geniale direttore Valletto verso le 9 di quella stessa mattina, vista la folla non indifferente di gente che premeva agli sportelli, aveva deciso intanto di operare manualmente e telefonicamente: certo, le cose non andavano ad una velocità decente, ma potevano funzionare.
Le operazioni in contanti erano però limitate, perché la cassaforte temporizzata, collegata anch'essa al sistema elettronico, non voleva saperne di aprirsi...
Finalmente verso le 11:30 il sistema si piegò al volere del team tecnico e, con molta lentezza, decise di collaborare e anche la cassaforte decise di aprirsi.
Il mercoledì andrò peggio.
Dopo aver trovato il medesimo difetto del giorno prima, i tecnici tentarono subito la strada avviata il giorno precedente, ma dopo qualche istante di sblocco, il sistema tornava ad essere caparbiamente congelato. Fu un giorno inutile, e costò non soltanto molte lamentele da parte di tutti i clienti, ma anche la perdita di qualcuno.
Al termine di una giornata non facile, il team tecnico aveva identificato il baco nella procedura del database dipendenti, ma non erano venuti a capo del motivo per cui la procedura si incartasse non appena andava a leggere l'elenco dei nomi, ove peraltro non apparivano errori di inserimento o codice sql malevolo iniettato in giro.
Ma pur non avendo in mente il motivo di questo blocco, il giovedì mattina il sistema era stato ripristinato usando la forza bruta: l'agenzia doveva saltare il controllo del database dipendenti, e grazie a questa forzatura la giornata andò avanti tranquilla e il povero Valletto riuscì a riprendere fiato.
La catastrofe, però, era dietro l'angolo. E venne venerdì mattina sulla scrivania del direttore, sotto forma di una bella lettera in procedura automatica: licenziamento in tronco del direttore Frank M. Valletto per "violazione della procedura 219".
Frank andò su tutte le furie e passò il tempo a farsi rimpallare fra i vari uffici dell'amministrazione, ove praticamente tutti i consiglieri cascavano dalle nuvole, e alla disperata ricerca del segretario che aveva firmato la lettera di licenziamento.
Ma neanche trovare quel segretario servì a molto: aveva firmato la lettera perché era giunta con la normale procedura interna postale, assieme a decine di altre comunicazioni, per cui si era attenuto semplicemente alla procedura di portare alla firma del presidente tutti gli incartamenti della giornata, e quindi aveva inviato per posta tutto quanto.
Quella mattina, nel frattempo, finalmente uno dei tecnici del team venne a capo di quella oscura "direttiva 219": significa "Bisogna imparare con l'esperienza".
Il punto è che attenendosi a questo regolamento interno del team di programmazione del sistema, un programmatore con seri problemi aveva realizzato nella procedura di controllo dei nominativi di clienti e dipendenti una blacklist basata su determinati nomi. Fra cui "Mussolini", ossia il secondo nome dell'attuale direttore di filiale Frank Mussolini Valletto. La scheda di Valletto era stata caricata il martedì, quando il sistema era già stato avviato, e per questo non c'erano stati problemi. Viceversa il mercoledì il sistema non si era voluto avviare fino a venirne convinto con la forza dai tecnici, e il giovedì addirittura praticando la regola di imparare dall'esperienza, aveva bloccato anche le procedure usuali di sblocco manuale.
La situazione non era semplice, e il direttore si sentì discriminato palesemente e trascinò in causa il CdA della banca.
Durante il processo si determinò che la lettera di licenziamento era palesemente non valida, perché non esisteva una specifica richiesta da parte del CdA, bensì era stata emessa automaticamente dal computer, e nessuno si era preoccupato di visionarla, limitandosi a porre le firme e i contrassegni necessari per validarla. La cosa inquietante che si scoprì dopo pochi giorni dall'inizio del processo fu che invece molte delle persone coinvolte nella lettera non si fossero poste alcun dubbio sull'operato dei colleghi nell'emettere un licenziamento in tronco, supponendo che si trattasse di una giusta sanzione disciplinare nei confronti di Frank Mussolini Valletto, perché la filiale era rimasta chiusa due giorni di fila, e diversi clienti avevano chiuso i loro conti correnti e le loro linee di credito. Nessuno si era posto il problema che, nonostante la rigida e severa procedura interna, non fosse stata convocata alcuna assemblea dei membri per deliberare su un argomento tanto scottante.
Mesi dopo, il processo si conclude, e con esso il gigantesco tracollo finanziario della banca ormai boicottata da metà degli Stati Uniti per via del suo comportamento palesemente xenofobo.
Frank entrò nell'ufficio spoglio e si trovò faccia a faccia con quello che ormai era il suo ex presidente. Questi firmò un assegno di oltre 260 milioni di dollari, come risarcimento previsto dalla corte federale per il comportamento tenuto, e la lettera di licenziamento inviata con tanta leggerezza.
Era una cifra importante, ma soprattutto era l'ultima cifra che il gruppo bancario poteva permettersi. Per sempre, visto che Frank Valletto uscì da quell'ufficio con l'assegno ben nascosto nel taschino della giacca, e un sorriso sardonico a un lato della bocca, mentre una nutrita schiera di ufficiali giudiziari entrava nell'ufficio sequestrando, peraltro, la sedia del presidente del gruppo, nonché la stessa scrivania su cui l'uomo aveva appena firmato quell'assegno.
Poi mi girai sulla destra, ritornando sul mio letto e sentendo il caldo pancino di Rafael contro il mio torace. Le cinque di mattina: è ora di alzarsi e non pensare più a questi sogni assurdi ((-:
lunedì 27 dicembre 2010
My Christmas Carol
Dicembre 2010, Londra. Vigilia di Natale. Mattina
E.S., presidente di una grossa corporazione che gestisce centri commerciali in metà Europa è nel suo ufficio. Sono le nove di mattina.
Improvvisamente bussano alla porta: una persona trafelata si fionda quindi dentro l'ufficio con una serie di cartellette e incartamenti in mano: -Mi scusi, signore: c'è un traffico tremendo per via della vigilia, ed ho trovato pure la neve per strada.
E.S. alza lo sguardo dallo schermo del portatile che ha sulla scrivania, e tira un'occhiataccia al suo segretario, poi ritorna con lo sguardo e la concentrazione alle immagini del computer.
Mentre l'uomo appena arrivato deposita tutte le cartellette sulla scrivania accanto a quella presidenziale, e si avvicina alla parete per appendere il cappottone imbiancato dalla neve che sta cercando di togliersi velocemente, però, E.S. riprende la parola senza distogliere lo sguardo: -Lo so che c'è confusione, Mike. Ma lo sapevi anche tu che sarebbe stato così oggi. Potevi organizzarti meglio e partire qualche minuto prima, o forse vorresti dirmi che dovevi accompagnare i tuoi figli a scuola?
Mike si ferma vicino alla parete con la giacca in mano: -Ha ragione, signore. Mi scusi, non si ripeterà più.
-È già pronto tutto? Lo sai che domani non possiamo sbagliare. Ci sarà un sacco da lavorare, però.
Il repentino cambio di argomento da parte di E.S. lascia per un istante il giovane segretario con le sopracciglia alzate, ma poi torna l'abitudine al lavoro e subito risponde: -Naturalmente. Tutto organizzato sin nei minimi dettagli: domani mattina alle otto in punto saremo tutti quanti qui; non un solo dipendente si è azzardato di proporre scuse o prendere giorni di malattia. Sappiamo tutti quanti che ci sarà del lavoro duro da fare, ma siamo tutti pronti, stia sicuro, signore.
Il presidente accenna una specie di abbozzo di sorriso e poi i due cominciano la giornata analizzando conti e studiando strategie commerciali da applicarsi con l'anno nuovo.
Giunge finalmente la sera, si fanno le 19 e il grande edificio di uffici chiude. Mike e il presidente escono dallo stabile deserto.
-Uff, si è fatto tardi, ma è la sera della Vigilia. Signore, è sicuro di non voler venire da noi in questa cena di Natale?
Mike si rivolge con un sorriso amichevole al suo presidente, nonostante l'espressione stanca di entrambi, ma quest'ultimo lo guarda di sottecchi con un'espressione scura: -Sai bene cosa ne penso di Natale, per cui lasciami perdere. A domani.
E.S. arriva davanti alla casa, un po' defilata dal centro città. Grande, austera e vuota. Si avvicina alla porta e guarda il battacchio di ottone in stile antico. Il solito leone che tiene l'anello gli fa l'occhiolino.
E.S. rimane surgelato davanti alla porta e comincia a guardare il fregio, che appare statico e freddo come al solito. L'uomo fa spallucce e varca la porta d'ingresso, chiudendosela alle spalle con un colpo secco.
Serata. E.S. è da solo, in casa, in vestaglia e davanti al caminetto acceso in un salone molto grande. Si siede in poltrona con un bicchiere di brandy in mano, quando all'improvviso sente un rumore secco che risuona dalla stanza adiacente.
-Ma che...?
La porta si spalanca con un colpo secco e una figura evanescente si fionda dentro la camera, trascinandosi appresso delle catene attaccate a dei grossi macigni.
E.S. è letteralmente paralizzato da questa visione: l'uomo si avvicina al piano-bar, si versa una copiosa dose di scotch in un bicchiere e poi si posiziona malamente sulla poltrona da cui E.S. è schizzato via quando ha assistito a quella visione assurda.
Una veloce sgargarozzata di quasi tutto il bicchiere, un commentaccio a proposito del bicchiere che il fantasma continua a tenere con la mano sinistra, e poi stende il braccio puntandolo verso l'uomo, che sta abbandonando il terrore per cercare di capire chi sia quell'entità. Poi il fantasma comincia a parlare, come un fiume in piena avvolge l'uomo di parole: -Ebenizer Scrooge: suppongo che tu ti stia ricordando di me, sono Jacob, il tuo vecchio socio. Sono qui per lanciarti un messaggio: non fare il mio stesso errore, mio buon amico. Non isolarti e non morire da solo come ho fatto io. Non puoi portarti i soldi nella tomba, e finirai come me e a cercare di vedere la luce nell'oscurità dell'aldilà, senza una meta fino alla fine dei tempi. Questa notte riceverai la visita di altri tre spiriti, come me, che ti mostreranno come puoi cambiare. Ora devo andare, vecchio bastardo. Ricordati delle mie parole: i tuoi soldi non ti seguiranno nella tomba.
La figura evanescente scompare come in una specie di dissolvenza. Il bicchiere che stringeva in mano con un residuo di whisky cade sulla moquette con un tonfo sordo e macchiando in terra. Ci vogliono diversi minuti prima che E.S., sconvolto, si riscossa dalla sua catatonia.
-Il mio ex socio... Jacob?
Passano un paio d'ore, l'uomo molto preoccupato da questa strana storia è ormai in camera da letto, e sta per infilarsi fra il calore del piumone, quando uno scricchiolio scuote il corridoio fuori dalla camera.
La porta della camera da letto (chiusa a chiave, nonostante l'uomo fosse da solo) si spalanca di schianto con un rumore violentissimo. Ne entra una figura simile a una bambina di neanche dodici anni, meno incorporea del fantasma che ha visitato l'uomo solo un paio d'ore prima; si avvicina, gli acchiappa una mano e comincia: -Buona sera, Ebenizer. Io sono lo spirito dei natali passati e sono qui per farti rivedere come hai vissuto questo periodo dell'anno nel passato.
-Ma, ma io...
-Oh, taci, abbiamo fretta.
La ragazzina da uno strattone al braccio di E.S., la stanza cade nell'oscurità e improvvisamente i due si trovano sul balcone di un grosso condominio. La bambina continua: -Non possono vederci, né toccarci, ma noi potremo vivere questa storia in tempo reale, come un film. Vieni, Ebenizer: entriamo.
-Ma io...
-Non discutere, brutto idiota, guarda che cosa succedeva a Natale quando eri piccolo. Vedrai se non ti commuoverai quando rivedrai i tuoi genitori!
La scena è molto semplice: i due genitori e il ragazzino dai lineamenti molto simili a quelli di E.S. sono seduti intorno alla tavola. Su un mobile alla parete un televisore a colori da 28" manda in onda il telegiornale della sera. Uno sparuto albero di natale con quattro palline e quattro luci è nell'angolo opposto della cucina. Padre e figlio stanno discutendo piacevolmente.
-Papà... io glielo ho spiegato che pensare ad essere buoni una volta l'anno, e dimenticarsi degli affetti per il resto dell'anno è molto ipocrita, ma non ci sono santi di farglielo capire a quella testaccia dura.
-Sai bene che gli atei come noi sono sempre visti di cattivo occhio da chi non riesce a guardare oltre il lume del proprio naso, ma che cosa ci vuoi fare?
-Niente: l'importante è andare avanti per la propria strada tenendo il massimo rispetto per coloro i quali hanno invece deciso di seguire altre strade. Finché c'è rispetto, c'è tutto.
-Bravo, belle parole. E tanto ormai negli ultimi anni il valore spirituale di questa festa è andato sempre più scemando, in favore del valore commerciale. E secondo me invece non dovresti sottovalutare questa funzione, specie in vista di future ipotesi lavorative nel campo della grande distribuzione.
-Ma certo! Un'occasione del genere non ho nessuna intenzione di farmela sfuggire. Vaben, io sono stanco, finiamo di mangiare che vado a dormire.
La bambina guarda E.S. sconvolta: -Ma... ma.... ma che razza di cena della Vigilia sarebbe mai questa?
-Ma noi da sempre siamo at...
E.S. si interrompe, mentre la bambina comincia a singhiozzare rumorosamente, e quindi scoppia in un pianto disperato, prende per il braccio E.S. e lo tira indietro. Un istante di buio e i due si trovano di nuovo nella camera da letto di E.S., che si avvicina alla bambina e cerca di abbracciarla per rincuorarla un po', ma scopre che ella è evanescente come un fantasma, e non è in grado di toccarla.
Passano pochissimi istanti, e una seconda figura supera la porta della camera da letto. È un uomo altissimo, quasi un gigante: sarà alto almeno due metri e trenta, ha dovuto piegarsi in avanti per passare dall'uscio e ora rischia di dare una sonora capocciata al lampadario in vetro di Murano che scende dal tetto della camera. Non è solo altissimo, è letteralmente enorme: ha una rotondità non indifferente e il fisico di un camionista norvegese in piena attività. Non appena entra e assiste a quella scena, diventa furioso: -Ma che cosa succede? Ma questo non mi era mai successo! Ebenizer, che cosa hai combinato?
-Ma io non...
Afferra l'esile (in confronto...) E.S. per il braccio sinistro e lo scuote violentemente: -A quanto pare con te sarà più difficile del previsto, eh? Bene, niente paura: io sono lo spirito del natale presente e ti farò scoprire che cosa ne pensa di te chi lavora con te, i tuoi collaboratori e soprattutto... vieni con me!
Un altro strattone, di nuovo buio, e di nuovo luce. In mezzo alla strada, nel quartiere dove abita Mike. Lo spirito del Natale presente prende E.S. di peso e lo spinge contro la porta di casa. E.S. la attraversa come un fantasma, ma poi si spalma contro la parete opposta a circa un metro con un tonfo secco.
Mentre il povero E.S. si allontana dalla parete e comincia a tastarsi il naso per capire se è tutto intero (rendendosi conto che la sua immagine non si riflette nello specchio accanto al punto ove è andato a sbattere) il fantasma lo prende per l'avambraccio destro e lo tira sulla sua destra, fino a raggiungere il salone della casa di Mike.
La tavola è apparecchiata, e sono presenti varie decorazioni natalizie, compreso un albero di natale piacevolmente decorato, delle calze rosse attaccate a una mensola sulla parete e persino due palline rosse attaccate alla carrozzina parcheggiata a capotavola.
Mike e la moglie sono in piedi ai lati della carrozzina, su cui è seduto un bambino dell'apparente età di otto anni, senza capelli né sopraciglia, con degli occhi di un blu così profondo che potresti annegare nel suo sguardo. La sua espressione è molto serafica, e mentre gli altri parenti stanno discutendo del posto di lavoro di Mike, prende la parola con qualche difficoltà ma un tono risoluto: -Smettetela. D'accordo, non è venuto qui, ma ha comunque rispetto di noi, e noi dobbiamo rispettare le sue scelte spirituali. Prima di tutto perché noi non possiamo giudicare un uomo solo perché ha deciso di non festeggiare il Santo Natale, giudicare è un compito di Dio. Secondo, perché comunque è Natale, e dobbiamo mostrarci comprensivi e rispettosi per il nostro prossimo, soprattutto per l'uomo che ha fatto così tanto per la nostra famiglia.
Commenti di approvazione girano per la tavola, sopra tutti quanti quello della madre: -Bravo Timmy. Belle parole, le tue. E in fondo anche se domani tuo padre sarà in ufficio già di mattina presto, sarà comunque un Natale splendido.
Lo spirito del natale presente guarda la scena strabuzzando gli occhi, poi si gira di scatto verso E.S.: -Ebenizer vuoi spiegarmi che diavolo significa?
Gli da uno spintone e in un breve istante di oscurità ritornano nella camera da letto, dove la bambina è ancora lì in lacrime. Una terza figura con un saio nero e incappucciato entra nella stanza, mentre E.S. prende la parola: -È quello che sto cercando di dire da un pezzo. Prima di tutto io...
E.S. si ferma osservando la figura incappucciata che lo guarda puntandogli contro una mano ossuta che fa capolino da una manica troppo larga.
-Spirito del natale futuro, eh? E vuoi portare Ebenizer Scrooge con te a mostrargli che cosa lo aspetta nel natale del futuro, giusto? Bene. Aspetta uno stramaledetto istante, adesso.
Un ruggito cupo risuona per la stanza, ma lo spirito del natale presente gli indica la bambina che piange e gli fa: -Un minuto, Bruce. C'è qualcosa che non va...
-Ecco, appunto. Intanto io non so chi diavolo sia questo Ebenizer Scrooge che continuate a cercare, anche perché io mi chiamo Erbert Soorce! E avevo cercato di spiegarlo a quell'altro squinternato di... come si chiama, Jack?
-Jacob- lo corregge lo spirito del natale futuro con una voce cupa.
-Sì, Jacob. Il mio ex socio? Ma quale ex socio? Io vinsi alla lotteria dieci anni fa e ho aperto i grandi magazzini Soorce da solo! Quale cavolo di socio?
Si gira, guardando in direzione del terzo spirito: -E ora? Vuoi farmi vedere il natale futuro? Andiamo pure! Vuoi mostrarmi Mike e la moglie che piangono sulla tomba del piccolo Timmy? Lo so già. Lo sappiamo già tutti quanti: Timmy è un malato terminale di cancro. Gli hanno amputato le gambe, e ogni settimana si sottopone a massacranti cicli di chemioterapia e radioterapia, che lo lasciano debilitato anche per due giorni. Eppure lui per primo se ne è fatta una ragione. Ha una forza incredibile, quel povero bambino: il suo semplice sorriso mi ha insegnato più cose di quante abbiate cercato di farmene imparare voi tre, anzi quattro squinternati in una intera stramaledetta serata. Altrimenti perché pensate che sono io a pagare tutte le sue costosissime spese mediche?
La bambina, continando a singhiozzare, alza lo sguardo e chiede, incredula: -Sei tu che paghi le sue spese mediche?
-Andiamo: Mike con il solo stipendio di segretario non riuscirebbe a donare alla sua famiglia quella dignità che li fa andare avanti ogni giorno! Lo considero un brav'uomo, che non merita di vivere un dolore così grande!
Dalla porta spuntò Jacob, puntando baldanzoso il dito contro Erbert: -Ma Mike domani sarà al lavoro, anzi lo saranno tutti quanti. L'hai detto tu stamattina, e lui l'ha confermato. Avete detto che ci sarà molto da lavorare! Mike sarà lontano dalla famiglia...
-E certo! Le decorazioni non si metteranno da sole in sala, e c'è bisogno di cucinare per tutti i dipendenti, ma siamo tutti quanti felici di poter passare una giornata in compagnia e in allegria, forse in nome del natale, ma soprattutto in nome del rapporto di fiducia e amicizia che ci lega tutti quanti. Mike mi ha promesso che con molti dipendenti verranno di mattina presto, mentre i familiari ci raggiungeranno solo a ora di pranzo!
-Cosa?
-Domani abbiamo il pranzo aziendale di natale, nonché la festa per tutti i figli dei dipendenti. Come ho già fatto negli ultimi cinque anni mi vestirò da Babbo Natale e consegnerò regali a tutti i bambini dei dipendenti.- Erbert si fermò, fece un sospiro e i suoi occhi divennero lucidi. -Me lo chiese Timmy quando era più piccolo, e io non ho avuto bisogno di pensarci un solo istante, prima di promettergli che avrei organizzato la festa di natale aziendale ogni anno. Visto? Non c'è bisogno di spiritualità per fare delle buone azioni.
I quattro fantasmi uscirono dalla stanza, visibilmente commossi, tenendosi spalla su spalla. Aver sbagliato il proprio lavoro è seccante, ma aver cercato di lanciare un messaggio a una persona come Erbert Soorce era stato l'errore più stupido che mai si potesse fare. L'ultima frase che echeggiò nella stanza, prima che la porta si richiudesse, fu quella di Erbert, che concludeva: -Ad ogni modo, se vorrete unirvi a noi domani, ne saremo molto lieti tutti quanti. Per me il natale non è altro che un giorno festivo sul calendario, in cui si chiude bottega. Ma questo non ci proibisce di riunirci tutti insieme per un momento di spensieratezza, lontani dallo stress e dal tran tran quotidiano del lavoro, riscoprendo l'altissimo valore dell'amicizia, e della famiglia.
E.S., presidente di una grossa corporazione che gestisce centri commerciali in metà Europa è nel suo ufficio. Sono le nove di mattina.
Improvvisamente bussano alla porta: una persona trafelata si fionda quindi dentro l'ufficio con una serie di cartellette e incartamenti in mano: -Mi scusi, signore: c'è un traffico tremendo per via della vigilia, ed ho trovato pure la neve per strada.
E.S. alza lo sguardo dallo schermo del portatile che ha sulla scrivania, e tira un'occhiataccia al suo segretario, poi ritorna con lo sguardo e la concentrazione alle immagini del computer.
Mentre l'uomo appena arrivato deposita tutte le cartellette sulla scrivania accanto a quella presidenziale, e si avvicina alla parete per appendere il cappottone imbiancato dalla neve che sta cercando di togliersi velocemente, però, E.S. riprende la parola senza distogliere lo sguardo: -Lo so che c'è confusione, Mike. Ma lo sapevi anche tu che sarebbe stato così oggi. Potevi organizzarti meglio e partire qualche minuto prima, o forse vorresti dirmi che dovevi accompagnare i tuoi figli a scuola?
Mike si ferma vicino alla parete con la giacca in mano: -Ha ragione, signore. Mi scusi, non si ripeterà più.
-È già pronto tutto? Lo sai che domani non possiamo sbagliare. Ci sarà un sacco da lavorare, però.
Il repentino cambio di argomento da parte di E.S. lascia per un istante il giovane segretario con le sopracciglia alzate, ma poi torna l'abitudine al lavoro e subito risponde: -Naturalmente. Tutto organizzato sin nei minimi dettagli: domani mattina alle otto in punto saremo tutti quanti qui; non un solo dipendente si è azzardato di proporre scuse o prendere giorni di malattia. Sappiamo tutti quanti che ci sarà del lavoro duro da fare, ma siamo tutti pronti, stia sicuro, signore.
Il presidente accenna una specie di abbozzo di sorriso e poi i due cominciano la giornata analizzando conti e studiando strategie commerciali da applicarsi con l'anno nuovo.
Giunge finalmente la sera, si fanno le 19 e il grande edificio di uffici chiude. Mike e il presidente escono dallo stabile deserto.
-Uff, si è fatto tardi, ma è la sera della Vigilia. Signore, è sicuro di non voler venire da noi in questa cena di Natale?
Mike si rivolge con un sorriso amichevole al suo presidente, nonostante l'espressione stanca di entrambi, ma quest'ultimo lo guarda di sottecchi con un'espressione scura: -Sai bene cosa ne penso di Natale, per cui lasciami perdere. A domani.
E.S. arriva davanti alla casa, un po' defilata dal centro città. Grande, austera e vuota. Si avvicina alla porta e guarda il battacchio di ottone in stile antico. Il solito leone che tiene l'anello gli fa l'occhiolino.
E.S. rimane surgelato davanti alla porta e comincia a guardare il fregio, che appare statico e freddo come al solito. L'uomo fa spallucce e varca la porta d'ingresso, chiudendosela alle spalle con un colpo secco.
Serata. E.S. è da solo, in casa, in vestaglia e davanti al caminetto acceso in un salone molto grande. Si siede in poltrona con un bicchiere di brandy in mano, quando all'improvviso sente un rumore secco che risuona dalla stanza adiacente.
-Ma che...?
La porta si spalanca con un colpo secco e una figura evanescente si fionda dentro la camera, trascinandosi appresso delle catene attaccate a dei grossi macigni.
E.S. è letteralmente paralizzato da questa visione: l'uomo si avvicina al piano-bar, si versa una copiosa dose di scotch in un bicchiere e poi si posiziona malamente sulla poltrona da cui E.S. è schizzato via quando ha assistito a quella visione assurda.
Una veloce sgargarozzata di quasi tutto il bicchiere, un commentaccio a proposito del bicchiere che il fantasma continua a tenere con la mano sinistra, e poi stende il braccio puntandolo verso l'uomo, che sta abbandonando il terrore per cercare di capire chi sia quell'entità. Poi il fantasma comincia a parlare, come un fiume in piena avvolge l'uomo di parole: -Ebenizer Scrooge: suppongo che tu ti stia ricordando di me, sono Jacob, il tuo vecchio socio. Sono qui per lanciarti un messaggio: non fare il mio stesso errore, mio buon amico. Non isolarti e non morire da solo come ho fatto io. Non puoi portarti i soldi nella tomba, e finirai come me e a cercare di vedere la luce nell'oscurità dell'aldilà, senza una meta fino alla fine dei tempi. Questa notte riceverai la visita di altri tre spiriti, come me, che ti mostreranno come puoi cambiare. Ora devo andare, vecchio bastardo. Ricordati delle mie parole: i tuoi soldi non ti seguiranno nella tomba.
La figura evanescente scompare come in una specie di dissolvenza. Il bicchiere che stringeva in mano con un residuo di whisky cade sulla moquette con un tonfo sordo e macchiando in terra. Ci vogliono diversi minuti prima che E.S., sconvolto, si riscossa dalla sua catatonia.
-Il mio ex socio... Jacob?
Passano un paio d'ore, l'uomo molto preoccupato da questa strana storia è ormai in camera da letto, e sta per infilarsi fra il calore del piumone, quando uno scricchiolio scuote il corridoio fuori dalla camera.
La porta della camera da letto (chiusa a chiave, nonostante l'uomo fosse da solo) si spalanca di schianto con un rumore violentissimo. Ne entra una figura simile a una bambina di neanche dodici anni, meno incorporea del fantasma che ha visitato l'uomo solo un paio d'ore prima; si avvicina, gli acchiappa una mano e comincia: -Buona sera, Ebenizer. Io sono lo spirito dei natali passati e sono qui per farti rivedere come hai vissuto questo periodo dell'anno nel passato.
-Ma, ma io...
-Oh, taci, abbiamo fretta.
La ragazzina da uno strattone al braccio di E.S., la stanza cade nell'oscurità e improvvisamente i due si trovano sul balcone di un grosso condominio. La bambina continua: -Non possono vederci, né toccarci, ma noi potremo vivere questa storia in tempo reale, come un film. Vieni, Ebenizer: entriamo.
-Ma io...
-Non discutere, brutto idiota, guarda che cosa succedeva a Natale quando eri piccolo. Vedrai se non ti commuoverai quando rivedrai i tuoi genitori!
La scena è molto semplice: i due genitori e il ragazzino dai lineamenti molto simili a quelli di E.S. sono seduti intorno alla tavola. Su un mobile alla parete un televisore a colori da 28" manda in onda il telegiornale della sera. Uno sparuto albero di natale con quattro palline e quattro luci è nell'angolo opposto della cucina. Padre e figlio stanno discutendo piacevolmente.
-Papà... io glielo ho spiegato che pensare ad essere buoni una volta l'anno, e dimenticarsi degli affetti per il resto dell'anno è molto ipocrita, ma non ci sono santi di farglielo capire a quella testaccia dura.
-Sai bene che gli atei come noi sono sempre visti di cattivo occhio da chi non riesce a guardare oltre il lume del proprio naso, ma che cosa ci vuoi fare?
-Niente: l'importante è andare avanti per la propria strada tenendo il massimo rispetto per coloro i quali hanno invece deciso di seguire altre strade. Finché c'è rispetto, c'è tutto.
-Bravo, belle parole. E tanto ormai negli ultimi anni il valore spirituale di questa festa è andato sempre più scemando, in favore del valore commerciale. E secondo me invece non dovresti sottovalutare questa funzione, specie in vista di future ipotesi lavorative nel campo della grande distribuzione.
-Ma certo! Un'occasione del genere non ho nessuna intenzione di farmela sfuggire. Vaben, io sono stanco, finiamo di mangiare che vado a dormire.
La bambina guarda E.S. sconvolta: -Ma... ma.... ma che razza di cena della Vigilia sarebbe mai questa?
-Ma noi da sempre siamo at...
E.S. si interrompe, mentre la bambina comincia a singhiozzare rumorosamente, e quindi scoppia in un pianto disperato, prende per il braccio E.S. e lo tira indietro. Un istante di buio e i due si trovano di nuovo nella camera da letto di E.S., che si avvicina alla bambina e cerca di abbracciarla per rincuorarla un po', ma scopre che ella è evanescente come un fantasma, e non è in grado di toccarla.
Passano pochissimi istanti, e una seconda figura supera la porta della camera da letto. È un uomo altissimo, quasi un gigante: sarà alto almeno due metri e trenta, ha dovuto piegarsi in avanti per passare dall'uscio e ora rischia di dare una sonora capocciata al lampadario in vetro di Murano che scende dal tetto della camera. Non è solo altissimo, è letteralmente enorme: ha una rotondità non indifferente e il fisico di un camionista norvegese in piena attività. Non appena entra e assiste a quella scena, diventa furioso: -Ma che cosa succede? Ma questo non mi era mai successo! Ebenizer, che cosa hai combinato?
-Ma io non...
Afferra l'esile (in confronto...) E.S. per il braccio sinistro e lo scuote violentemente: -A quanto pare con te sarà più difficile del previsto, eh? Bene, niente paura: io sono lo spirito del natale presente e ti farò scoprire che cosa ne pensa di te chi lavora con te, i tuoi collaboratori e soprattutto... vieni con me!
Un altro strattone, di nuovo buio, e di nuovo luce. In mezzo alla strada, nel quartiere dove abita Mike. Lo spirito del Natale presente prende E.S. di peso e lo spinge contro la porta di casa. E.S. la attraversa come un fantasma, ma poi si spalma contro la parete opposta a circa un metro con un tonfo secco.
Mentre il povero E.S. si allontana dalla parete e comincia a tastarsi il naso per capire se è tutto intero (rendendosi conto che la sua immagine non si riflette nello specchio accanto al punto ove è andato a sbattere) il fantasma lo prende per l'avambraccio destro e lo tira sulla sua destra, fino a raggiungere il salone della casa di Mike.
La tavola è apparecchiata, e sono presenti varie decorazioni natalizie, compreso un albero di natale piacevolmente decorato, delle calze rosse attaccate a una mensola sulla parete e persino due palline rosse attaccate alla carrozzina parcheggiata a capotavola.
Mike e la moglie sono in piedi ai lati della carrozzina, su cui è seduto un bambino dell'apparente età di otto anni, senza capelli né sopraciglia, con degli occhi di un blu così profondo che potresti annegare nel suo sguardo. La sua espressione è molto serafica, e mentre gli altri parenti stanno discutendo del posto di lavoro di Mike, prende la parola con qualche difficoltà ma un tono risoluto: -Smettetela. D'accordo, non è venuto qui, ma ha comunque rispetto di noi, e noi dobbiamo rispettare le sue scelte spirituali. Prima di tutto perché noi non possiamo giudicare un uomo solo perché ha deciso di non festeggiare il Santo Natale, giudicare è un compito di Dio. Secondo, perché comunque è Natale, e dobbiamo mostrarci comprensivi e rispettosi per il nostro prossimo, soprattutto per l'uomo che ha fatto così tanto per la nostra famiglia.
Commenti di approvazione girano per la tavola, sopra tutti quanti quello della madre: -Bravo Timmy. Belle parole, le tue. E in fondo anche se domani tuo padre sarà in ufficio già di mattina presto, sarà comunque un Natale splendido.
Lo spirito del natale presente guarda la scena strabuzzando gli occhi, poi si gira di scatto verso E.S.: -Ebenizer vuoi spiegarmi che diavolo significa?
Gli da uno spintone e in un breve istante di oscurità ritornano nella camera da letto, dove la bambina è ancora lì in lacrime. Una terza figura con un saio nero e incappucciato entra nella stanza, mentre E.S. prende la parola: -È quello che sto cercando di dire da un pezzo. Prima di tutto io...
E.S. si ferma osservando la figura incappucciata che lo guarda puntandogli contro una mano ossuta che fa capolino da una manica troppo larga.
-Spirito del natale futuro, eh? E vuoi portare Ebenizer Scrooge con te a mostrargli che cosa lo aspetta nel natale del futuro, giusto? Bene. Aspetta uno stramaledetto istante, adesso.
Un ruggito cupo risuona per la stanza, ma lo spirito del natale presente gli indica la bambina che piange e gli fa: -Un minuto, Bruce. C'è qualcosa che non va...
-Ecco, appunto. Intanto io non so chi diavolo sia questo Ebenizer Scrooge che continuate a cercare, anche perché io mi chiamo Erbert Soorce! E avevo cercato di spiegarlo a quell'altro squinternato di... come si chiama, Jack?
-Jacob- lo corregge lo spirito del natale futuro con una voce cupa.
-Sì, Jacob. Il mio ex socio? Ma quale ex socio? Io vinsi alla lotteria dieci anni fa e ho aperto i grandi magazzini Soorce da solo! Quale cavolo di socio?
Si gira, guardando in direzione del terzo spirito: -E ora? Vuoi farmi vedere il natale futuro? Andiamo pure! Vuoi mostrarmi Mike e la moglie che piangono sulla tomba del piccolo Timmy? Lo so già. Lo sappiamo già tutti quanti: Timmy è un malato terminale di cancro. Gli hanno amputato le gambe, e ogni settimana si sottopone a massacranti cicli di chemioterapia e radioterapia, che lo lasciano debilitato anche per due giorni. Eppure lui per primo se ne è fatta una ragione. Ha una forza incredibile, quel povero bambino: il suo semplice sorriso mi ha insegnato più cose di quante abbiate cercato di farmene imparare voi tre, anzi quattro squinternati in una intera stramaledetta serata. Altrimenti perché pensate che sono io a pagare tutte le sue costosissime spese mediche?
La bambina, continando a singhiozzare, alza lo sguardo e chiede, incredula: -Sei tu che paghi le sue spese mediche?
-Andiamo: Mike con il solo stipendio di segretario non riuscirebbe a donare alla sua famiglia quella dignità che li fa andare avanti ogni giorno! Lo considero un brav'uomo, che non merita di vivere un dolore così grande!
Dalla porta spuntò Jacob, puntando baldanzoso il dito contro Erbert: -Ma Mike domani sarà al lavoro, anzi lo saranno tutti quanti. L'hai detto tu stamattina, e lui l'ha confermato. Avete detto che ci sarà molto da lavorare! Mike sarà lontano dalla famiglia...
-E certo! Le decorazioni non si metteranno da sole in sala, e c'è bisogno di cucinare per tutti i dipendenti, ma siamo tutti quanti felici di poter passare una giornata in compagnia e in allegria, forse in nome del natale, ma soprattutto in nome del rapporto di fiducia e amicizia che ci lega tutti quanti. Mike mi ha promesso che con molti dipendenti verranno di mattina presto, mentre i familiari ci raggiungeranno solo a ora di pranzo!
-Cosa?
-Domani abbiamo il pranzo aziendale di natale, nonché la festa per tutti i figli dei dipendenti. Come ho già fatto negli ultimi cinque anni mi vestirò da Babbo Natale e consegnerò regali a tutti i bambini dei dipendenti.- Erbert si fermò, fece un sospiro e i suoi occhi divennero lucidi. -Me lo chiese Timmy quando era più piccolo, e io non ho avuto bisogno di pensarci un solo istante, prima di promettergli che avrei organizzato la festa di natale aziendale ogni anno. Visto? Non c'è bisogno di spiritualità per fare delle buone azioni.
I quattro fantasmi uscirono dalla stanza, visibilmente commossi, tenendosi spalla su spalla. Aver sbagliato il proprio lavoro è seccante, ma aver cercato di lanciare un messaggio a una persona come Erbert Soorce era stato l'errore più stupido che mai si potesse fare. L'ultima frase che echeggiò nella stanza, prima che la porta si richiudesse, fu quella di Erbert, che concludeva: -Ad ogni modo, se vorrete unirvi a noi domani, ne saremo molto lieti tutti quanti. Per me il natale non è altro che un giorno festivo sul calendario, in cui si chiude bottega. Ma questo non ci proibisce di riunirci tutti insieme per un momento di spensieratezza, lontani dallo stress e dal tran tran quotidiano del lavoro, riscoprendo l'altissimo valore dell'amicizia, e della famiglia.
giovedì 23 dicembre 2010
L'edificio
Il paese non è molto grande, mi ricorda una via di mezzo fra Città Giardino e Borgo Valsugana. Sulla stradina fra le case c'è il classico groviglio di auto parcheggiate, uno, forse due posti liberi già da tempo. Ma noi stiamo aspettando nascosti nella mia Ford parcheggiata dal pomeriggio.
Poi, finalmente, arriva. Si tratta di una vecchissima Peugeot 205 rossa, mezza arrugginita, mezza scassata e con i segni di un tamponamento sulla fiancata anteriore sinistra molto violento, riparato alla pene di segugio, e con segni di ruggine che fanno intendere si tratti di un incidente molto vecchio.
Gaetano ha attirato la mia attenzione indicandomi l'auto che arranca verso un parcheggio poco scostato davanti a noi: -È il momento. Tieniti pronto e andiamo.
Guardo l'auto con molta indecisione: mi viene molto difficile credere che sia la porta verso quella che promette di essere un'avventura, ma non solo per rappresentare un modo interessante di trascorrere una notte, quanto piuttosto per capire una volta per tutte che cosa succede lì sotto in Ortigia, dove dovremmo essere diretti fra poco.
La persona che scende dalla 205 è un uomo basso, tarchiato, sulla sessantina. Pochi capelli bianco-giallognoli e una barba incolta che incornicia una faccia piena di rughe e nei; due occhietti neri e sorcini che sembrano scrutare in tutte le direzioni. Sbatte in malo modo lo sportello e si allontana in direzione di un portone sulla sinistra. Ci sono delle palazzine di due-tre piani che sembrano il risultato dell'edilizia moderna degli anni '90, e appaiono con colori gradevoli che non si stagliano bene nell'oscurità, e l'interno dell'androne da cui si riesce a vedere dall'esterno le pareti di cemento armato lasciate grezze e con il segno delle assi di carpenteria che hanno creato il box per il calcestruzzo.
Restiamo fermi in auto, in attesa. La luce sulla scala si spegne e rimane solo la fioca illuminazione interna. Non guardo Gaetano, sul sedile del passeggero, ma è a lui che mi rivolgo: -Ma... non l'ha neppure chiusa a chiave?
-Non credo che la serratura dello sportello funzioni. Anzi: guarda in che condizioni la tiene: pensa che nessuno potrebbe mai rubargliela.
Gaetano esce silenziosamente dall'auto. Lo seguo e ci avviciniamo con fare furtivo a quel catorcio, poi quasi strisciando la raggiungiamo e montiamo a bordo. Solo un attimo, e poco prima che Gaetano provi a strappare i cavetti per accenderla, mi scopro a fare un gesto molto americano: abbasso il parasole consunto sul lato guidatore, e il mazzo di chiavi ne salta fuori laconico.
Ci guardiamo nell'oscurità, soffocando una risata, poi con molta attenzione Gaetano inserisce le chiavi e accende il quadro. Un respiro profondo e gira la chiave. Il motore parte al primo colpo: retromarcia e ci allontaniamo lentamente e silenziosamente, poi usciamo dal palazzo e via a tutta velocità.
Percorriamo strade non ben identificate, in mezzo ad agglomerati di case, per quasi un'ora, giungendo infine a Siracusa dal lato del Villaggio Miano. Gaetano continua tranquillo in direzione di Ortigia, poi finalmente prendiamo la sopraelevata che, accanto al ponte umbertino, sale in direzione del retro di Ortigia.
L'isola di Ortigia appare come un agglomerato di periferia di un ambiente modernissimo. Ci sono grattacieli, ma in mezzo sbucano palazzi antichi e reperti archeologici (la sopraelevata ha un gigantesco pilone di metallo che si spalma al centro del Tempio di Apollo (mafia e interessi economici hanno prevaricato sull'interesse storico?). Arriviamo quasi all'altezza del lungomare, e ci fermiamo. Qualcuno arriva da un bugigattolo fra due grattacieli, ove appare una piccola costruzione mezza diroccata. Non facciamo domande, e neanche lui ne fa a noi: si limita ad accompagnarci dentro la costruzione.
Prendiamo una scala, e scendiamo subito sotto al livello della strada. A questo punto percorriamo un corridoio molto lungo, scarsamente illuminato e con diverse infiltrazioni d'acqua e macchie di muffa in giro, anche se appare come di muratura.
Dopo diversi minuti di camminata arriviamo davanti ad una porta. Il tizio che ci accompagna apre la porta e ci fa cenno di entrare, poi la chiude rimanendo fuori.
Siamo in una specie di montacarichi in metallo arrugginito. C'è una sola lampadina che pende dal tetto: Gaetano mi guarda con un'espressione interrogativa. Io mi avvicino alla porta, ove c'è una pulsantiera consunta con solo due tasti. Premo quello più in alto e il montacarichi si avvia con uno scossone e una serie inquietante di cigolii di metallo: -Ormai siamo arrivati a questo punto, non possiamo fermarci...
L'ascensore si muove ad una velocità più o meno normale, e davanti all'ingresso scorre solo una parete impolverata e bisunta. Passano almeno cinque minuti, quando finalmente ci troviamo davanti ad un'apertura con la porta scardinata e una serie di fili elettrici che vengono fuori dalla serratura. Stiamo per saltare fuori al volo, ma l'ascensore si ferma all'altezza di questo strano piano. Scendiamo e giriamo lungo un corridoio che ha una parete sulla destra e una serie di finestre sulla sinistra. Dalle finestre filtra la luce notturna, ma il cielo appare lentamente illuminarsi, e mentre camminiamo il sole comincia molto lentamente ad alzarsi.
In contrasto con la porta dell'ascensore arrugginita e scardinata, questo ambiente appare molto pulito e ordinato.
Passano ancora diversi minuti di percorso, poi il corridoio finisce su una specie di porta-finestra che da su una passerella di metallo. Apro questa porta e continuiamo lungo la passerella, mentre i primi raggi di sole rossastri sulla nostra sinistra stanno illuminando l'ambiente.
Non siamo ad un'altezza eccessiva (più o meno all'altezza di un quarto piano medio), e la passerella finisce sul tetto dell'edificio di fronte a noi. Dietro di noi c'è un grattacielo di vetro e cemento, la costruzione ove ci dirigiamo invece cade letteralmente a pezzi.
Appena lasciamo la passerella e cominciamo a calpestare la terrazza, ci sono diversi inquietanti scricchiolii che vengono dal pavimento: diverse volte ci muoviamo con molta circospezione, trattenendo letteralmente il respiro. Finalmente arriviamo in una specie di costruzione con una porta, e la apriamo trovando una scala che scende al piano inferiore. Entriamo tranquillamente e scendiamo, trovandoci in un ambiente molto grande. Sulla sinistra c'è una specie di porta-finestra che da su un balcone a raso (praticamente una vecchia ringhiera su una struttura di 10cm). Sul lato destro vicino alla finestra scende una scala, mentre al centro della grande stanza c'è una struttura stranissima. All'altezza di circa 50cm dal pavimento c'è un grosso piano inclinato, che appare come una specie di gigantesco scivolo che percorre verso il piano inferiore. Sulla superficie appaiono delle scritte in vernice bianca con delle frecce che indicano la discesa e un paio di volte appare la parola "USCITA".
Davanti a noi, avvicinandosi a questo piano, c'è un punto dal quale si potrebbe saltare, e c'è una specie di ringhiera di metallo dipinta di giallo, alta 15-20cm rispetto al piano, e mi sono avvicinato ad un punto in cui c'è un cartello di lamiera metallizzata con un cartello di senso vietato e le parole "DIVIETO DI ACCESSO".
Mi giro verso Gaetano: -Io non sono qui per rispettare dei divieti. Andiamo di qua, o vuoi prendere le scale e vediamo come va a finire?
Gaetano mi risponde con circospezione: -Preferisco affrontare le scale.
Quindi si gira e torna indietro verso la rampa di scale. Lo seguo con lo sguardo finché sparisce, poi mi guardo intorno nell'ambiente e, infine, salgo sulla struttura e metto la mano destra sul corrimano sopra il cartello di divieto per spingermi e scavalcarlo, ma in quella una voce mi fa girare di scatto: -Da lì non è consentito. Conosci le regole del gioco, dobbiamo fare le scale.
C'è una ragazza. Capelli biondi, lisci, lunghi fino alle spalle. È vestita in modo pressoché normale, ed ha in mano una cartelletta con, legato in punta, una specie di apparecchio.
-A dire il vero non mi sono state spiegate bene le regole, e comunque non credevo di fare niente di male.
-Non mi interessa. Devo multarti: mi devi cinque euro.
La ragazza preme qualche tasto sull'apparato nella cartelletta, poi si avvicina tendendo la mano destra verso di me. Infilo una mano in tasca e le rispondo: -Allora dammi tu quindici euro, perché ne ho venti addosso.
-Non c'è problema.
La ragazza si infila la mano in tasca, prende il portafogli e ne toglie due banconote: una da dieci e una da cinque.
Io prendo il portafogli, guardo i venti euro, poi le restituisco i dieci euro che mi ha dato lei: -Ah, no. Ricordavo male: ho dieci euro. Tengo i cinque di resto.
Lei non batte ciglio e riprende in mano i dieci euro, li rimette nel portafogli soddisfatta e poi mi indica la scala da cui è sparito Gaetano un minuto prima: -Vogliamo andare, adesso?
-Naturalmente.
La seguo. Cominciamo a scendere la scala: sono due rampe contrapposte che riportano davanti alla porta-finestra del balcone del terzo piano, ma a questo punto l'ambiente appare come un piccolo androne di piano, con delle pareti accanto alla finestra e delle porte di legno. Il legno appare marcio, bucato e danneggiato dal tempo e dall'umidità. Mi avvicino alla continuazione della rampa per scendere di un altro piano, ma la ragazza mi ferma: -Aspetta. Sai che dobbiamo tirare i dadi ogni volta, e dovresti raccogliere qualcosa da ogni piano.
La ragazza si infila una mano in tasca e ne estrae tre dadi (sono tre sassolini scolpiti a forma di cubo alla peggio, con i puntini sulle facce che sembrano piuttosto delle macchie di unto). Li getta e li raccoglie non appena si fermano, mentre io mi avvicino alla porta-finestra e la apro con attenzione. La porta si scardina e acchiappo al volo il vetro che sta per cadere. Lo poggio a terra, poi mi inginocchio e guardo la base della ringhiera, dove il balcone appare diroccato e seminato di sassolini. Prendo un sasso grosso come mezzo limone, e lo porgo alla ragazza: -Dammi subito quei dadi, d'ora in avanti li tengo io. Tu tieni questo.
Mi guarda con stizza, come se le avessi rovinato il gioco, ma mi porge i dadi. Le do il sasso e mi dirigo di nuovo sulla scala. Scendiamo al secondo piano e lancio i dadi in terra. Cinque, cinque, due. Dodici, li raccolgo con la mano destra, mentre con la sinistra prendo una scheggia di vetro che c'è per terra e la porgo di nuovo alla ragazza. Lei la prende in silenzio, ma mentre mi avvicino alla scala per scendere ancora, lei tira un calcio ben assestato alla porta finestra. Una delle due ante di legno e la ringhiera si staccano di netto e precipitano rumorosamente. Guardo la ragazza con un'espressione stupita, ma lei mi supera sulle scale e scende al piano inferiore. Lì le scale sono finite, e la porta finestra conduce a una specie di pozzo luce. Da una porta a sinistra delle scale esce Gaetano, in silenzio. Non mi guarda neppure, né da qualche cenno di saluto, e io faccio altrettanto. La ragazza esce sul pozzo luce, camminando tranquillamente sulle macerie della porta e della ringhiera cadute dal piano superiore. Noto che sta calzando degli stivaletti di pelliccia nera. Usciamo io e Gaetano, e raggiungiamo un punto sul terrazzino che da su una specie di grosso tombino segmentato sul lato opposto alla finestra.
Gaetano e io ci avviniamo al lato sinistro di questo tombino, largo una settantina di centimetri e lungo un paio di metri. Ci sono una quindicina di coperchi di metallo che sembrano collegati fra di loro, con una specie di meccanismo telescopico.
Affrontiamo il primo coperchio, che ha una specie di serratura arrugginita: un paio di calci ben assestati e si sgancia. Cominciamo a far scorrere tutti questi coperchi sulla sinistra, che si sovrappongono uno sull'altro.
Subito sotto appare una specie di scaletta pieghevole: sull'estremo destro c'è un gancio che molliamo, e lentamente facciamo scendere questa scaletta, che si appoggia a una scala in muratura poco più larga che appare in basso.
Io e Gaetano ci guardiamo, e in quella la ragazza mi si fionda letteralmente addosso, gridando: -Fermi! Non possiamo andare avanti, non prima di aver tirato i dadi! Non sappiamo che cosa potrebbe succedere!
Mi strappa letteralmente di mano i dadi e li lancia a casaccio, tanto che uno casca proprio dentro questo tombino e finisce da basso, ma ora lei appare più tranquilla.
Guardo in alto: i balconi appaiono molto vicini sulla nostra destra (meno di due metri) e dall'esterno è molto più evidente la condizione precaria in cui si trova l'intero palazzo. Faccio un segno a Gaetano, che mi fa subito il segno del pollice in alto, poi si infila nel tombino senza toccare la scala e mette i piedi sul lato destro della scala di muratura, nel poco spazio che c'è fra la scala stessa e la struttura di metallo che ci si è appoggiata sopra. Guardiamo in basso: sotto la scala c'è una specie di vetrata a gradini, e sotto la vetrata appare la Carrozza del Senato.
-Eh? Ma siamo finiti a Palazzo Vermexio?
Gaetano scuote la testa: -No, ma siamo comunque vicini: già da qualche anno era stata nascosta. Però c'è qualcosa che non mi convince.
Gaetano si piega sulle ginocchia, e appoggia con molta delicatezza una mano al centro di uno scalino della scala metallica, premendo verso il basso. Subito uno scricchiolio sinistro e un piccolo fiotto di polvere bianca si molla da sotto la scala e si spalma sul vetro sotto di noi: -È in condizioni disastrate: forse la scala di metallo regge, ma quella sotto crollerà di netto seppellendo la carrozza.
-Certo, e guarda in alto- lo interrompo. -Tutti i balconi sono cadenti, e la vibrazione di quel crollo tirerà giù tutto il resto. Anche questa brava ragazza ha tentato di smuovere le acque con quella pedata.
La ragazza ci guarda con un'espressione inquientata, e poi si gira per scappare in direzione della porta-finestra da cui siamo usciti, ma subito Gaetano balza fuori e la spinge in avanti, mentre le stendo la gamba sinistra davanti ai piedi, facendola inciampare e cadere con violenza a terra.
Cerca di rialzarsi, ma Gaetano le è sulla schiena subito. Riesce ad alzare la testa (il naso le comincia a sanguinare lentamente) e mi guarda, mentre io prendo la radio dalla giacca e chiamo: -Ok, potete raggiungerci tutti subito. Situazione sotto controllo.
Mentre giunge un "ricevuto" dall'altra parte, la ragazza, sconvolta, mi chiede quasi gridando: -Ma come? Non è possibile! Conoscevi le regole: niente telefonini cellulari.
La guardo con un sorriso: -Primo, le regole le conosce quel cretino a cui abbiamo fregato la macchina un paio d'ore fa. Secondo, questo non è un cellulare, e terzo non dovevo rispettare nessuna regola, e non l'ho fatto sin dall'inizio: mi hai fatto una multa di cinque euro, ma sei tu che hai pagato cinque euro a me, e non io a te.
Mi guarda, e io mi giro di nuovo a guardare i balconi sopra di noi.
Poi il buio
Apro gli occhi, e cerco di mettere a fuoco la proiezione dell'ora: sono le quattro e venti di mattina... sento il caldo di Lucky sotto al braccio, lo tiro un po' su: -Buongiorno Lucky. Io sono stanco di dirti che non è possibile che mi fai fare sogni del genere ogni volta che ti permetto di dormire insieme a me... ma ti rendi conto che adesso perderò diverse ore solo per digitarlo? (-:
Ma come sempre, mi sono divertito molto! ((-:
Poi, finalmente, arriva. Si tratta di una vecchissima Peugeot 205 rossa, mezza arrugginita, mezza scassata e con i segni di un tamponamento sulla fiancata anteriore sinistra molto violento, riparato alla pene di segugio, e con segni di ruggine che fanno intendere si tratti di un incidente molto vecchio.
Gaetano ha attirato la mia attenzione indicandomi l'auto che arranca verso un parcheggio poco scostato davanti a noi: -È il momento. Tieniti pronto e andiamo.
Guardo l'auto con molta indecisione: mi viene molto difficile credere che sia la porta verso quella che promette di essere un'avventura, ma non solo per rappresentare un modo interessante di trascorrere una notte, quanto piuttosto per capire una volta per tutte che cosa succede lì sotto in Ortigia, dove dovremmo essere diretti fra poco.
La persona che scende dalla 205 è un uomo basso, tarchiato, sulla sessantina. Pochi capelli bianco-giallognoli e una barba incolta che incornicia una faccia piena di rughe e nei; due occhietti neri e sorcini che sembrano scrutare in tutte le direzioni. Sbatte in malo modo lo sportello e si allontana in direzione di un portone sulla sinistra. Ci sono delle palazzine di due-tre piani che sembrano il risultato dell'edilizia moderna degli anni '90, e appaiono con colori gradevoli che non si stagliano bene nell'oscurità, e l'interno dell'androne da cui si riesce a vedere dall'esterno le pareti di cemento armato lasciate grezze e con il segno delle assi di carpenteria che hanno creato il box per il calcestruzzo.
Restiamo fermi in auto, in attesa. La luce sulla scala si spegne e rimane solo la fioca illuminazione interna. Non guardo Gaetano, sul sedile del passeggero, ma è a lui che mi rivolgo: -Ma... non l'ha neppure chiusa a chiave?
-Non credo che la serratura dello sportello funzioni. Anzi: guarda in che condizioni la tiene: pensa che nessuno potrebbe mai rubargliela.
Gaetano esce silenziosamente dall'auto. Lo seguo e ci avviciniamo con fare furtivo a quel catorcio, poi quasi strisciando la raggiungiamo e montiamo a bordo. Solo un attimo, e poco prima che Gaetano provi a strappare i cavetti per accenderla, mi scopro a fare un gesto molto americano: abbasso il parasole consunto sul lato guidatore, e il mazzo di chiavi ne salta fuori laconico.
Ci guardiamo nell'oscurità, soffocando una risata, poi con molta attenzione Gaetano inserisce le chiavi e accende il quadro. Un respiro profondo e gira la chiave. Il motore parte al primo colpo: retromarcia e ci allontaniamo lentamente e silenziosamente, poi usciamo dal palazzo e via a tutta velocità.
Percorriamo strade non ben identificate, in mezzo ad agglomerati di case, per quasi un'ora, giungendo infine a Siracusa dal lato del Villaggio Miano. Gaetano continua tranquillo in direzione di Ortigia, poi finalmente prendiamo la sopraelevata che, accanto al ponte umbertino, sale in direzione del retro di Ortigia.
L'isola di Ortigia appare come un agglomerato di periferia di un ambiente modernissimo. Ci sono grattacieli, ma in mezzo sbucano palazzi antichi e reperti archeologici (la sopraelevata ha un gigantesco pilone di metallo che si spalma al centro del Tempio di Apollo (mafia e interessi economici hanno prevaricato sull'interesse storico?). Arriviamo quasi all'altezza del lungomare, e ci fermiamo. Qualcuno arriva da un bugigattolo fra due grattacieli, ove appare una piccola costruzione mezza diroccata. Non facciamo domande, e neanche lui ne fa a noi: si limita ad accompagnarci dentro la costruzione.
Prendiamo una scala, e scendiamo subito sotto al livello della strada. A questo punto percorriamo un corridoio molto lungo, scarsamente illuminato e con diverse infiltrazioni d'acqua e macchie di muffa in giro, anche se appare come di muratura.
Dopo diversi minuti di camminata arriviamo davanti ad una porta. Il tizio che ci accompagna apre la porta e ci fa cenno di entrare, poi la chiude rimanendo fuori.
Siamo in una specie di montacarichi in metallo arrugginito. C'è una sola lampadina che pende dal tetto: Gaetano mi guarda con un'espressione interrogativa. Io mi avvicino alla porta, ove c'è una pulsantiera consunta con solo due tasti. Premo quello più in alto e il montacarichi si avvia con uno scossone e una serie inquietante di cigolii di metallo: -Ormai siamo arrivati a questo punto, non possiamo fermarci...
L'ascensore si muove ad una velocità più o meno normale, e davanti all'ingresso scorre solo una parete impolverata e bisunta. Passano almeno cinque minuti, quando finalmente ci troviamo davanti ad un'apertura con la porta scardinata e una serie di fili elettrici che vengono fuori dalla serratura. Stiamo per saltare fuori al volo, ma l'ascensore si ferma all'altezza di questo strano piano. Scendiamo e giriamo lungo un corridoio che ha una parete sulla destra e una serie di finestre sulla sinistra. Dalle finestre filtra la luce notturna, ma il cielo appare lentamente illuminarsi, e mentre camminiamo il sole comincia molto lentamente ad alzarsi.
In contrasto con la porta dell'ascensore arrugginita e scardinata, questo ambiente appare molto pulito e ordinato.
Passano ancora diversi minuti di percorso, poi il corridoio finisce su una specie di porta-finestra che da su una passerella di metallo. Apro questa porta e continuiamo lungo la passerella, mentre i primi raggi di sole rossastri sulla nostra sinistra stanno illuminando l'ambiente.
Non siamo ad un'altezza eccessiva (più o meno all'altezza di un quarto piano medio), e la passerella finisce sul tetto dell'edificio di fronte a noi. Dietro di noi c'è un grattacielo di vetro e cemento, la costruzione ove ci dirigiamo invece cade letteralmente a pezzi.
Appena lasciamo la passerella e cominciamo a calpestare la terrazza, ci sono diversi inquietanti scricchiolii che vengono dal pavimento: diverse volte ci muoviamo con molta circospezione, trattenendo letteralmente il respiro. Finalmente arriviamo in una specie di costruzione con una porta, e la apriamo trovando una scala che scende al piano inferiore. Entriamo tranquillamente e scendiamo, trovandoci in un ambiente molto grande. Sulla sinistra c'è una specie di porta-finestra che da su un balcone a raso (praticamente una vecchia ringhiera su una struttura di 10cm). Sul lato destro vicino alla finestra scende una scala, mentre al centro della grande stanza c'è una struttura stranissima. All'altezza di circa 50cm dal pavimento c'è un grosso piano inclinato, che appare come una specie di gigantesco scivolo che percorre verso il piano inferiore. Sulla superficie appaiono delle scritte in vernice bianca con delle frecce che indicano la discesa e un paio di volte appare la parola "USCITA".
Davanti a noi, avvicinandosi a questo piano, c'è un punto dal quale si potrebbe saltare, e c'è una specie di ringhiera di metallo dipinta di giallo, alta 15-20cm rispetto al piano, e mi sono avvicinato ad un punto in cui c'è un cartello di lamiera metallizzata con un cartello di senso vietato e le parole "DIVIETO DI ACCESSO".
Mi giro verso Gaetano: -Io non sono qui per rispettare dei divieti. Andiamo di qua, o vuoi prendere le scale e vediamo come va a finire?
Gaetano mi risponde con circospezione: -Preferisco affrontare le scale.
Quindi si gira e torna indietro verso la rampa di scale. Lo seguo con lo sguardo finché sparisce, poi mi guardo intorno nell'ambiente e, infine, salgo sulla struttura e metto la mano destra sul corrimano sopra il cartello di divieto per spingermi e scavalcarlo, ma in quella una voce mi fa girare di scatto: -Da lì non è consentito. Conosci le regole del gioco, dobbiamo fare le scale.
C'è una ragazza. Capelli biondi, lisci, lunghi fino alle spalle. È vestita in modo pressoché normale, ed ha in mano una cartelletta con, legato in punta, una specie di apparecchio.
-A dire il vero non mi sono state spiegate bene le regole, e comunque non credevo di fare niente di male.
-Non mi interessa. Devo multarti: mi devi cinque euro.
La ragazza preme qualche tasto sull'apparato nella cartelletta, poi si avvicina tendendo la mano destra verso di me. Infilo una mano in tasca e le rispondo: -Allora dammi tu quindici euro, perché ne ho venti addosso.
-Non c'è problema.
La ragazza si infila la mano in tasca, prende il portafogli e ne toglie due banconote: una da dieci e una da cinque.
Io prendo il portafogli, guardo i venti euro, poi le restituisco i dieci euro che mi ha dato lei: -Ah, no. Ricordavo male: ho dieci euro. Tengo i cinque di resto.
Lei non batte ciglio e riprende in mano i dieci euro, li rimette nel portafogli soddisfatta e poi mi indica la scala da cui è sparito Gaetano un minuto prima: -Vogliamo andare, adesso?
-Naturalmente.
La seguo. Cominciamo a scendere la scala: sono due rampe contrapposte che riportano davanti alla porta-finestra del balcone del terzo piano, ma a questo punto l'ambiente appare come un piccolo androne di piano, con delle pareti accanto alla finestra e delle porte di legno. Il legno appare marcio, bucato e danneggiato dal tempo e dall'umidità. Mi avvicino alla continuazione della rampa per scendere di un altro piano, ma la ragazza mi ferma: -Aspetta. Sai che dobbiamo tirare i dadi ogni volta, e dovresti raccogliere qualcosa da ogni piano.
La ragazza si infila una mano in tasca e ne estrae tre dadi (sono tre sassolini scolpiti a forma di cubo alla peggio, con i puntini sulle facce che sembrano piuttosto delle macchie di unto). Li getta e li raccoglie non appena si fermano, mentre io mi avvicino alla porta-finestra e la apro con attenzione. La porta si scardina e acchiappo al volo il vetro che sta per cadere. Lo poggio a terra, poi mi inginocchio e guardo la base della ringhiera, dove il balcone appare diroccato e seminato di sassolini. Prendo un sasso grosso come mezzo limone, e lo porgo alla ragazza: -Dammi subito quei dadi, d'ora in avanti li tengo io. Tu tieni questo.
Mi guarda con stizza, come se le avessi rovinato il gioco, ma mi porge i dadi. Le do il sasso e mi dirigo di nuovo sulla scala. Scendiamo al secondo piano e lancio i dadi in terra. Cinque, cinque, due. Dodici, li raccolgo con la mano destra, mentre con la sinistra prendo una scheggia di vetro che c'è per terra e la porgo di nuovo alla ragazza. Lei la prende in silenzio, ma mentre mi avvicino alla scala per scendere ancora, lei tira un calcio ben assestato alla porta finestra. Una delle due ante di legno e la ringhiera si staccano di netto e precipitano rumorosamente. Guardo la ragazza con un'espressione stupita, ma lei mi supera sulle scale e scende al piano inferiore. Lì le scale sono finite, e la porta finestra conduce a una specie di pozzo luce. Da una porta a sinistra delle scale esce Gaetano, in silenzio. Non mi guarda neppure, né da qualche cenno di saluto, e io faccio altrettanto. La ragazza esce sul pozzo luce, camminando tranquillamente sulle macerie della porta e della ringhiera cadute dal piano superiore. Noto che sta calzando degli stivaletti di pelliccia nera. Usciamo io e Gaetano, e raggiungiamo un punto sul terrazzino che da su una specie di grosso tombino segmentato sul lato opposto alla finestra.
Gaetano e io ci avviniamo al lato sinistro di questo tombino, largo una settantina di centimetri e lungo un paio di metri. Ci sono una quindicina di coperchi di metallo che sembrano collegati fra di loro, con una specie di meccanismo telescopico.
Affrontiamo il primo coperchio, che ha una specie di serratura arrugginita: un paio di calci ben assestati e si sgancia. Cominciamo a far scorrere tutti questi coperchi sulla sinistra, che si sovrappongono uno sull'altro.
Subito sotto appare una specie di scaletta pieghevole: sull'estremo destro c'è un gancio che molliamo, e lentamente facciamo scendere questa scaletta, che si appoggia a una scala in muratura poco più larga che appare in basso.
Io e Gaetano ci guardiamo, e in quella la ragazza mi si fionda letteralmente addosso, gridando: -Fermi! Non possiamo andare avanti, non prima di aver tirato i dadi! Non sappiamo che cosa potrebbe succedere!
Mi strappa letteralmente di mano i dadi e li lancia a casaccio, tanto che uno casca proprio dentro questo tombino e finisce da basso, ma ora lei appare più tranquilla.
Guardo in alto: i balconi appaiono molto vicini sulla nostra destra (meno di due metri) e dall'esterno è molto più evidente la condizione precaria in cui si trova l'intero palazzo. Faccio un segno a Gaetano, che mi fa subito il segno del pollice in alto, poi si infila nel tombino senza toccare la scala e mette i piedi sul lato destro della scala di muratura, nel poco spazio che c'è fra la scala stessa e la struttura di metallo che ci si è appoggiata sopra. Guardiamo in basso: sotto la scala c'è una specie di vetrata a gradini, e sotto la vetrata appare la Carrozza del Senato.
-Eh? Ma siamo finiti a Palazzo Vermexio?
Gaetano scuote la testa: -No, ma siamo comunque vicini: già da qualche anno era stata nascosta. Però c'è qualcosa che non mi convince.
Gaetano si piega sulle ginocchia, e appoggia con molta delicatezza una mano al centro di uno scalino della scala metallica, premendo verso il basso. Subito uno scricchiolio sinistro e un piccolo fiotto di polvere bianca si molla da sotto la scala e si spalma sul vetro sotto di noi: -È in condizioni disastrate: forse la scala di metallo regge, ma quella sotto crollerà di netto seppellendo la carrozza.
-Certo, e guarda in alto- lo interrompo. -Tutti i balconi sono cadenti, e la vibrazione di quel crollo tirerà giù tutto il resto. Anche questa brava ragazza ha tentato di smuovere le acque con quella pedata.
La ragazza ci guarda con un'espressione inquientata, e poi si gira per scappare in direzione della porta-finestra da cui siamo usciti, ma subito Gaetano balza fuori e la spinge in avanti, mentre le stendo la gamba sinistra davanti ai piedi, facendola inciampare e cadere con violenza a terra.
Cerca di rialzarsi, ma Gaetano le è sulla schiena subito. Riesce ad alzare la testa (il naso le comincia a sanguinare lentamente) e mi guarda, mentre io prendo la radio dalla giacca e chiamo: -Ok, potete raggiungerci tutti subito. Situazione sotto controllo.
Mentre giunge un "ricevuto" dall'altra parte, la ragazza, sconvolta, mi chiede quasi gridando: -Ma come? Non è possibile! Conoscevi le regole: niente telefonini cellulari.
La guardo con un sorriso: -Primo, le regole le conosce quel cretino a cui abbiamo fregato la macchina un paio d'ore fa. Secondo, questo non è un cellulare, e terzo non dovevo rispettare nessuna regola, e non l'ho fatto sin dall'inizio: mi hai fatto una multa di cinque euro, ma sei tu che hai pagato cinque euro a me, e non io a te.
Mi guarda, e io mi giro di nuovo a guardare i balconi sopra di noi.
Poi il buio
Apro gli occhi, e cerco di mettere a fuoco la proiezione dell'ora: sono le quattro e venti di mattina... sento il caldo di Lucky sotto al braccio, lo tiro un po' su: -Buongiorno Lucky. Io sono stanco di dirti che non è possibile che mi fai fare sogni del genere ogni volta che ti permetto di dormire insieme a me... ma ti rendi conto che adesso perderò diverse ore solo per digitarlo? (-:
Ma come sempre, mi sono divertito molto! ((-:
mercoledì 10 novembre 2010
Questa me la devo segnare...
Pensavo di aver visto tutto, ma oggi ho scoperto di più: oggi ho scoperto che al peggio non c'è mai fine.
Antefatto: a Siracusa l'acqua di rubinetto è potabile molto al limite, un po' troppo ricca di calcio e calcare e, soprattutto, ha un saporaccio.
Siamo quindi costretti a bere acqua minerale, in sintesi.
Ora, ci sono decine e centinaia di marche di acqua da cui scegliere, e nel tempo ho provato non voglio dire tutte, ma quasi tutte.
Fino a trovare un punto di equilibrio: da quattro anni a questa parte compro l'acqua Fabrizia (in bottiglie da due litri viene fra gli €0,33 e gli €0,38 a bottiglia, a seconda del periodo). Non è fra le più economiche ma, posso dirlo con il cuore, la trovo di buon sapore, di buon valore diuretico (mi calo circa 3~4 litri d'acqua al giorno), e soprattutto non ha retrogusti strani come altre acque minerali disponibili in zona, sia più economiche che più costose.
Stamattina, dato che ho finito l'acqua, mi sono recato al supermercato dove la prendo di solito (non è facile trovarla in giro a Siracusa, se devo essere sincero), ossia il Simply di via Lentini.
Parcheggio, prendo un carrello, mi avvicino alla postazione e prendo tre confezioni d'acqua. Poi scendo in cassa.
Mentre aspetto il turno della persona che mi precede, chiedo al cassiere se ha bisogno che salga una confezione sul nastro o ha il codice. Lui è laconico:
Ca: "Di acqua ne può prendere solo due confezioni."
Io: "Eh? Come solo due, scusi?"
Ca: "Solo due confezioni, sono le disposizioni..."
Io: "E una che faccio? Gliela lascio?"
Ca: "Lei può fare quello che vuole. E comunque è scritto anche sul volantino."
Io: "Volantino? E chi l'ha visto il volantino? Perché, c'è qualche offerta con due? Non mi interessa l'offerta, gliele pago piene, e se no gliele lascio tutte, eh? [ancora ho toni pacati, ma risoluti, ndG]"
Ca: "Queste sono le disposizioni, non la posso aiutare"
Io: "Le disposizioni? E perché non le avete messe all'ingresso o vicino all'acqua? Io mica l'ho letto il volantino..."
Ca: "Ci sono scritte in entrambi i posti"
Con fatica (il braccio destro è zifolino, ricordate?) tolgo una confezione e la metto sul nastro dell'altra cassa, imprecando: "AHI! Ma guarda che mi tocca fare..."
Ca: "E ora me ne metta una sul nastro, che non ho il codice..."
Io: "Scusa, ma... giochiamo? Lo vedi il braccio? Ma che devo fare su e giù? Sai che c'è di buono? Tienitele tutte! [tono seccato]"
Alzo le altre due confezioni e le metto assieme alla prima.
Ca: "E che me le lasci sulla cassa? [stizzito]"
Io: "Ma lo vedi il braccio? Ho una spalla in pezzi, ma devo continuare a fare su e giù? Ti ho detto di tenertela, non andare avanti. Non mi interessa la vostra acqua"
Ca: "Ma a me cosa interessa se..."
Io: "Ancora! Ho una spalla in pezzi, ma ti pare che mi sono venuto a comprare l'acqua per farti una cortesia? Tienitela e non dire altro, che è meglio!"
Mi allontano con il carrello vuoto, questo continua a richiamarmi nervosamente, e a questo punto esplodo, a voce molto alta.
Io: "Basta così. Basta, o chiamo la finanza. Ma che stiamo scherzando? Basta, smettila, non hai altro da dire, questo è assurdo! Con una spalla rotta mi devo mettere anche a seguire le tue direttive? Basta! Smettila o chiamo la finanza subito."
Uscendo controllo bene l'ingresso, ove non c'è nessuna indicazione sul limite di due confezioni d'acqua, e sinceramente non ricordo d'averlo visto neanche in prossimità dell'acqua. Ma ciò non toglie che ho detto chiaramente "Non mi interessa l'offerta, gliele pago piene", per cui se l'offerta è per massimo due confezioni, io ne prendo tre e te le pago a prezzo pieno, stop. Altro che togliere acqua dal carrello.
Ma quando mai s'è visto che uno deve togliere la roba dal carrello perché non gli permettono di pagarla? Anche questa dovevo vedere, eh?
Me ne vado, arrivo in ufficio e sono ancora alquanto incavolato, per cui penso bene di fare quello che so fare bene in questi casi: lamentarmi.
Prendo il sito del Simply, e alla voce "Contatti" trovo, oltre al form, il numero verde (800-82 40 39).
Chiamo il numero verde, mi risponde un'operatrice gentilissima a cui spiego che vorrei esprimere un reclamo per quanto mi è appena successo.
Tranquillamente lascio il mio nome e cognome, il mio numero di cellulare e il mio indirizzo e-mail, identifichiamo il punto vendita (tecnicamente è in via Lentini, ma alla sede centrale risulta "viale Scala Greca") e ripeto questa storia punto per punto, sottolineando come a me interessava comprare l'acqua, e dato che non mi interessava l'offerta bensì le tre confezioni, ero disposto a pagarla a prezzo pieno; ma sottolineando anche che con una spalla rotta non potevo fare su e giù con le confezioni d'acqua (che pesano) perché a dire del cassiere la direttiva è che "devo togliere dal carrello le confezioni d'acqua in eccesso".
La signorina si emette in una giusta profusione di scuse, mi assicura che quanto prima saranno presi provvedimenti ma, soprattutto, mi lascia un numero di segnalazione, così che sarò sicuro che tale segnalazione sarà presa in visione (come d'altronde mi era successo in passato per cose differenti).
Resta il fatto che l'offerta sull'acqua Fabrizia finirà il 13 novembre, e a questo punto non andrò a comprarla fino a giorno 13, alla fine dell'offerta, salvo contatti da parte dell'assistenza clienti per chiarire questa storia.
[Aggiornamento: 14 novembre 2010]
Ieri mattina mi ha chiamato il direttore di filiale al cellulare. Si è scusato per il comportamento del cassiere e mi ha spiegato la direttiva delle due confezioni per aderire all'offerta, ma io ho sottolineato: "sono d'accordo, ma se voi praticate un'offerta su un massimo di due confezioni, nel caso in cui io richieda più di due confezioni, e sono d'accordo a non far praticare l'offerta, lei non può farmi ingollare l'offerta con il cucchiaino. Le pago le confezioni d'acqua che ritengo opportuno mi servano, e gliele pago a prezzo intero, stop."
Non c'è stato uno specifico chiarimento, e io a questo punto sono stato risoluto.
Io: "Senta, facciamo una cosa: l'offerta è dal 3 al 13 novembre, se io vengo giorno 14 posso comprare l'acqua a prezzo pieno?"
Dir: "Ma lei può venire anche oggi, non c'è problema se percaso..."
Io: "No, no: io per per principio voglio comprare l'acqua senza offerte né limitazioni, mi da conferma che l'offerta finisce il 13, e io giorno 14 posso venire e trovarla senza l'offerta?"
Il direttore, profondendosi ancora in scuse [anche lui è d'accordo che se c'era questa situazione della spalla e delle due confezioni 1) il cassiere poteva girare e sollevarsi lui una confezione sul nastro e, soprattutto 2) poteva sollevare una confezione lasciandomene due sul carrello, usare quella sul nastro per il codice e mettersela di lato, anziché farmene tirare su due], mi conferma, per cui stamattina (domenica 14 novembre) sono andato a fare un po' di spesa, prendere quattro fesserie e quattro confezioni di acqua.
C'è scritto molto chiaramente "ACQUA FABRIZIA, sottocosto € 0,19/bottiglia, max 12 bottiglie, dal 3 al 13 novembre".
Passano in cassa, prendo lo scontrino e... magia; "24 x FABRIZIA 2lt €0,40 = 9,60; sconto a valore: € 5,04".
Beh, vale il principio, per cui ho restituito le quattro confezioni d'acqua, anche perché mi hanno detto "no, l'offerta termina lunedì". Riproviamo lunedì, se no amen.
Antefatto: a Siracusa l'acqua di rubinetto è potabile molto al limite, un po' troppo ricca di calcio e calcare e, soprattutto, ha un saporaccio.
Siamo quindi costretti a bere acqua minerale, in sintesi.
Ora, ci sono decine e centinaia di marche di acqua da cui scegliere, e nel tempo ho provato non voglio dire tutte, ma quasi tutte.
Fino a trovare un punto di equilibrio: da quattro anni a questa parte compro l'acqua Fabrizia (in bottiglie da due litri viene fra gli €0,33 e gli €0,38 a bottiglia, a seconda del periodo). Non è fra le più economiche ma, posso dirlo con il cuore, la trovo di buon sapore, di buon valore diuretico (mi calo circa 3~4 litri d'acqua al giorno), e soprattutto non ha retrogusti strani come altre acque minerali disponibili in zona, sia più economiche che più costose.
Stamattina, dato che ho finito l'acqua, mi sono recato al supermercato dove la prendo di solito (non è facile trovarla in giro a Siracusa, se devo essere sincero), ossia il Simply di via Lentini.
Parcheggio, prendo un carrello, mi avvicino alla postazione e prendo tre confezioni d'acqua. Poi scendo in cassa.
Mentre aspetto il turno della persona che mi precede, chiedo al cassiere se ha bisogno che salga una confezione sul nastro o ha il codice. Lui è laconico:
Ca: "Di acqua ne può prendere solo due confezioni."
Io: "Eh? Come solo due, scusi?"
Ca: "Solo due confezioni, sono le disposizioni..."
Io: "E una che faccio? Gliela lascio?"
Ca: "Lei può fare quello che vuole. E comunque è scritto anche sul volantino."
Io: "Volantino? E chi l'ha visto il volantino? Perché, c'è qualche offerta con due? Non mi interessa l'offerta, gliele pago piene, e se no gliele lascio tutte, eh? [ancora ho toni pacati, ma risoluti, ndG]"
Ca: "Queste sono le disposizioni, non la posso aiutare"
Io: "Le disposizioni? E perché non le avete messe all'ingresso o vicino all'acqua? Io mica l'ho letto il volantino..."
Ca: "Ci sono scritte in entrambi i posti"
Con fatica (il braccio destro è zifolino, ricordate?) tolgo una confezione e la metto sul nastro dell'altra cassa, imprecando: "AHI! Ma guarda che mi tocca fare..."
Ca: "E ora me ne metta una sul nastro, che non ho il codice..."
Io: "Scusa, ma... giochiamo? Lo vedi il braccio? Ma che devo fare su e giù? Sai che c'è di buono? Tienitele tutte! [tono seccato]"
Alzo le altre due confezioni e le metto assieme alla prima.
Ca: "E che me le lasci sulla cassa? [stizzito]"
Io: "Ma lo vedi il braccio? Ho una spalla in pezzi, ma devo continuare a fare su e giù? Ti ho detto di tenertela, non andare avanti. Non mi interessa la vostra acqua"
Ca: "Ma a me cosa interessa se..."
Io: "Ancora! Ho una spalla in pezzi, ma ti pare che mi sono venuto a comprare l'acqua per farti una cortesia? Tienitela e non dire altro, che è meglio!"
Mi allontano con il carrello vuoto, questo continua a richiamarmi nervosamente, e a questo punto esplodo, a voce molto alta.
Io: "Basta così. Basta, o chiamo la finanza. Ma che stiamo scherzando? Basta, smettila, non hai altro da dire, questo è assurdo! Con una spalla rotta mi devo mettere anche a seguire le tue direttive? Basta! Smettila o chiamo la finanza subito."
Uscendo controllo bene l'ingresso, ove non c'è nessuna indicazione sul limite di due confezioni d'acqua, e sinceramente non ricordo d'averlo visto neanche in prossimità dell'acqua. Ma ciò non toglie che ho detto chiaramente "Non mi interessa l'offerta, gliele pago piene", per cui se l'offerta è per massimo due confezioni, io ne prendo tre e te le pago a prezzo pieno, stop. Altro che togliere acqua dal carrello.
Ma quando mai s'è visto che uno deve togliere la roba dal carrello perché non gli permettono di pagarla? Anche questa dovevo vedere, eh?
Me ne vado, arrivo in ufficio e sono ancora alquanto incavolato, per cui penso bene di fare quello che so fare bene in questi casi: lamentarmi.
Prendo il sito del Simply, e alla voce "Contatti" trovo, oltre al form, il numero verde (800-82 40 39).
Chiamo il numero verde, mi risponde un'operatrice gentilissima a cui spiego che vorrei esprimere un reclamo per quanto mi è appena successo.
Tranquillamente lascio il mio nome e cognome, il mio numero di cellulare e il mio indirizzo e-mail, identifichiamo il punto vendita (tecnicamente è in via Lentini, ma alla sede centrale risulta "viale Scala Greca") e ripeto questa storia punto per punto, sottolineando come a me interessava comprare l'acqua, e dato che non mi interessava l'offerta bensì le tre confezioni, ero disposto a pagarla a prezzo pieno; ma sottolineando anche che con una spalla rotta non potevo fare su e giù con le confezioni d'acqua (che pesano) perché a dire del cassiere la direttiva è che "devo togliere dal carrello le confezioni d'acqua in eccesso".
La signorina si emette in una giusta profusione di scuse, mi assicura che quanto prima saranno presi provvedimenti ma, soprattutto, mi lascia un numero di segnalazione, così che sarò sicuro che tale segnalazione sarà presa in visione (come d'altronde mi era successo in passato per cose differenti).
Resta il fatto che l'offerta sull'acqua Fabrizia finirà il 13 novembre, e a questo punto non andrò a comprarla fino a giorno 13, alla fine dell'offerta, salvo contatti da parte dell'assistenza clienti per chiarire questa storia.
[Aggiornamento: 14 novembre 2010]
Ieri mattina mi ha chiamato il direttore di filiale al cellulare. Si è scusato per il comportamento del cassiere e mi ha spiegato la direttiva delle due confezioni per aderire all'offerta, ma io ho sottolineato: "sono d'accordo, ma se voi praticate un'offerta su un massimo di due confezioni, nel caso in cui io richieda più di due confezioni, e sono d'accordo a non far praticare l'offerta, lei non può farmi ingollare l'offerta con il cucchiaino. Le pago le confezioni d'acqua che ritengo opportuno mi servano, e gliele pago a prezzo intero, stop."
Non c'è stato uno specifico chiarimento, e io a questo punto sono stato risoluto.
Io: "Senta, facciamo una cosa: l'offerta è dal 3 al 13 novembre, se io vengo giorno 14 posso comprare l'acqua a prezzo pieno?"
Dir: "Ma lei può venire anche oggi, non c'è problema se percaso..."
Io: "No, no: io per per principio voglio comprare l'acqua senza offerte né limitazioni, mi da conferma che l'offerta finisce il 13, e io giorno 14 posso venire e trovarla senza l'offerta?"
Il direttore, profondendosi ancora in scuse [anche lui è d'accordo che se c'era questa situazione della spalla e delle due confezioni 1) il cassiere poteva girare e sollevarsi lui una confezione sul nastro e, soprattutto 2) poteva sollevare una confezione lasciandomene due sul carrello, usare quella sul nastro per il codice e mettersela di lato, anziché farmene tirare su due], mi conferma, per cui stamattina (domenica 14 novembre) sono andato a fare un po' di spesa, prendere quattro fesserie e quattro confezioni di acqua.
C'è scritto molto chiaramente "ACQUA FABRIZIA, sottocosto € 0,19/bottiglia, max 12 bottiglie, dal 3 al 13 novembre".
Passano in cassa, prendo lo scontrino e... magia; "24 x FABRIZIA 2lt €0,40 = 9,60; sconto a valore: € 5,04".
Beh, vale il principio, per cui ho restituito le quattro confezioni d'acqua, anche perché mi hanno detto "no, l'offerta termina lunedì". Riproviamo lunedì, se no amen.