Mia nonna aveva un bracciale in argento con pietre arancioni. Non era un bracciale bellissimo, ma lo teneva spessissimo.
Era un bel pezzo che non vedevo quel braccialetto, ma martedì sera ho chiuso l'ufficio come al solito e, mercoledì mattina, quando sono entrato in laboratorio l'ho trovato in terra, in laboratorio, vicino al pianale sopra la porta d'ingresso.
Martedì sera non c'era (anzi, per buona definizione questo bracciale per quel che ne sapevo era in casa di mia nonna). Mia nonna, da viva, pur avendo visitato l'ufficio molte volte non era mai stata in laboratorio: per problemi al femore dovuti all'ultima (pardon, alla penultima) frattura di alcuni anni fa, le veniva difficile salire le scale e la scala che va al lab non si può esattamente definire comoda.
Mercoledì era lì, a terra. In un posto in cui non può semplicemente essere caduto dall'alto, anche perché in alto non c'è una mensola, delle carte o qualcosa da cui comunque può in qualche modo essere finito in mezzo e poi caduto.
Che posso dire? Che finalmente mia nonna è venuta a vedere il laboratorio e mi ha lasciato un suo ricordo?
Il luogo (e lo spazio) dei più pesanti, discutibili e profondi deliri di Grizzly: alcuni di essi potrebbero urtare la sensibilità di chi legge, pertanto le Pagine Oscure sono in secondo piano.
Comunque, come sul Diario di Viaggio sarete ospiti ben graditi.
Pagine importanti
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venerdì 16 ottobre 2009
domenica 13 settembre 2009
Fantasmi o blackout?
Sono stato da Francesco ed abbiamo finito di scrivere il libro. Rientro a casa tranquillo: a casa mi attende l'aria condizionata accesa col timer da almeno un'oretta, il pc acceso che tira giu' roba da emule e un mazzo di orsacchiotti che riposa sul letto...
Apro la porta, accendo la luce e mi surgelo.
La prima cosa che sento è una voce nello studio.
La voce non è del tutto chiara, ma dopo un'istante è seguita da un applauso alquanto fragoroso: mi fiondo nella stanza. La tv è accesa, su raiuno e la conclusione di Miss Italia.
La spengo, stupito (sono più che sicuro di non aver lasciato la tv accesa, uscendo, anche perché l'ultima cosa che ho guardato nel pomeriggio era un dvd, e quindi casomai doveva essere su AV.
Passo dal corridoio verso la camera da letto. Il condizionatore è spento, il computer anche.
... mi sembra evidente: un blackout e poi uno sbalzo di tensione che ha acceso la tv.
... o almeno... credo...
Apro la porta, accendo la luce e mi surgelo.
La prima cosa che sento è una voce nello studio.
La voce non è del tutto chiara, ma dopo un'istante è seguita da un applauso alquanto fragoroso: mi fiondo nella stanza. La tv è accesa, su raiuno e la conclusione di Miss Italia.
La spengo, stupito (sono più che sicuro di non aver lasciato la tv accesa, uscendo, anche perché l'ultima cosa che ho guardato nel pomeriggio era un dvd, e quindi casomai doveva essere su AV.
Passo dal corridoio verso la camera da letto. Il condizionatore è spento, il computer anche.
... mi sembra evidente: un blackout e poi uno sbalzo di tensione che ha acceso la tv.
... o almeno... credo...
venerdì 26 dicembre 2008
Fantasmi al Ciane
Il luogo è una struttura abbandonata vicino la Torre Landolina, dalle parti del Rinaura. La struttura (si ritiene essere un vecchio caseificio) è soprannominata "La Fabbirika" ed ha attirato l'attenzione di molti (addirittura un gruppo musicale locale ci ha girato un video musicale).
Ma quella sera in cui io, Maurizio, Stefano, Sara, Gabriele ed altri amici abbiamo fatto un giro lungo, l'attenzione e' attirata dal fatto che e' una notte magica, una di quelle notti senza stelle, scura, fresca nel mezzo dell'estate...
... ma soprattutto perche' la notte rende magico quel posto.
Quando parcheggiamo le macchine, e scendiamo, il silenzio della notte è rotto da un rumore.
Un respiro. Regolare.
Amplificato dalla struttura che fa da gigantesca cassa di risonanza, nel silenzio della notte in campagna.
Come se ci fosse qualcuno che sta dormendo. Una sequenza regolare: inspirazione, espirazione.
Non c'è vento, per cui l'idea che ci si pone è che qualche barbone (o animale) stia dormendo nella struttura, per cui ci aggiriamo nelle due strutture adiacenti.
Ma poi, incuriositi dal fatto che per tutto il tempo siamo stati accompagnati dal rumore, entriamo nella struttura.
E qui accade l'inesplicabile. Il rumore appare continuo: siamo ben convinti che qualcuno stia dormendo, eppure il rumore che abbiamo fatto non lo ha riscosso minamente. Cominciamo a girare nella struttura cercando l'origine di quel respiro, ma per quanto ci giriamo intorno, ogni volta che ci avviciniamo in un punto, il rumore sembra provenire da un'altra parte.
Maurizio si arrampica persino fino alla struttura dell'argano del gigantesco ascensore/montacarichi, ma nulla.
Il bello è che ho appresso la mia telecamera (la fida sony video8), e che Gabriele gira parecchio materiale mentre ci aggiriamo là dentro. E nel filmato (lo cercherò e lo metterò su youtube, statene certi) si sente chiaramente questo respiro. Ma tuttavia non riusciamo ugualmente a venirne a capo: questo suono continua per tutto il tempo in cui ci aggiriamo nella struttura. Nessuno rispondei ai nostri richiami. E non troviamo nessuno, da nessuna parte.
Successivamente, qualche sera dopo sono di nuovo passato davanti alla struttura con la macchina, e ugualmente da fuori si sente questo rumore del respiro...
... non ne siamo mai venuti a capo...
Voi che ne dite? Fantasmi? Casualità?
Ma quella sera in cui io, Maurizio, Stefano, Sara, Gabriele ed altri amici abbiamo fatto un giro lungo, l'attenzione e' attirata dal fatto che e' una notte magica, una di quelle notti senza stelle, scura, fresca nel mezzo dell'estate...
... ma soprattutto perche' la notte rende magico quel posto.
Quando parcheggiamo le macchine, e scendiamo, il silenzio della notte è rotto da un rumore.
Un respiro. Regolare.
Amplificato dalla struttura che fa da gigantesca cassa di risonanza, nel silenzio della notte in campagna.
Come se ci fosse qualcuno che sta dormendo. Una sequenza regolare: inspirazione, espirazione.
Non c'è vento, per cui l'idea che ci si pone è che qualche barbone (o animale) stia dormendo nella struttura, per cui ci aggiriamo nelle due strutture adiacenti.
Ma poi, incuriositi dal fatto che per tutto il tempo siamo stati accompagnati dal rumore, entriamo nella struttura.
E qui accade l'inesplicabile. Il rumore appare continuo: siamo ben convinti che qualcuno stia dormendo, eppure il rumore che abbiamo fatto non lo ha riscosso minamente. Cominciamo a girare nella struttura cercando l'origine di quel respiro, ma per quanto ci giriamo intorno, ogni volta che ci avviciniamo in un punto, il rumore sembra provenire da un'altra parte.
Maurizio si arrampica persino fino alla struttura dell'argano del gigantesco ascensore/montacarichi, ma nulla.
Il bello è che ho appresso la mia telecamera (la fida sony video8), e che Gabriele gira parecchio materiale mentre ci aggiriamo là dentro. E nel filmato (lo cercherò e lo metterò su youtube, statene certi) si sente chiaramente questo respiro. Ma tuttavia non riusciamo ugualmente a venirne a capo: questo suono continua per tutto il tempo in cui ci aggiriamo nella struttura. Nessuno rispondei ai nostri richiami. E non troviamo nessuno, da nessuna parte.
Successivamente, qualche sera dopo sono di nuovo passato davanti alla struttura con la macchina, e ugualmente da fuori si sente questo rumore del respiro...
... non ne siamo mai venuti a capo...
Voi che ne dite? Fantasmi? Casualità?
sabato 20 dicembre 2008
Il viaggio in treno
[Ladies and gentleman, questa storia l'ho scritta nel 1993. Un po' di rispetto, sil vouz plait! (-: ]
Nove e mezzo, stazione ferroviaria di Siracusa, fine di maggio.
Il sole splendeva alto nel cielo terso, proiettando tutto intorno una calura umida insopportabile, difetto delle città di mare; la stazione sembrava deserta: si vedevano soltanto un uomo grassoccio in canottiera (e sudaticcio) sulla cinquantina, che sorseggiava a fatica un caffè freddo e contemplava il panorama appoggiato all'uscio della porta del bar.
Alla sua destra, a pochi metri, c'era un ragazzo biondo; anch'egli sudato, seduto sull'unica panchina ombreggiata di tutta la stazione aspettava facendosi un po' d'aria con una copia spiegazzata della Settimana Enigmistica.
Dopo qualche minuto l'altoparlante annunciò, con voce roca: "Interregionale 17325 per Modica e Ragusa è in partenza dal primo binario piazzale est; espleta esclusivamente servizio di seconda classe".
Sulla sinistra del bar, poche decine di metri a lato dell'assolato prolungamento del primo marciapiede, c'era la vecchia littorina verdognola, vuota, che si cuoceva al sole da quasi mezzora.
La stazione dopo quel messaggio riprese un minimo di vita: il ragazzo sulla panchina si alzò, prese un borsone e si avvicinò al treno, seguito dall'uomo del bar, che nel frattempo aveva scagliato il bicchiere di plastica, pieno ancora a metà di quel liquame marroncino, nel cestino vicino alla porta del bar.
Dietro di loro si raccolse una piccola folla: due soldati, una giovane donna con un bambino e una bambina, altri due uomini stanchi e sudati che discutevano fra di loro in stretto dialetto dell'entroterra.
Tutti quanti salirono e presero lentamente posto sul treno. Poco dopo arrivò con passo strascicato anche il capotreno, con la divisa scura madida di sudore.
Il sole batteva sul suo tesserino bianco, ed era praticamente impossibile riuscire a leggere "Rontersi Fabio, Capo Treno Titolare", senza restare abbagliati.
L'uomo salì sul treno, percorse rapidamente il corridoio ed aprì la porta della cabina di guida, quindi disse al conducente: "Filippo, hai già firmato? No? Ci penso io, allora...".
Di nuovo Rontersi percorse il corridoio verso la piattaforma, scese e fece un cenno con il braccio verso la dirigenza, per richiamare la capostazione.
Arrivò una ragazza che non avrà avuto più di venticinque anni, in camicia scura con le maniche arrotolate alla meglio e un cappello rosso che doveva tenerle la testa in una morsa di caldo terribile.
La giovane diede una cartelletta in mano a Rontersi, che osservò il foglio, lo firmò e lo restituì; immediatamente la giovane si scostò dal treno e alzò uno straccetto verde consunto in direzione della testa del treno.
Il vecchio vagone fischiò, e iniziò a muoversi con una buona scrollata.
Il capotreno infilò la chiave in un buco a lato delle porte, che si chiusero sibilando debolmente, quindi entrò nel vagone e convalidò i biglietti.
Rientrato infine in cabina, prese posto sullo strapuntino di destra e iniziò a leggere il giornale.
I due soldati cominciarono a parlare tra di loro, il tizio del caffè si aprì un giornale sportivo e prese a leggerlo con interesse, mentre i due uomini che prima discutevano in dialetto, sonnecchiavano; la donna con i bambini era immersa nella lettura di una rivista, mentre il bambino giocava con un videogame portabile che suonava una musichetta ridicola e martellante. Infine la bambina guardava il panorama fuori dal finestrino.
Il sole era sempre alto in cielo e il caldo era sempre insopportabile. Dopo qualche dall'inizio del viaggio, ci fu il momento.
Il momento di distrazione: il momento in cui nessuno badava a quello che succedeva fuori dal treno.
Mentre il capotreno leggeva il giornale, il macchinista si era giusto abbassato un attimo per prendere dal borsello gli occhiali da sole perché si era quasi abbagliato. La donna continuava a leggere la rivista, mentre Marco, un bambino di cinque o sei anni, continuava con il suo giochetto demenziale.
Elena, più o meno della stessa età del fratellino, era sempre intenta a guardare il panorama fuori dal finestrino. Forse la bambina era, in quel momento, l'unico essere umano che si accorgeva di quello che succedeva fuori dal treno, e che non si era abituata del tutto all'afa. Ma ci fu un attimo, un solo attimo, terribile. La piccola Elena si era distratta solo un istante, solo un terribile momento: aveva abbassato gli occhi per guardare il fratellino impegnato sulla macchinetta sonante...
Subito si oscurò il cielo, e l'afa divenne di colpo un freddo penetrante. La prima persona che si accorse di questo, fu proprio quella che forse aveva scatenato tutto: Elena. Non appena rialzò gli occhi, con un fil di voce pronunciò: "Mamma: ho paura... Il temporale, i tuoni... no...".
Ma nonostante il basso tono di voce ed il rumore del treno, il silenzio che si era formato aveva fatto risaltare le parole della piccola. Ormai, però, il danno era fatto.
Tutti i passeggeri osservarono quello che succedeva fuori dal finestrino, e il tizio del caffè disse: "Meno male, viene da piovere, finalmente va via il caldo!"
Tutti approvarono, ma Elena no: la vista di alcuni lampi in lontananza la impauriva; Marco, invece, non si preoccupava, poiché - evidentemente - non aveva paura, e dopo un po' si mise persino a canzonare la sorellina, impaurita.
La madre cercò di rassicurare la piccola; dopo qualche minuto il giovane biondo della panchina si avvicinò al gruppetto, si sedette di fronte alla bambina e le disse: "Ciao, io mi chiamo Oscar... Stai un po' tranquilla, ti va di giocare con me?"
Finalmente Rontersi alzò gli occhi dal giornale e, con il sudore congelato addosso, disse al conducente: "Ma che diavolo succede?". Incrociò la faccia pallida e stravolta del macchinista: "Filippo, cosa c'è? Va tutto bene?".
Il macchinista non rispose subito alle domande del capotreno, ma dopo qualche istante di incertezza riuscì a dire, quasi con un filo di voce: "Fabio... il tracciato... non corrisponde. Non è questa la linea... dopo il passaggio a livello di Santa Teresa ci sono sette curve, e noi ne abbiamo fatte solo due, ora il tracciato è... dritto..." nel dire quest'ultima parola, il macchinista fece segno al collega con la mano, indicando di fronte a loro il binario chiaramente visibile per almeno tre chilometri, rettilineo in mezzo ad una specie di viale alberato. "Fabio, non ci sono scambi... dove minchia siamo finiti?"
Guardarono davanti a loro, la littorina che andava avanti senza battere ciglio.
E c'era quel cielo buio, quell'atmosfera densa, quel freddo.
Il capotreno dopo qualche istante uscì, pallido, dalla cabina di guida, avvicinandosi ai finestrini per esaminare il panorama, e finalmente anche i passeggeri del treno si accorsero del fatto che qualcosa sembrava cambiato.
Una preoccupazione, non proprio panico, assalì tutti i passeggeri del treno. Le uniche persone che erano rimaste apparentemente tranquille erano i due soldati, che si erano svegliati e continuavano a dialogare fra di loro, come se niente fosse.
Oscar continuava a distrarre la piccola, ma dai suoi occhi traspariva una specie di timore, come di consapevolezza.
Il macchinista intravide una costruzione e aprì i freni: il treno giunse lentamente ad una stazione che nessuno aveva mai visto, senza nessun nome o segno distintivo. Sembrava uno scheletro di edificio abbandonato in mezzo alla campagna.
I passeggeri erano increduli, e continuavano a chiedersi fra di loro cosa succedesse. Ad un certo punto uno dei due uomini dell'entroterra sbottò verso il capotreno: "Beh... capo: che succede? Dove spacchio siamo?".
Lui guardò l'uomo con un espressione del volto tale che non ci sarebbe stato bisogno di aggiungere: "Non ne ho la più pallida idea".
Questa atmosfera di irreale tensione durò alcuni minuti, poi di colpo i due soldati si alzarono, uno dei due richiamò l'attenzione dei passeggeri e chiese il silenzio; subito dopo l'altro cominciò: "Siamo esseri viventi di un'altra dimensione, ma non siamo qui in pace. Eravamo venuti in missione segreta, ma purtroppo siamo stati scoperti, e siamo stati costretti a fuggire, per evitare la cattura. Purtroppo per riuscire a scappare subito l'unica possibilità era quella di rapirvi; però adesso che abbiamo rivelato il nostro segreto, non possiamo liberarvi; sarete nostri prigionieri. Il treno verrà ritrovato fermo sulla linea, poco dopo il passaggio a livello di Santa Teresa Longarini. Di voi non se ne saprà più niente.".
La gente sul treno era impaurita, la giovane madre teneva stretto a se Marco, mentre Oscar teneva la piccola Elena. Forse la bambina era stata la causa scatenante di tutto, forse non si rendeva conto di quello che succedeva, forse se ne rendeva conto, e aveva paura.
Non riusciva a parlare, a tremare, a reagire; l'unica cosa che le riusci' di fare, quasi meccanicamente, fu quella di guardare negli occhi uno dei soldati, senza accorgersene.
Il soldato che aveva parlato capi' che quella era una manifestazione, se pur strana, di paura, ed impallidi'.
Repentinamente ritorno' il cielo sereno e l'afa; il panorama esterno cambio', dalla stazione all'aperta campagna. Tutti i passeggeri rimasero increduli e attoniti. I due soldati erano sempre pallidi, sudavano freddo.
Di colpo si spalanco' la porta di accesso alla cabina di guida e sali' un ragazzo, che poteva avere si e no vent'anni. Il ragazzo stringeva nella mano sinistra una specie di pistola. Tutti lo guardarono, e immediatamente disse, rivolto ai due soldati: "Voi due, maledetti, non mi conoscete, ma sapete chi sono. Sono il medium che vi da la caccia da un interminabile anno. E non avrei mai immaginato di arrivare a tanto: vi siete traditi come due idioti... Io non posso sintonizzarmi sulle vostre menti e leggere i vostri pensieri, poiche' voi siete diversi da me; gia', voi, ma non la gente che c'e' su questo treno. E in special modo la bambina che mi ha guidato inconsapevolmente qui... Voi non sapete quanto puo' essere forte lo shining di un bambino impaurito, non lo immaginate neanche... Quando ho sentito la paura della piccola Elena, non capivo cosa c'entrasse con voi, ma la ho seguita, e vi ho trovati.".
Dopo queste parole, il giovane alzo' la pistola e la punto' contro uno dei soldati, sotto gli occhi increduli di tutti i passeggeri. Il soldato, che prima aveva chiesto silenzio, prese la parola e disse: "Non puoi farci nulla in questo mondo, e' inutile che ti sforzi, dovresti saperlo anche tu.".
Il ragazzo sogghigno', e gli rispose sarcasticamente: "Si' che lo so, infatti quest'arma non viene da questo mondo".
Intorno al treno risuonano due colpi secchi, seguiti dal gridolino strozzato della piccola Elena, spaventata. Il giovane abbasso' la pistola e guardo' in direzione dei due corpi esanimi; dopo pochi secondi i due cadaveri si dissolsero, come magicamente, e caddero in terra le due pallottole luccicanti, che il giovane raccolse. A questo punto, passando dalla cabina, salirono alcuni agenti di polizia, che aiutarono tutti i passeggeri a scendere ed a aggiungere a piedi la stazione di Santa Teresa Longarini, poche centinaia di metri dietro al treno.
Pochi minuti dopo, mentre Elena, Marco e la madre si riprendevano dallo shock, il giovane si avvicino' alla piccola Elena, e le disse: "Mi dispiace sapere che hai avuto paura, ma dovresti essere contenta del fatto che sei stata tu, in realta', a salvare tutti quanti...".
"Sì, forse... Ma dimmi, tu... come ti chiami?".
"Roberto. E non sono da solo. Ogni volta che avrai paura, ci sara' sempre qualcuno pronto ad aiutarti.", il giovane mostrò la mano sinistra aperta e vuota, la chiuse a pugno rapidamente e poi prese la mano sinistra di Elena, facendole cadere qualcosa dentro. Le chiuse la mano e si allontanò, sorridendo.
Elena aprì la mano, trovandoci dentro una piccola sferetta (forse un centimetro di diametro) luccicante e molto pesante, poi tornò con lo sguardo verso Roberto, che nel frattempo aveva raggiunto un fuoristrada. Roberto salì al posto del guidatore, ma la piccola non poté non notare che sul sedile passeggero era seduto Oscar, il ragazzo che la aveva tranquillizzata a proposito del temporale.
L'auto si girò e ripartì scomparendo dietro il polverone della stradina di campagna che correva vicino ai binari, e molti portarono per un attimo lo sguardo in quella direzione.
domenica 30 novembre 2008
Un orsacchiotto mi protegge, VI
[Potrei averlo sognato. Potrebbe essere stato un colpo di sonno, ma ciò non toglie il merito a Leonard]
Estate. Agosto, sabato notte. Sono stato in giro con un paio di amici a farmi una birretta dopo Mattarello, ora sto guidando in direzione di casa, a Cadine. Deve essere mezzanotte e mezza, sono stanco e mezzo assonnato.A Trento Sud prendo la tangenziale, per arrivare verso la Gardesana Occidentale saltando di passare in città. Dopo aver affrontato la rotonda all'ingresso sud di Trento, e mentre sto imboccando la corsia verso la zona Ghiaie, quasi meccanicamente dopo aver scalato di marcia allungo la mano in direzione di Leonard, per dargli una leggera grattatina al mento.
Un dolore incredibile all'indice destro, come se qualcosa me lo avesse preso sopra e sotto.
Come un morso.
Ritiro indietro la mano tirando un porcone, e contemporaneamente pianto un frenatone, spaventato: che mi abbia punto un'ape? Non credo di essere allergico, ma chi può saperlo? Ho la chiara impressione del dito umido, come se sanguinasse.
Sono ancora sulla rampa e ad una ventina di metri dall'uscita del complesso sportivo Ghiaie, ho appena lasciato metà dei copertoni a terra e sono fermo praticamente in mezzo alla strada, ma è un'attimo: una punto bianca si fionda fuori dal bivio di Ghiaie una frazione di secondo dopo, a tutta velocità.
L'autista guida come un pilota di formula uno, ma l'asfalto non lo aiuta e perde il controllo dell'auto, mancando di impattare contro il guard-rail di sinistra per un capello e un quarto. Poi accelera stridendo e va in avanti zigzagando pericolosamente, a chiaro sintomo che deve essere ubriaco come un bucaniere dopo una settimana di razzie e grog.
Stendo la mano destra davanti a me, mi guardo l'indice destro, che è perfetto e non riporta alcun segno, alcuna puntura né altro. E mi rendo conto che non mi fa più male. Metto la prima, riparto. Se non avessi frenato, quel cretino mi sarebbe finito sul sedile passeggero con tutta la macchina.
Ho detto "Grazie Leonard", ma per quella sera non mi sono azzardato a grattargli di nuovo il musino...
venerdì 28 novembre 2008
Un orsacchiotto mi protegge, V
[Questo non è un racconto: *GIURO* che questo è realmente accaduto]
Inverno inoltrato, diciamo primi giorni di gennaio. Mia madre è a Trento, io sono solo a casa. Sono stanco, sono le 23:30 e ho appena finito di spolpare un libro giallo di Agatha Cristie. La mia collezione di orsacchiotti di peluche non è ancora molto ampia, ma i miei gesti sono già chiaro sintomo ed appannaggio di qualche serio problema esistenziale.Poso il libro sul comodino. Sono stanco e gli occhi mi danno fastidio (e poi, l'anno dopo, sono venuti gli occhiali...), per cui spengo la luce e mi giro sul fianco sinistro, stringendo fra le braccia Philippe. Nel farlo, meccanicamente come faccio tutte le sere, auguro la buona notte al giro di orsacchiotti di peluche intorno al letto fra comodino e mensola: "Buona notte ragazzi, sogni d'oro".
Una voce. Chiara. Cristallina, non molto forte e chiaramente dentro la mia stanza mi risponde: "Buona notte anche a te"
Zompo in piedi e riaccendo la luce. Mi guardo intorno. Guardo sotto il letto. Guardo tutti i pupazzi sulla mensola e sul comodino.
Chi mi ha risposto? Io un'idea me la sono fatta, comunque: sono convinto che mi abbia risposto Tasia.
Nessun altra voce mi ha risposto da allora, sebbene io tuttora auguri la buona notte ai miei cuccioli prima di addormentarmi.
mercoledì 26 novembre 2008
Dalle sette alle otto
[Non è un racconto: questa è verità, signori]
Mi è successo diversi anni fa. Tuttora non ne trovo una spiegazione razionale e valida.Mi sveglio. La radiosveglia segnala che sono le 7:10 del mattino. So che sono le sette e dieci perché oltre ad aver guardato la radiosveglia, ho guardato anche l'orologio al polso: non mi tolgo l'orologio manco per dormire, e spesso guardo l'ora compulsivamente solo per sapere che l'orologio è ancora li ed è funzionante.
Mi alzo, peraltro, proprio mentre guardo l'orologio da polso. Mi alzo, appunto, e in pigiama vado in bagno.
In bagno mi limito a tre operazioni semplici: faccio pipi', poi tiro l'acqua e mi lavo i denti.
Esco in cucina per tornare in camera da letto indeciso se tornare a dormire (è domenica mattina), ma mentre esco dal bagno il mio occhio destro cade sull'orologio della cucina, che fa le 7:50 passate.
Quasi le otto meno cinque. Resto fermo per qualche istante, sicuro di vedere la lancetta dei secondi ferma (deve essersi fermato ieri sera, ovviamente!), ma la stessa va avanti tranquillamente.
E come può l'orologio essere avanti di quasi tre quarti d'ora? Guardo l'orologio da polso. Anche lui fa le otto meno cinque.
Guardo di nuovo l'orologio da polso, poi quello della cucina. Torno in camera da letto. La radiosveglia dice, laconicamente: 7:56.
Non sono convinto, riguardo l'orologio da polso. Poi addirittura telefono per sentire l'ora esatta, e lo faccio alle 7:59.
Insomma, per quanto non riesca a spiegarmelo, da quando sono entrato in bagno a quando ne sono usciti dovrebbero essere passati tre quarti d'ora.
Tuttora non riesco a trovare una spiegazione plausibile.
lunedì 24 novembre 2008
Storia di fantasmi ortigiani
[Non è un racconto: questa è verità, signori]
Mia nonna e mio nonno si erano trasferiti in Ortigia (dalla casa di Spinagallo) da neanche una settimana.La casa e il terreno di Spinagallo erano stati venduti ai Campisi, da notare che mio nonno, sofferente di reni, aveva ottimi benefici dall'acqua della trivella di quel terreno, ed aveva chiesto a Campisi il permesso di venire una volta alla settimana per recuperare l'acqua della trivella, a cui il nuovo proprietario aveva risposto semplicemente: "Signor Tuccitto, lei qui è il padrone, e se vuole venire a prendere l'acqua, o la frutta, o ciò di cui avesse bisogno, non deve chiedere il permesso a nessuno: venga e si serva pure!".
Comunque torniamo in Ortigia. In via Mirabella, sotto l'arcata d'ingresso, c'erano diversi appartamenti, e quello laterale era divenuto di proprietà dei miei nonni. Stiamo parlando della meta' degli anni '50 (mio padre, del '41, era appena quindicenne) e di una casa dove i nonni sono rimasti fino al 1963, quando si trasferirono dapprima in una specie di topaia in una laterale del viale Tunisi [dove un piccolo incidente con la macchina del nonno, incastonata nel fango & nello sterro con necessita' di estrarla fuori tirandola con una mula (ai tempi viale Tunisi e le laterali non erano manco asfaltate...) lo fece desistere: "E che dobbiamo fare 'sta camurria ogni mattina?" (-: ], e poi in via Grotta Santa, ultima casa di entrambi.
Via Mirabella ricade nel quartiere ortigiano della Spirduta (Sperduta), ma sull'orlo esatto fra la Spirduta stessa e la Raziedda (Graziella): il quartiere arabo.
E arriviamo proprio più o meno alla seconda settimana da quando la famiglia si è trasferita in quella nuova casa. Quasi tutti i bagagli sono disfatti ma resta ancora qualche valigia, qualche scatolone ed un po' di confusione. Mio zio quella sera è fuori casa, per cui ci sono solo mio nonno, mia nonna (dormono in stanze separate, come era costume negli anni '50) e mio padre.
Mio padre sta dormendo nella sua camera. Sente un rumore, una strana sensazione. E si sveglia. E non appena si sveglia, lo vede.
Vede il Saraceno.
Il gigante è seduto ai piedi del letto, e gli tiene ferme le gambe. Mio padre lo guarda. Lui lo guarda di rimando con occhi iniettati di sangue, ma con distacco.
Mio padre si divincola con difficoltà, si fionda fuori dalla camera da letto e sveglia suo padre (mio nonno). I due ritornano in camera da letto, ma non c'è nessuno. Mio nonno dice a mio padre che sicuramente si è trattato di un incubo. Però mio padre si rende conto (e fa notare al nonno) che le coperte ai piedi del letto sono smosse proprio come se ci fosse stato qualcuno seduto sopra. Mio nonno resta comunque irremovibile: etichetta il fatto come un incubo, e una mera impressione le coperte sul letto.
Si sveglia mia nonna, e anche lei bolla il fatto come un incubo, per cui i tre tornano semplicemente a dormire.
A questo punto passano due giorni. E dopo questi due giorni succede una cosa: mio padre ha sentito parlare del Saraceno che sarebbe stato visto nel tempo anche in altre case della Graziella. Si dice che sia il fantasma di un soldato arabo sepolto nell'ipogeo sotto Ortigia e che sta cercando la sua pace, e ne ha parlato in famiglia. La nonna, timorata di Dio, chiede di poter almeno far ri-benedire la casa dal prelato della chiesa del Carmine. Mio nonno invece bolla questi fatti come inutili superstizioni, tuttavia...
... dopo quel secondo giorno (e dopo aver concesso al prete di ribenedire la casa), dicendo semplicemente che si sentiva più comodo, e tagliando ogni volta il discorso su quel punto, restando irremovibile su quanto accaduto a mio padre (un incubo e nulla più), per i successivi nove anni in cui i miei nonni hanno abitato in via Mirabella, ogni sera mio nonno tirava la rete del letto fuori dalla camera, dormendo in corridoio, e ogni mattina appena svegliato la rimetteva in camera, come se niente fosse. Sistematicamente tutte le sere, pure se era mezzo febbricitante. Mio nonno ha trascorso nove interi e lunghi anni senza mai dormire nella sua camera da letto di via Mirabella.
Io ho girato molto per Ortigia. Ho parlato molto con i più anziani ortigiani, soprattutto i "Razieddari", e sino almeno ai primi anni '80 diversi altri hanno ammesso, senza bisogno di essere imboccati, di aver visto il Saraceno.
Le testimonianze coincidono: è un "gigante" (alto almeno due metri, due possenti spalle muscolose), spesso è stato visto in camera da letto ed impegnato a tenere i piedi di qualcuno di casa, oppure nel corridoio di casa che girava. Corrispondono le descrizioni dei suoi vestiti: un paio di pantaloni ampi e vaporosi, sporchi di sangue. Una casacca sul torace nudo e muscoloso, due possenti braccia, abbronzato, una scimitarra arrugginita tenuta al fianco e infilata ad una specie di cintura a nastro, un turbante ingiallito e macchiato infilato sulla testa.
Corrispondono le descrizioni dei suoi occhi, del suo sguardo che sembra carico d'odio, eppure che da l'impressione di non avercela con la persona che lo sta vedendo.
E corrisponde la descrizione delle sue mani, callose, consumate, sporche. La descrizione della stretta alla base delle caviglie, attraverso le coperte.
Insomma: mio padre (e con buona probabilità anche mio nonno) sono stati anche loro testimoni di questo inspiegabile fenomeno che si unisce alla magia di Ortigia.