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lunedì 10 agosto 2020

Orsacchiotto Felice ASMR

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#SenzaFiltro e pure senza voce, ma con l'orsacchiotto 🧸😉

giovedì 5 giugno 2014

Piscina segreta

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Il palazzo è in costruzione da molto tempo. Pur essendo in periferia, e destinato a diventare un grosso edificio di uffici e servizi, con un grande bar al piano terreno, viene costruito usando tecniche tipiche di anni molto passati: pesanti pareti esterne in blocchetti di arenaria, colonne portanti molto ampie e ambienti ad altezze differenti e rifiniture ad arcata.
Ma sebbene sarebbe dovuto essere ormai costruito e completato da parecchio tempo, e nonostante un gruppo di muratori e carpentieri sia lì praticamente ogni giorno, i lavori procedono a completo rilento.
Il cantiere è chiuso, ovviamente.
Ma conosco un modo per entrare: il palazzo sorge sulle fondamenta e sulla base di una struttura che esisteva in passato. Uno degli edifici circostanti è circondato da una stradina che è ridotta a un sentiero fra le erbacce. Questo sentiero dopo aver raggiunto il lato posteriore dell'edificio, giunge alle spalle del cantiere, in un punto che - apparendo in mezzo alle erbacce e alle sterpaglie, non è stato recintato.
Ed è così che di mattina, all'alba, entro nel cantiere e salgo fino al primo piano, guardandomi intorno e notando che ci sono fori scavati nelle pareti di tufo per cercare di ottenere un alleggerimento generale della struttura, oltre ad aperture a forma d'arco che dovrebbero ospitare porte e finestre.
So che devo potermi muovere liberamente, e dato che ho con me un borsello, per evitare di dover tornare indietro l'ho lasciato nascosto in un buco del muro perimetrale dell'edificio vicino. Non so a che scopo (il borsello non è pesante, e peraltro so che dentro ho il cellulare e la Legria Mini), ma me ne libero.
Sulla sinistra, in quello che appare appunto il lato sinistro dell'edificio, che sull'esterno ha finestre solo al secondo e terzo piano, anche dall'interno appare praticamente sigillato. Tranne una serie di fessure verticali larghe pochi centimetri su una parete di fondo. Mi avvicino. Alcune di queste fessure, che sembra vengano scavate manualmente a scalpello, sembrano essere più un modo per arieggiare l'ambiente che c'è dietro, più che per far entrare luce. Le fessure più a destra sono più ampie e rifinite: sembra che l'aspetto finale di questa sorta di griglia dovrà essere simile a questa. Riesco a infilare la testa con difficoltà e guardo verso il basso, cercando di capire che cosa ci sia.
C'è un unico ambiente, molto illuminato, cui l'ingresso si deve trovare proprio sotto di me (anche se data la posizione riesco solo a vedere la parete opposta e una stretta diagonale più o meno fino a metà di quello che ci sarebbe.
L'ambiente è molto più profondo del solo piano terra (scende di almeno altri dieci metri. Appare uno scavo, profondo, e svasato. Una vibrazione e un successivo riflesso mi fanno notare che lo scavo è pieno di acqua, per almeno un paio di metri di profondità. L'acqua appare molto limpida e pressoché senza movimenti, quando all'improvviso un rumore violento annuncia la "caduta" (o il tuffo) di due grossi oggetti.
Che mi si presentano davanti al naso dopo pochi istanti: ci sono due panda che stanno nuotando! Non sono adulti, ma neppure dei cuccioli: saranno alti poco meno di un metro ciascuno.
Mi sposto silenziosamente indietro, mentre sento i primi muratori che sembra stiano arrivando. Insomma: le voci su strani esperimenti condotti in questo edificio erano corrette.
Ma mentre riesco a svicolare fuori dal cantiere e ripesco il mio borsello, prima di raggiungere una serie di persone in piazza, mi rendo conto che - a parte la mia testimonianza - non c'è nulla che provi quello che ho visto. E con molta difficoltà, dopo essermi introdotto di nuovo nel cantiere e aver pescato la telecamera dal borsello, riesco dallo stesso punto a filmare gli ultimi momenti in cui i due ailoropodi giocano in quella specie di piscina risicata. Mi chiedo da dove vengano ma sento delle voci: qualcuno sospetta un ingresso non desiderato (aka: forse mi hanno scoperto) e quindi mi allontano di corsa e riesco ad evitare di essere scoperto per un soffio.
Ci vediamo quindi in piazza con alcune persone (ci sono sia miei amici che youtuber che seguo) e la discussione verte proprio sul fatto che si dice che si facciano esperimenti in quell'edificio, ma quando nessuno vuole credere che ho visto i panda con i miei occhi (prima che possa dire loro di avere le prove), decido di pubblicare in un canale nascosto su youtube il filmato rubato dei panda.
Ed è così che la notizia si diffonde, mentre sto guardando il filmato sul telefonino e tutti si chiedono chi possa aver girato quelle immagini: sto per svelare il segreto quando...

... quando decido che è ora di svegliarsi e di cominciare la giornata ^_^

lunedì 5 agosto 2013

Un semplice esperimento

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La palestra è, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, estremamente silenziosa, e la serie di file ordinate di banchi su cui i bambini, singolarmente, e con una matita e un foglio in mano stanno svolgendo la prima serie di test MENSA. Alcuni adulti girano fra i banchi in silenzio. È stato espressa una regola che i bambini non conoscono: per evitare qualsiasi problema chiunque dovesse essere sorpreso a copiare o barare sarà "segnalato" silenziosamente e successivamente i suoi risultati saranno scartati, ma nessuno sarà cacciato dalla palestra durante l'esame, per evitare ogni genere di distrazione.
Tuttavia, pur essendo tutti quanti bambini fra i sette e i dieci anni, c'è molto silenzio e decisamente ben poca intenzione di copiare qualcosa, anche perché il test stesso è più un gioco di logica. Ma soprattutto perché sono stati ammessi a partecipare solo i bambini che risultano avere un Q.I. appena superiore alla media.
Ci sono sette file di cinque banchi ciascuna: trentacinque bambini e bambine con l'espressione più o meno assorta, la matita sul foglio delle risposte. Anzi no: trentadue hanno l'espressione assorta. Mentre tre, che erano stati notati e che sono stati convenientemente posti ai tre posti alternati sulla prima fila, con estrema calma ed espressione molto rilassata procedono a marcare le risposte sul foglio quasi senza guardare le domande.
Tre matite si posano sul banco quasi all'unisono, quando ancora mancano quindici minuti al termine del test. Silenziosamente uno dei controllori ritira le loro risposte e i due bambini e la bambina si limitano ad annuire con un sorriso.
Sera. Nella palestra sono rimasti solo dieci adulti e i banchi vuoti. Controllano con calma le risposte: i test sono stati completati e, peraltro, tutti e tre i test risultano perfetti al 100%. Sono gli unici tre test completati senza errori.
Alfredo, giovane ricercatore fresco della seconda laurea, con degli occhiali leggerissimi con montatura in titanio e lenti senza cornice, volto perfettamente rasato ma corposi basettoni fino all'attaccatura dell'orecchio, si rivolge a quella che appare come la sua superiore: l'unica persona che è rimasta seduta e non sta mettendo da parte il computer e l'attrezzatura. -Il risultato, se confermato, è incredibile. Di fatto questi tre bambini potrebbero benissimo essere accolti nel MENSA già oggi stesso. Ma non voglio essere troppo ottimista: un secondo test in ambiente controllato è obbligatorio, in questo caso.
La professoressa, Stefania, da poco entrata nei quaranta, sempre gioviale e dal sorriso contagioso, in realtà nascondeva il terribile dolore della perdita di entrambi i genitori proprio ad opera di una squadra d'invasione extraterrestre. Già da vent'anni, a causa di questi attacchi "chirurgici" era stata approvata la legge 180 già su tutto il pianeta.
La Legge 180, nata in Italia con il pomposo nome di Decreto Legislativo del 18 settembre 2036 nr. 180, ma fra tutti quanti nota soprattutto per il soprannome "Decreto Zimonta", dal nome del senatore Francesco Zimonta, che l'aveva proposta quell'anno, in sostanza è quella normativa che permette l'esecuzione sommaria delle forme di vita extraterrestre che si presentano sul nostro pianeta, in quanto considerate un rischio immediato per la vita umana, e stabilisce che in nessun caso è processabile chiunque abbia, a mani nude oppure utilizzando qualsivoglia arma o strumento, ucciso le entità eliminando di fatto il pericolo di uno o più invasori extraterrestri. In tale attività, l'eventuale coinvolgimento e possibile morte di umani anche a causa di "fuoco amico" è considerato un danno collaterale accettabile.
Ma dopo quasi vent'anni, molti scienziati comunque si chiedono se sia comunque possibile ottenere dei contatti con civiltà aliene, e soprattutto se sia possibile far fiorire degli accordi, magari commerciali, con essi.
Ma la ricerca scientifica italiana ormai da anni ha perso pressoché tutti i finanziamenti: lo stato non la sostiene, e i finanziatori privati puntano soprattutto a quelle attività con ritorni economici sicuri e veloci.
Per questo motivo Alfredo e Simona sono a capo di questo esperimento. Ossia: non per la loro preparazione scientifica comunque lungamente dimostrata da un'abbondante quantità di pubblicazioni sulle principali riviste scientifiche. No: principalmente per la loro capacità (soprattutto di Alfredo) di "bucare lo schermo televisivo".
È infatti ovvio che i principali fondi per la ricerca scientifica di questo livello sono procurati per mezzo di improbabili trasmissioni televisive. E cosa c'è di meglio di un bel reality per racimolare fondi con cui scoprire se è possibile condividere una lingua extraterrestre?

Il giorno dopo, nella stessa palestra, ci sono Alfredo, Stefania, solo tre banchi molto distanti fra di loro e tutti gli adulti di ieri.
I tre bambini, ossia Anna, di nove anni, Luca e Massimiliano, di otto, ora appaiono leggermente intimoriti da tutti quegli occhi che li squadrano. Ma la situazione non è diversa da quella del giorno precedente: anzi! Di sicuro qualcuno di loro riuscirà ad andare in televisione e a diventare famoso.
Alfredo, inquadrato da una serie di telecamere molto discrete, spiega ai bambini: -Niente di particolare: anche oggi dovrete semplicemente rispondere a dei quiz a risposta multipla, come è successo ieri. Solo che ieri si cominciava con delle domande semplici e si andava avanti con domande via via più difficili. Oggi io e la professoressa abbiamo scelto a caso cento domande da un gruppo di duemila. Ce ne sono di molto facili, ce ne sono di molto difficili. Ma questa volta non c'è un tempo limite. Potete prendere tutto il tempo che volete, e dovete comunque essere sicuri della risposta che date, perché questa volta la scelta è molto importante.
Dobbiamo evitare che possiate copiare o prendere qualsiasi riferimento, per cui i controllori resteranno per tutto il tempo accanto a voi. Se siete pronti, possiamo cominciare!
I tre bambini, silenziosamente, si siedono. Sul banco sono già presenti, voltati verso il basso, il foglio delle domande e quello in cui marcare le risposte, oltre a due matite, un temperamatite e una gomma.
I tre girano all'unisono il foglio delle domande, e cominciano ad affrontare le domande e le risposte. La procedura appare persino più semplice del giorno prima, e i tre bambini cominciano a marcare le risposte con convinzione e un sorriso che appare sempre più raggiante.
Non passano neppure dieci minuti che i tre praticamente nel giro di pochi secondi ciascuno, con espressioni decisamente soddisfatte, posano la matita sul banco e guardano con interesse i controllori, che sono rimasti a guardarli impassibili per tutto il tempo.
Stavolta è Stefania a prendere la parola: -Grazie a tutti. Domani mattina qualcuno fra di voi sarà chiamato e parteciperà alla trasmissione. Per ora abbiamo concluso.
Di nuovo vengono guardati i fogli delle risposte, prima di passarli al controllo computerizzato, ma prima tutti quanti notano con un sorriso che in tutti e tre i fogli non è marcata alcuna risposta alla domanda numero trentasei. La domanda civetta: nessuna delle risposte fornite era valida. Ma nessuno dei tre si è fatto cogliere in castagna.
Di nuovo sono 99 (cento, contando la risposta 36) risposte esatte, per tutti e tre. E di nuovo i due scienziati s'interrogano.
-Pensi che abbiano potuto barare?
-E come? Imparando a memoria le duemila domande possibili del test MENSA (che non sono manco tanto facilmente procurabili) per poter dare le risposte corrette a novantanove a caso scelte stamani alle sei? Guarda Alfredo: se un bambino di otto anni ha la capacità di imparare a memoria duemila risposte visive, per me è comunque pronto ad affrontare l'esperimento.
-Sì, capisco quello che vuoi dire. Comunque per me resta un risultato molto strano: sono un membro, e che io sappia da molti anni non si vedono soci che hanno ottenuto due volte di fila il 100% delle risposte esatte al test. Significa che stiamo parlando di persone con uno spirito di osservazione assoluto. E sono bambini, Stefania, sono solo bambini...

Davanti alla "casa", costruita dentro uno dei teatri di Cinecittà, ci sono già i due scienziati, i tecnici e il personale che per venti giorni starà a stretto contatto con i tre bambini. Anna ha accettato di buon grado di avere una cameretta tutta per sé, mentre Luca e Massimiliano condivideranno con piacere un'altra cameretta. Alfredo e Stefania hanno due camere da letto separate e tutto sembra pronto per cominciare. Sembra. Perché i bambini sono dal medico che sta facendo la visita iniziale. E a quanto pare c'è un problema.
Luca non ha effettuato le vaccinazioni facoltative consigliate (fra cui morbillo e poliomielite). Non le ha mai effettuate perché si sospetta una grave forma allergica a uno dei componenti dei vaccini, ma per motivi di sicurezza non si può consentire al bambino di partecipare alla trasmissione e alla ricerca se non si parte da una situazione comune. Nello specifico dal fatto che gli altri due bambini risultano vaccinati. Per questo motivo, di concerto con la famiglia, sono stati somministrati quattro vaccini polivalenti (uno zuccherino e tre iniezioni), e il bambino è stato tenuto sotto osservazione per eventuali crisi allergiche.
Ma il povero Luca, come "premio" per aver ospitato sul suo robusto posteriore ben tre vaccini, ha ricevuto dopo un'oretta di controlli di rito per reazioni allergiche, un lecca-lecca alla ciliegia.
Una crisi respiratoria pochi istanti dopo aver scartato il dolcetto ha fatto scoprire nella maniera peggiore proprio una grave allergia alla ciliegia, e il bambino è stato portato d'urgenza in ospedale. Alla conferma del ricovero del bambino, con il dovuto rispetto per la privacy della famiglia (e il dovuto ascolto alle proteste non indifferenti degli sponsor) si è proceduto a rinviare di una settimana l'inizio dell'esperimento.

Dopo una settimana, durante la quale uno sponsor ha abbandonato ma è stato subito sostituito da due molto più interessati, finalmente davanti alle telecamera di molte tv incuriosite, in un tripudio di bambini e adulti urlanti, davanti all'ingresso della "casa" addobbato con centinaia di palloncini in mylar (uno degli sponsor) decorati con disegni di fatine dei cartoni animati (altro sponsor) e con un bellissimo tappeto rosso e bianco (ancora sponsor, ovviamente!) arriva la limousine che scodella i tre bambini un po' confusi in mezzo a questo ginepraio.

I bambini salutano con la mano la folla urlante mentre i fari si spengono sugli ultimi fuochi d'artificio dello sponsor, e infine entrano nella casa seguiti da decine di telecamere fisse e dietro specchi finti.

E finalmente, dopo una cena offerta dalla produzione con pizza, patatine e bibite offerte dallo sponsor (ma solo perché è la sera d'arrivo: da domani una dieta equilibrata decisa assieme alle famiglie), Alfredo e Stefania spiegano a grandi linee ai bambini lo scopo di questo "esperimento".
Il giovane ricercatore prende la parola per primo: -Come tutti voi sapete, tutte le volte che sono venuti degli esseri da altre galassie, ci hanno soprattutto lasciato dei segnali. Messaggi, scritti nelle lingue terrestri. Messaggi scritti con i caratteri terrestri, ma con una sintassi, un'ortografia e una grammatica ben precise...
-Il nostro esperimento- continua la scienzata, -vuole dimostrare che è possibile imparare la sintassi e la grammatica tipica delle razze extraterrestri più pericolose, pur essendo dei comuni terrestri.
-Questo, riteniamo, in qualche modo dovrebbe favorire e migliorare il contatto con  le forme di vita aliena.
I bambini annuiscono convinti, e seguono le spiegazioni con interesse nonostante l'orario sia abbondantemente vicino alla mezzanotte.

Per evitare alcune implicazioni anche legislative il reality non è a la "Grande Fratello" e pertanto il reality viene registrato e le parti salienti vengono trasmesse in differita. Non ci sono telecamere in bagno, ad esempio. Alla coppia di ricercatori si affiancano alcuni stagisti ed altri ricercatori, in un team che compie un lavoro eccellente e i primi sei giorni scorrono tranquilli ed efficaci. Anna, Luca e Massimiliano collaborano di buon grado, accettano persino di indossare i vestiti offerti dagli sponsor; certo: Anna appare solare quando va a dormire indossando il pigiama delle fatine colorate, mentre i due bambini non sembrano particolarmente a loro agio con le magliette dello stesso tema, ma in realtà tutto scorre in secondo piano data la velocità di apprendimento durante la trasmissione. In particolare i tre, che dimostrano capacità logiche fuori dal comune, tanto da giustificare gli incredibili risultati ai test MENSA, sembrano far sperare bene sul risultato dell'esperimento.
Stefania, tra l'altro, è quella che nel tempo appare più speranzosa visto il terribile precedente che ha vissuto.

L'alba del settimo giorno dall'inizio dell'esperimento tutto sembrava normale.
Alfredo esce silenziosamente dalla casa in maglietta e pantaloncini e comincia la giornata con un'oretta di jogging attorno al percorso interno di Cinecittà. Rientrando poi verso le sei e un quarto in casa, prossimo a fare una doccia, nota la luce accesa nello studio.

Entrando lentamente, mentre si chiede il motivo della luce accesa, apre la porta accostata e si avvicina alla lavagna, su cui c'è scritto qualcosa. Dietro di lui giunge decisa la voce di Stefania: -Anna si è alzata all'alba, per andare in bagno, ma poi è entrata qui nello studio, e io l'ho seguita silenziosamente. La ho vista prendere il gessetto, cancellare la lavagna e scrivere. Ed ho capito. Ho capito che ci siamo sbagliati. Ho capito che quello che facciamo è sbagliato ma, soprattutto, ho capito che non è quello che sembra. Perché ora so come ha fatto a ottenere il 100% al test del MENSA.
Alfredo la guarda preoccupato: la donna tiene in mano un grosso coltello insanguinato. -Di cosa stai parlando?
Mentre percorre lentamente il breve percorso che lo separa dalla scienziata, e comincia a notare la chiazza rossa crescente sul pavimento.
E poi la vede. Anna è riversa a terra. Nella pozza di sangue. Sulla schiena varie ferite. Sul volto, vicino al pavimento, un'espressione sconvolta, fermata da almeno sei pugnalate alla schiena.
-L'ho vista. Era andata in bagno- continua a ripetere meccanicamente la scienziata, quasi a volersi dare una giustificazione da sola -ma poi è venuta qui... e ha scritto quello sulla lavagna... è la stessa calligrafia... è lo stesso linguaggio... è un'aliena, Alfredo. È una di loro, ne sono certa, e non potevo lasciarla in vita. Dovevo farlo, la legge Zimonta mi chiedeva di farlo, per forza...

I tecnici di studio entrano silenziosamente nella stanza, le prendono dalla mano il coltello e la allontanano lentamente, mentre lei in lacrime continua a ripetere solo che doveva farlo.
Finalmente Alfredo si gira e guarda la lavagna, su cui campeggia a caratteri dalla dimensione non indifferente il messaggio di Anna: "VOGLIO TORNARE DALLA MIA MAMMA"

giovedì 9 agosto 2012

Il lavoro del futuro

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Il mio nome è Marco. Mi hanno detto che è un nome importante, che era il nome di uno dei quattro apostoli del vangelo. Non so cosa significhi, me lo ha spiegato anni fa un nostro vicino di casa, una persona anzianissima e con i capelli e la barba grigi come la cenere. Si chiamava Matteo, ed è morto alcuni anni fa, ma prima mi ha spiegato questa storia sull'origine del mio nome, mi diceva che anche lui aveva il nome di uno degli apostoli, ma non ho mai ben capito come funzionasse la cosa. Aveva a che fare con un libro antico, ed un culto passato di cui sono rimaste poche tracce, nel mondo moderno.
L'ingresso nel XXIII secolo è stato meno doloroso del previsto, e oggi, 4 gennaio 2201, mentre cammino lungo la strada osservo la città intorno a me con occhi dolci, ripensando appunto al passato.
Campobasso è cambiata tantissimo solo negli ultimi vent'anni, figuriamoci quanto può essere cambiata nel corso dei secoli. Adesso, mentre guardo con poco interesse edifici antichi, risalenti forse a centinaia di anni fa, sepolti da immondi casermoni di cemento armato, mi chiedo sul serio se anni di rivoluzione e di battaglie ci hanno portato sul serio a quello che avremmo vo‬luto sin dall'inizio, o semplicemente se qualcuno ci ha dato solo uno spazio dove credere di essere ancora uomini liberi.
La povertà è ovunque, la vedi agli angoli delle strade, la vedi nella faccia delle persone, la vedi nelle case. Gli edifici sono tutti quanti scrostati, con i mattoni ed il cemento a vista, le finestre arrabattate ai muri con manate di calce ed intonaco messi in maniera pressapochista. Ci sono vetri rotti riparati con pezzi di nastro adesivo, sagome di alberi rinseccoliti. I tetti di tutti gli edifici sono costellati di pannelli fotovoltaici, e grazie a questo tutti quanti hanno a disposizione la corrente elettrica gratuitamente. Gratuitamente, già, ma in realtà a che prezzo? Tutti quanti dispongono di pesanti limitazioni al consumo complessivo, ci sono ormai limitazioni che non vanno oltre il kilowatt per ogni abitazione, e mentre il caldo dell'inverno e il gelo e i temporali dell'estate ormai sferzano il clima in maniera così disordinata, nessuno può permettersi praticamente una soluzione per riscaldare l'ambiente, o per rinfrescarlo nella calura. L'aria condizionata è diventata un bene di lusso che solo i più ricchi possono permettersi, così come l'acqua, che anch'essa arriva gratis ai tubi di tutte le case, ma razionata, per solo un ora alla mattina e due ore alla sera. Forte, pulita e puzzolente di grandi quantità di cloro. Ci sono dei premi per chi risparmia sulla sua dose giornaliera d'acqua, così come su quella di corrente elettrica, ma ormai siamo tutti quanti lì a tirare la cinghia perché convertiamo questi ristretti premi in crediti per l'acquisto di beni di prima necessità. Ci sono famiglie che riciclano l'acqua di cottura per lavare e lavarsi, pur di potersi permettere certi sacrifici. La cultura, per fortuna, non manca. Da quando la scuola è divenuta un obbligo per tutti fino ai ventiquattro anni d'età, e tutti quanti riescono in un complicato ma efficace percorso di studi almeno a costruirsi una cultura, in questo mondo le cose vanno meglio. O forse, ce lo vogliono far credere.
Svolto verso sinistra, sono vicino alla mia destinazione.
Campobasso ha due quartieri periferici, uno ad est e uno, opposto, ad ovest, completamente moderni e composti da questi giganti casermoni di cemento armato e vetri oscurati. Che sorgono sulle rovine di altri edifici, crollati con il tempo, il bisogno di costruire casermoni ancora più grandi o, senmplicemente, perché crollati. Perché nel gioco del ribasso, del subappalto e del bisogno di creare elementi per il lavoro del popolo, ci sono pochi muratori sottopagati e che muoiono praticamente ogni giorno in un cantiere per tirare su di corsa un edificio con cemento depotenziato all'estremo: ci saranno grandi uffici per grandi uomini in giacca e cravatta che prometteranno grandi guadagni a tanti giovani in maglietta sdrucita che vivono in un altro casermone, di sparuti e miserrimi alloggi popolari da cinquanta metri quadri con tre camere e due bagni per sette persone. Dove non esiste più la dignità di persona, dove non esiste un minimo di privacy, dove ritorni ogni sera sperando di aver recuperato qualcosa, da questa giornata, finché non ti accorgi che il guadagno della giornata non è sufficiente, forse, neppure a sfamare metà del tuo nucleo familiare. Ma che problema c'è? Tanto le famiglie allargate non esistono più: sempre di meno si sposano, sempre di meno fanno figli (per quanto ti propongano una serie di sgravi fiscali e di soluzioni per sostenere i tuoi figli, finisce che rinunci, perché non sei comunque sicuro di avere di che sostenere te stesso, o tua moglie, o i tuoi genitori, che eppure sacrificano così tanto perché tu possa trovare qualcosa di diverso), sempre di più muoiono e la popolazione si riduce.
Il divario fra ricchi e poveri è una profonda linea di demarcazione, una striscia che appare sempre più difficile da superare.
Giungo davanti al portone di quel casermone di cemento, tutto finestre quadrate in linea, neanche un balcone sulla facciata, ma un'ampia terrazza sul tetto, subito sopra il quarto piano. Lì prendiamo il sole la mattina durante la pausa caffè, lì festeggiamo ogni tanto il compleanno di qualcuno di noi, o qualche altro lieto evento. Lì, prima di tornare nel nostro mondo.
Ed eccolo, il mio: il tanto familiare cubicolo grigio, la sedia, lo schermo tattile del terminale che lampeggia. Mi metto l'auricolare e digito il mio pin sui finti tasti numerici sullo schermo.
In auricolare giunge un <click> che mi da un po' fastidio, e a cui ancora non mi sono abituato. Mentre sto per cominciare dagli altoparlanti ben integrati sui muri giunge una voce meccanica: "Questa è la giornata di Isernia. Buon lavoro a tutta la squadra".
E si va in scena.
<click...> "Pronto?"
"Signora buongiorno, sono Marco di Quattropiù, forse la sua nuova compagnia telefonica..."

mercoledì 26 gennaio 2011

Il metano di Gefrano

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Gefrano. Un paesino di montagna sul fondo di una piccola vallata circondata di montagne. Una sola strada che, attraverso una lunga galleria, porta in città [l'idea che mi sono fatto (sapete come sono i sogni, no?) è che si trovi nell'hinterland pavese, peraltro proprio a un tiro di schioppo dal capoluogo. Il classico agglomerato di casupole in una specie di periferia estremamente scostata, punto ideale per operai e impiegati in pensione che cercano solo un luogo tranquillo in cui curare l'orticello e giocare a bocce o a carte nel bar locale]. Casetta di montagna: piccola, accogliente, unifamiliare ma ricca di ogni comfort.
Salotto.
Una televisione accesa, su un canale locale. Passa uno spot pubblicitario, con degli sportivi in casacca da gioco che corrono per una cittadina, in mezzo ai palazzi. Ogni tanto qualcuno inforca un portone d'ingresso e si eclissa, mentre il claim recita: "Caldaie a gas metano e allaccio in tutti i luoghi: palazzi antichi, condomini, villette unifamiliari: PROPONETECI LA VOSTRA SFIDA!"
Mentre il claim si conclude, appaiono cucine a gas e caldaie ritagliate in ogni spazio di case signorili di fine settecento, inserite nell'arredamento con le stesse sensazioni che avrebbe dato un quadro antico.
La signora spegne la televisione, ed esce di casa.
Quando ritorna, diverse ore dopo, il sole è tramontato, l'ora di cena si avvicina e il marito, seduto su una poltrona vicino al camino, sta leggendo con calma e relax un libro.
-Ciao, cara. Hai preso appuntamento con l'idraulico, alla fine?
-Molto meglio.
Dicendo queste due criptiche parole, tirò fuori dalla borsa una carpetta bianca con il marchio di una società del mercato libero dell'energia.
L'uomo strabuzzò gli occhi: -Ma... Marta, che significa?
-Ho ordinato una caldaia a gas metano. Verranno in settimana a fare l'allaccio: mi hanno detto che non c'è nessun problema!
-L'allaccio? Ma... ma come avrebbero intenzione di fare?
La signora è convintissima di quello che ha fatto scendendo in città: -Non c'è nessun problema: ci portano il gas tranquillamente fin dentro casa!
-Il gas? Quale gas? Marta qui a Gefrano non c'è la rete del metano, cavoli!
Il problema della mancanza del gas nella frazione, diventa il minore. Quello più importante si visualizza pochi giorni dopo, quando la finanziaria che ha avviato la pratica per l'acquisto della caldaia chiede e pretende il pagamento delle rate. Tutto per l'acquisto di una caldaia che, tra l'altro, non può neppure essere convertita per funzionare a GPL, mentre la società che si occupa della distribuzione del metano e dell'installazione delle caldaie (ah, il mercato libero!) rifiuta di onorare l'accordo con un laconico "la vostra richiesta di allaccio è andata in KO".
Passano alcuni mesi. Alcuni mesi durante i quali la famiglia si trova a dover sbattere contro il muro di gomma della società del gas, contro quello della finanziaria, contro quello, infine, di non poter manco dichiarare risoluto il contratto perché la società chiede una pesantissima penale in caso di recesso senza allaccio.

Poi intervengono i giornali, e la famiglia viene contattata da un avvocato di un movimento nazionale consumatori che offre gratuitamente il suo patrocinio in questo caso, riuscendo a trascinare in tribunale le società coinvolte (anzi no, la società coinvolta, perché la finanziaria, non appena arriva il primo avviso di atti giudiziari dichiara concluso il finanziamento e rilascia immediatamente abbondante ed esaustiva liberatoria).
In tribunale, il giudice di pace determina delle cose inquietanti.
Anzitutto il contratto stipulato fra la famiglia e la società è assolutamente privo di qualsivoglia valenza per una serie impressionante di clausole palesemente vessatorie, compreso il prevedere una penale da parte dell'utente in caso di recesso anticipato, ma non trattando in nessun caso l'impossibilità della controparte a dar seguito al contratto per mancato o impossibile allaccio.
In solo due udienze (la prima rinviata per consentire alla società di produrre della documentazione aggiuntiva), la società viene condannata senza pietà al pagamento di una cospicua multa, oltre a dover risarcire tutti i danni morali e materali alla famiglia con una cifra contente diversi zeri.
Come secondo punto, moltissimi abitanti dei paesi limitrofi segnalano all'Autorità per le Garanzie sulla Concorrenza e il Mercato lo spot pubblicitario che riempie i canali televisivi locali del circondario, il quale viene immediatamente sospeso e sanzionato perché palesemente ingannevole.
Altre situazioni, lentamente, vengono a galla, e decine di casi del tutto simili a quelli della famigliola di Gefrano diventano di dominio pubblico, gettando se possibile ancora più fango sull'immagine della società, portandola lentamente sull'orlo del tracollo...


Suona la sveglia. Sono le cinque e dieci di mattina. Arruffo la testa a Philippe: -Cos'era? Il sogno di uno che non fa altro che sbattere la testa contro le ingiustizie fino a coinvolgere le unioni consumatori?
Però mi sono divertito. E voi no?

lunedì 24 gennaio 2011

The bug and the bank

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Il signor Frank M. Valletto entrò nel suo ufficio di mattina presto, per respirare ancora il residuo odore della nuova pittura murale.
Direttore di filiale da solo un giorno: un gran risultato per un uomo che in banca c'era entrato una decina di anni prima facendo la gavetta con l'inizio dalla cassa.
Un gran risultato, indubbiamente. E questo nuovo sistema informatico installato da appena una settimana aveva reso l'efficienza della rete bancaria ancora più affidabile: tutte le filiali collegate con la sede in tempo reale, e controlli duplici su ogni singola transazione.
Quel lunedì passò come era normale, senza alcun problema, e alla chiusura alle 17 l'italo-americano Valletto tornò nella sua villa patronale poco fuori New York.
I problemi cominciarono il martedì mattina, quando tutti i terminali della filiale semplicemente non volevano aprirsi, con un laconico "Errore 219".
La mattina andava male, e fino alle 10:30 non si riusciva a venirne a capo, nonostante l'immediato intervento di un team tecnico altamente specializzato, ci vollero diversi reset, ripristini e recovery di km e km di nastri di backup per cercare di venirne a capo, ma almeno il geniale direttore Valletto verso le 9 di quella stessa mattina, vista la folla non indifferente di gente che premeva agli sportelli, aveva deciso intanto di operare manualmente e telefonicamente: certo, le cose non andavano ad una velocità decente, ma potevano funzionare.
Le operazioni in contanti erano però limitate, perché la cassaforte temporizzata, collegata anch'essa al sistema elettronico, non voleva saperne di aprirsi...
Finalmente verso le 11:30 il sistema si piegò al volere del team tecnico e, con molta lentezza, decise di collaborare e anche la cassaforte decise di aprirsi.
Il mercoledì andrò peggio.
Dopo aver trovato il medesimo difetto del giorno prima, i tecnici tentarono subito la strada avviata il giorno precedente, ma dopo qualche istante di sblocco, il sistema tornava ad essere caparbiamente congelato. Fu un giorno inutile, e costò non soltanto molte lamentele da parte di tutti i clienti, ma anche la perdita di qualcuno.
Al termine di una giornata non facile, il team tecnico aveva identificato il baco nella procedura del database dipendenti, ma non erano venuti a capo del motivo per cui la procedura si incartasse non appena andava a leggere l'elenco dei nomi, ove peraltro non apparivano errori di inserimento o codice sql malevolo iniettato in giro.
Ma pur non avendo in mente il motivo di questo blocco, il giovedì mattina il sistema era stato ripristinato usando la forza bruta: l'agenzia doveva saltare il controllo del database dipendenti, e grazie a questa forzatura la giornata andò avanti tranquilla e il povero Valletto riuscì a riprendere fiato.
La catastrofe, però, era dietro l'angolo. E venne venerdì mattina sulla scrivania del direttore, sotto forma di una bella lettera in procedura automatica: licenziamento in tronco del direttore Frank M. Valletto per "violazione della procedura 219".
Frank andò su tutte le furie e passò il tempo a farsi rimpallare fra i vari uffici dell'amministrazione, ove praticamente tutti i consiglieri cascavano dalle nuvole, e alla disperata ricerca del segretario che aveva firmato la lettera di licenziamento.
Ma neanche trovare quel segretario servì a molto: aveva firmato la lettera perché era giunta con la normale procedura interna postale, assieme a decine di altre comunicazioni, per cui si era attenuto semplicemente alla procedura di portare alla firma del presidente tutti gli incartamenti della giornata, e quindi aveva inviato per posta tutto quanto.
Quella mattina, nel frattempo, finalmente uno dei tecnici del team venne a capo di quella oscura "direttiva 219": significa "Bisogna imparare con l'esperienza".
Il punto è che attenendosi a questo regolamento interno del team di programmazione del sistema, un programmatore con seri problemi aveva realizzato nella procedura di controllo dei nominativi di clienti e dipendenti una blacklist basata su determinati nomi. Fra cui "Mussolini", ossia il secondo nome dell'attuale direttore di filiale Frank Mussolini Valletto. La scheda di Valletto era stata caricata il martedì, quando il sistema era già stato avviato, e per questo non c'erano stati problemi. Viceversa il mercoledì il sistema non si era voluto avviare fino a venirne convinto con la forza dai tecnici, e il giovedì addirittura praticando la regola di imparare dall'esperienza, aveva bloccato anche le procedure usuali di sblocco manuale.
La situazione non era semplice, e il direttore si sentì discriminato palesemente e trascinò in causa il CdA della banca.
Durante il processo si determinò che la lettera di licenziamento era palesemente non valida, perché non esisteva una specifica richiesta da parte del CdA, bensì era stata emessa automaticamente dal computer, e nessuno si era preoccupato di visionarla, limitandosi a porre le firme e i contrassegni necessari per validarla. La cosa inquietante che si scoprì dopo pochi giorni dall'inizio del processo fu che invece molte delle persone coinvolte nella lettera non si fossero poste alcun dubbio sull'operato dei colleghi nell'emettere un licenziamento in tronco, supponendo che si trattasse di una giusta sanzione disciplinare nei confronti di Frank Mussolini Valletto, perché la filiale era rimasta chiusa due giorni di fila, e diversi clienti avevano chiuso i loro conti correnti e le loro linee di credito. Nessuno si era posto il problema che, nonostante la rigida e severa procedura interna, non fosse stata convocata alcuna assemblea dei membri per deliberare su un argomento tanto scottante.

Mesi dopo, il processo si conclude, e con esso il gigantesco tracollo finanziario della banca ormai boicottata da metà degli Stati Uniti per via del suo comportamento palesemente xenofobo.
Frank entrò nell'ufficio spoglio e si trovò faccia a faccia con quello che ormai era il suo ex presidente. Questi firmò un assegno di oltre 260 milioni di dollari, come risarcimento previsto dalla corte federale per il comportamento tenuto, e la lettera di licenziamento inviata con tanta leggerezza.
Era una cifra importante, ma soprattutto era l'ultima cifra che il gruppo bancario poteva permettersi. Per sempre, visto che Frank Valletto uscì da quell'ufficio con l'assegno ben nascosto nel taschino della giacca, e un sorriso sardonico a un lato della bocca, mentre una nutrita schiera di ufficiali giudiziari entrava nell'ufficio sequestrando, peraltro, la sedia del presidente del gruppo, nonché la stessa scrivania su cui l'uomo aveva appena firmato quell'assegno.

Poi mi girai sulla destra, ritornando sul mio letto e sentendo il caldo pancino di Rafael contro il mio torace. Le cinque di mattina: è ora di alzarsi e non pensare più a questi sogni assurdi ((-:

lunedì 27 dicembre 2010

My Christmas Carol

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Dicembre 2010, Londra. Vigilia di Natale. Mattina
E.S., presidente di una grossa corporazione che gestisce centri commerciali in metà Europa è nel suo ufficio. Sono le nove di mattina.
Improvvisamente bussano alla porta: una persona trafelata si fionda quindi dentro l'ufficio con una serie di cartellette e incartamenti in mano: -Mi scusi, signore: c'è un traffico tremendo per via della vigilia, ed ho trovato pure la neve per strada.
E.S. alza lo sguardo dallo schermo del portatile che ha sulla scrivania, e tira un'occhiataccia al suo segretario, poi ritorna con lo sguardo e la concentrazione alle immagini del computer.
Mentre l'uomo appena arrivato deposita tutte le cartellette sulla scrivania accanto a quella presidenziale, e si avvicina alla parete per appendere il cappottone imbiancato dalla neve che sta cercando di togliersi velocemente, però, E.S. riprende la parola senza distogliere lo sguardo: -Lo so che c'è confusione, Mike. Ma lo sapevi anche tu che sarebbe stato così oggi. Potevi organizzarti meglio e partire qualche minuto prima, o forse vorresti dirmi che dovevi accompagnare i tuoi figli a scuola?
Mike si ferma vicino alla parete con la giacca in mano: -Ha ragione, signore. Mi scusi, non si ripeterà più.
-È già pronto tutto? Lo sai che domani non possiamo sbagliare. Ci sarà un sacco da lavorare, però.
Il repentino cambio di argomento da parte di E.S. lascia per un istante il giovane segretario con le sopracciglia alzate, ma poi torna l'abitudine al lavoro e subito risponde: -Naturalmente. Tutto organizzato sin nei minimi dettagli: domani mattina alle otto in punto saremo tutti quanti qui; non un solo dipendente si è azzardato di proporre scuse o prendere giorni di malattia. Sappiamo tutti quanti che ci sarà del lavoro duro da fare, ma siamo tutti pronti, stia sicuro, signore.
Il presidente accenna una specie di abbozzo di sorriso e poi i due cominciano la giornata analizzando conti e studiando strategie commerciali da applicarsi con l'anno nuovo.
Giunge finalmente la sera, si fanno le 19 e il grande edificio di uffici chiude. Mike e il presidente escono dallo stabile deserto.
-Uff, si è fatto tardi, ma è la sera della Vigilia. Signore, è sicuro di non voler venire da noi in questa cena di Natale?
Mike si rivolge con un sorriso amichevole al suo presidente, nonostante l'espressione stanca di entrambi, ma quest'ultimo lo guarda di sottecchi con un'espressione scura: -Sai bene cosa ne penso di Natale, per cui lasciami perdere. A domani.
E.S. arriva davanti alla casa, un po' defilata dal centro città. Grande, austera e vuota. Si avvicina alla porta e guarda il battacchio di ottone in stile antico. Il solito leone che tiene l'anello gli fa l'occhiolino.
E.S. rimane surgelato davanti alla porta e comincia a guardare il fregio, che appare statico e freddo come al solito. L'uomo fa spallucce e varca la porta d'ingresso, chiudendosela alle spalle con un colpo secco.
Serata. E.S. è da solo, in casa, in vestaglia e davanti al caminetto acceso in un salone molto grande. Si siede in poltrona con un bicchiere di brandy in mano, quando all'improvviso sente un rumore secco che risuona dalla stanza adiacente.
-Ma che...?
La porta si spalanca con un colpo secco e una figura evanescente si fionda dentro la camera, trascinandosi appresso delle catene attaccate a dei grossi macigni.
E.S. è letteralmente paralizzato da questa visione: l'uomo si avvicina al piano-bar, si versa una copiosa dose di scotch in un bicchiere e poi si posiziona malamente sulla poltrona da cui E.S. è schizzato via quando ha assistito a quella visione assurda.
Una veloce sgargarozzata di quasi tutto il bicchiere, un commentaccio a proposito del bicchiere che il fantasma continua a tenere con la mano sinistra, e poi stende il braccio puntandolo verso l'uomo, che sta abbandonando il terrore per cercare di capire chi sia quell'entità. Poi il fantasma comincia a parlare, come un fiume in piena avvolge l'uomo di parole: -Ebenizer Scrooge: suppongo che tu ti stia ricordando di me, sono Jacob, il tuo vecchio socio. Sono qui per lanciarti un messaggio: non fare il mio stesso errore, mio buon amico. Non isolarti e non morire da solo come ho fatto io. Non puoi portarti i soldi nella tomba, e finirai come me e a cercare di vedere la luce nell'oscurità dell'aldilà, senza una meta fino alla fine dei tempi. Questa notte riceverai la visita di altri tre spiriti, come me, che ti mostreranno come puoi cambiare. Ora devo andare, vecchio bastardo. Ricordati delle mie parole: i tuoi soldi non ti seguiranno nella tomba.
La figura evanescente scompare come in una specie di dissolvenza. Il bicchiere che stringeva in mano con un residuo di whisky cade sulla moquette con un tonfo sordo e macchiando in terra. Ci vogliono diversi minuti prima che E.S., sconvolto, si riscossa dalla sua catatonia.
-Il mio ex socio... Jacob?
Passano un paio d'ore, l'uomo molto preoccupato da questa strana storia è ormai in camera da letto, e sta per infilarsi fra il calore del piumone, quando uno scricchiolio scuote il corridoio fuori dalla camera.
La porta della camera da letto (chiusa a chiave, nonostante l'uomo fosse da solo) si spalanca di schianto con un rumore violentissimo. Ne entra una figura simile a una bambina di neanche dodici anni, meno incorporea del fantasma che ha visitato l'uomo solo un paio d'ore prima; si avvicina, gli acchiappa una mano e comincia: -Buona sera, Ebenizer. Io sono lo spirito dei natali passati e sono qui per farti rivedere come hai vissuto questo periodo dell'anno nel passato.
-Ma, ma io...
-Oh, taci, abbiamo fretta.
La ragazzina da uno strattone al braccio di E.S., la stanza cade nell'oscurità e improvvisamente i due si trovano sul balcone di un grosso condominio. La bambina continua: -Non possono vederci, né toccarci, ma noi potremo vivere questa storia in tempo reale, come un film. Vieni, Ebenizer: entriamo.
-Ma io...
-Non discutere, brutto idiota, guarda che cosa succedeva a Natale quando eri piccolo. Vedrai se non ti commuoverai quando rivedrai i tuoi genitori!
La scena è molto semplice: i due genitori e il ragazzino dai lineamenti molto simili a quelli di E.S. sono seduti intorno alla tavola. Su un mobile alla parete un televisore a colori da 28" manda in onda il telegiornale della sera. Uno sparuto albero di natale con quattro palline e quattro luci è nell'angolo opposto della cucina. Padre e figlio stanno discutendo piacevolmente.
-Papà... io glielo ho spiegato che pensare ad essere buoni una volta l'anno, e dimenticarsi degli affetti per il resto dell'anno è molto ipocrita, ma non ci sono santi di farglielo capire a quella testaccia dura.
-Sai bene che gli atei come noi sono sempre visti di cattivo occhio da chi non riesce a guardare oltre il lume del proprio naso, ma che cosa ci vuoi fare?
-Niente: l'importante è andare avanti per la propria strada tenendo il massimo rispetto per coloro i quali hanno invece deciso di seguire altre strade. Finché c'è rispetto, c'è tutto.
-Bravo, belle parole. E tanto ormai negli ultimi anni il valore spirituale di questa festa è andato sempre più scemando, in favore del valore commerciale. E secondo me invece non dovresti sottovalutare questa funzione, specie in vista di future ipotesi lavorative nel campo della grande distribuzione.
-Ma certo! Un'occasione del genere non ho nessuna intenzione di farmela sfuggire. Vaben, io sono stanco, finiamo di mangiare che vado a dormire.
La bambina guarda E.S. sconvolta: -Ma... ma.... ma che razza di cena della Vigilia sarebbe mai questa?
-Ma noi da sempre siamo at...
E.S. si interrompe, mentre la bambina comincia a singhiozzare rumorosamente, e quindi scoppia in un pianto disperato, prende per il braccio E.S. e lo tira indietro. Un istante di buio e i due si trovano di nuovo nella camera da letto di E.S., che si avvicina alla bambina e cerca di abbracciarla per rincuorarla un po', ma scopre che ella è evanescente come un fantasma, e non è in grado di toccarla.
Passano pochissimi istanti, e una seconda figura supera la porta della camera da letto. È un uomo altissimo, quasi un gigante: sarà alto almeno due metri e trenta, ha dovuto piegarsi in avanti per passare dall'uscio e ora rischia di dare una sonora capocciata al lampadario in vetro di Murano che scende dal tetto della camera. Non è solo altissimo, è letteralmente enorme: ha una rotondità non indifferente e il fisico di un camionista norvegese in piena attività. Non appena entra e assiste a quella scena, diventa furioso: -Ma che cosa succede? Ma questo non mi era mai successo! Ebenizer, che cosa hai combinato?
-Ma io non...
Afferra l'esile (in confronto...) E.S. per il braccio sinistro e lo scuote violentemente: -A quanto pare con te sarà più difficile del previsto, eh? Bene, niente paura: io sono lo spirito del natale presente e ti farò scoprire che cosa ne pensa di te chi lavora con te, i tuoi collaboratori e soprattutto... vieni con me!
Un altro strattone, di nuovo buio, e di nuovo luce. In mezzo alla strada, nel quartiere dove abita Mike. Lo spirito del Natale presente prende E.S. di peso e lo spinge contro la porta di casa. E.S. la attraversa come un fantasma, ma poi si spalma contro la parete opposta a circa un metro con un tonfo secco.
Mentre il povero E.S. si allontana dalla parete e comincia a tastarsi il naso per capire se è tutto intero (rendendosi conto che la sua immagine non si riflette nello specchio accanto al punto ove è andato a sbattere) il fantasma lo prende per l'avambraccio destro e lo tira sulla sua destra, fino a raggiungere il salone della casa di Mike.
La tavola è apparecchiata, e sono presenti varie decorazioni natalizie, compreso un albero di natale piacevolmente decorato, delle calze rosse attaccate a una mensola sulla parete e persino due palline rosse attaccate alla carrozzina parcheggiata a capotavola.
Mike e la moglie sono in piedi ai lati della carrozzina, su cui è seduto un bambino dell'apparente età di otto anni, senza capelli né sopraciglia, con degli occhi di un blu così profondo che potresti annegare nel suo sguardo. La sua espressione è molto serafica, e mentre gli altri parenti stanno discutendo del posto di lavoro di Mike, prende la parola con qualche difficoltà ma un tono risoluto: -Smettetela. D'accordo, non è venuto qui, ma ha comunque rispetto di noi, e noi dobbiamo rispettare le sue scelte spirituali. Prima di tutto perché noi non possiamo giudicare un uomo solo perché ha deciso di non festeggiare il Santo Natale, giudicare è un compito di Dio. Secondo, perché comunque è Natale, e dobbiamo mostrarci comprensivi e rispettosi per il nostro prossimo, soprattutto per l'uomo che ha fatto così tanto per la nostra famiglia.
Commenti di approvazione girano per la tavola, sopra tutti quanti quello della madre: -Bravo Timmy. Belle parole, le tue. E in fondo anche se domani tuo padre sarà in ufficio già di mattina presto, sarà comunque un Natale splendido.
Lo spirito del natale presente guarda la scena strabuzzando gli occhi, poi si gira di scatto verso E.S.: -Ebenizer vuoi spiegarmi che diavolo significa?
Gli da uno spintone e in un breve istante di oscurità ritornano nella camera da letto, dove la bambina è ancora lì in lacrime. Una terza figura con un saio nero e incappucciato entra nella stanza, mentre E.S. prende la parola: -È quello che sto cercando di dire da un pezzo. Prima di tutto io...
E.S. si ferma osservando la figura incappucciata che lo guarda puntandogli contro una mano ossuta che fa capolino da una manica troppo larga.
-Spirito del natale futuro, eh? E vuoi portare Ebenizer Scrooge con te a mostrargli che cosa lo aspetta nel natale del futuro, giusto? Bene. Aspetta uno stramaledetto istante, adesso.
Un ruggito cupo risuona per la stanza, ma lo spirito del natale presente gli indica la bambina che piange e gli fa: -Un minuto, Bruce. C'è qualcosa che non va...
-Ecco, appunto. Intanto io non so chi diavolo sia questo Ebenizer Scrooge che continuate a cercare, anche perché io mi chiamo Erbert Soorce! E avevo cercato di spiegarlo a quell'altro squinternato di... come si chiama, Jack?
-Jacob- lo corregge lo spirito del natale futuro con una voce cupa.
-Sì, Jacob. Il mio ex socio? Ma quale ex socio? Io vinsi alla lotteria dieci anni fa e ho aperto i grandi magazzini Soorce da solo! Quale cavolo di socio?
Si gira, guardando in direzione del terzo spirito: -E ora? Vuoi farmi vedere il natale futuro? Andiamo pure! Vuoi mostrarmi Mike e la moglie che piangono sulla tomba del piccolo Timmy? Lo so già. Lo sappiamo già tutti quanti: Timmy è un malato terminale di cancro. Gli hanno amputato le gambe, e ogni settimana si sottopone a massacranti cicli di chemioterapia e radioterapia, che lo lasciano debilitato anche per due giorni. Eppure lui per primo se ne è fatta una ragione. Ha una forza incredibile, quel povero bambino: il suo semplice sorriso mi ha insegnato più cose di quante abbiate cercato di farmene imparare voi tre, anzi quattro squinternati in una intera stramaledetta serata. Altrimenti perché pensate che sono io a pagare tutte le sue costosissime spese mediche?
La bambina, continando a singhiozzare, alza lo sguardo e chiede, incredula: -Sei tu che paghi le sue spese mediche?
-Andiamo: Mike con il solo stipendio di segretario non riuscirebbe a donare alla sua famiglia quella dignità che li fa andare avanti ogni giorno! Lo considero un brav'uomo, che non merita di vivere un dolore così grande!
Dalla porta spuntò Jacob, puntando baldanzoso il dito contro Erbert: -Ma Mike domani sarà al lavoro, anzi lo saranno tutti quanti. L'hai detto tu stamattina, e lui l'ha confermato. Avete detto che ci sarà molto da lavorare! Mike sarà lontano dalla famiglia...
-E certo! Le decorazioni non si metteranno da sole in sala, e c'è bisogno di cucinare per tutti i dipendenti, ma siamo tutti quanti felici di poter passare una giornata in compagnia e in allegria, forse in nome del natale, ma soprattutto in nome del rapporto di fiducia e amicizia che ci lega tutti quanti. Mike mi ha promesso che con molti dipendenti verranno di mattina presto, mentre i familiari ci raggiungeranno solo a ora di pranzo!
-Cosa?
-Domani abbiamo il pranzo aziendale di natale, nonché la festa per tutti i figli dei dipendenti. Come ho già fatto negli ultimi cinque anni mi vestirò da Babbo Natale e consegnerò regali a tutti i bambini dei dipendenti.- Erbert si fermò, fece un sospiro e i suoi occhi divennero lucidi. -Me lo chiese Timmy quando era più piccolo, e io non ho avuto bisogno di pensarci un solo istante, prima di promettergli che avrei organizzato la festa di natale aziendale ogni anno. Visto? Non c'è bisogno di spiritualità per fare delle buone azioni.
I quattro fantasmi uscirono dalla stanza, visibilmente commossi, tenendosi spalla su spalla. Aver sbagliato il proprio lavoro è seccante, ma aver cercato di lanciare un messaggio a una persona come Erbert Soorce era stato l'errore più stupido che mai si potesse fare. L'ultima frase che echeggiò nella stanza, prima che la porta si richiudesse, fu quella di Erbert, che concludeva: -Ad ogni modo, se vorrete unirvi a noi domani, ne saremo molto lieti tutti quanti. Per me il natale non è altro che un giorno festivo sul calendario, in cui si chiude bottega. Ma questo non ci proibisce di riunirci tutti insieme per un momento di spensieratezza, lontani dallo stress e dal tran tran quotidiano del lavoro, riscoprendo l'altissimo valore dell'amicizia, e della famiglia.

lunedì 18 ottobre 2010

Un orsacchiotto mi protegge, IX

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Sera. Siamo un gruppo di amici, sul balcone dello studio di casa mia.
Il gruppo di amici è molto eterogeneo (oddio, in realtà ci sono molte persone, compresa mia madre, ma a parte lei so di conoscere tutti gli altri, ma nessuno di essi è uno dei miei amici "classici". Tuttavia è presente un ragazzo basso che ho già visto altre volte: in altri sogni. Appena mi giro verso di lui durante la discussione mi fa l'occhiolino e con un gesto molto leggero si indica la mano destra. Guardo la mia mano destra, e mancano anello ed orologio: alle solite... Uno sguardo d'intesa e lascio che la discussione scorra. Da quel momento sulla sedia del ragazzo basso, io vedo solo Lucky, pacioso, che ascolta con interesse tutta la discussione.
Stiamo parlando di una storia. Non so bene se sia un film, o un fatto reale del periodo della guerra, sta di fatto che mentre parliamo di questa storia, davanti ai miei occhi scorre la ricostruzione di questa storia come se fosse un film. Fisicamente un film, dato che vedo come personaggi principali della vicenda Massimo Troisi e un attrice italiana che ha il volto molto noto ma della quale proprio non mi viene il nome.
La vicenda è questa: si parla di un paesino da difendere durante gli attacchi tedeschi. Questo paesino, di qualche striminzita provincia siciliana, è famoso per la presenza di alcuni cannoni molto precisi e micidiali.
L'attrice si presenta in paese, di notte, dicendo d'essere un'esperta in bocche da fuoco, mandata da un gruppo di partigiani per cercare di sostenere la difesa del paesino in prossimità di una possibile liberazione dall'invasore tedesco. Troisi (in realtà nel sogno costui ha un altro nome, ma non me lo ricordo), invece è venuto la stessa notte portandosi da solo quattro compatte bocche da fuoco, e i due si sono incontrati in campagna vicino alle mura fortificate. La ragazza spiega il motivo per cui è lì, ma chiede al giovane per quale motivo stia faticando tutta la nottata trascinandosi quei compatti cannoni da almeno una quarantina di chili l'uno, per tutta la campagna notturna.
La risposta di Troisi lascia senza parole: il paese non ha mai avuto nessun cannone a baluardo di difesa. Le immagini rubate dalle spie tedesche durante le notti d'estate sono state di... tronchi d'albero cavi dipinti di scuro e posizionati come cannoni lungo le mura fortificate fuori città. Era una manovra psicologica, ma ora che il pericolo si fa reale, lentamente sono stati fatti arrivare dei pezzi d'artiglieria in bronzo e ferro, compatti ma funzionali.
La scena continua: i due si sono incontrati di notte, ma in realtà non è proprio notte inoltrata (saranno appena le 22, forse le 22:30) per cui i due dopo aver lasciato i cannoni e fatto amicizia, prima di cominciare a montarli, per superare il freddo della sera vanno nella vicina osteria e si fanno lasciare una fiaschetta di vino. La scena successiva vede Troisi che guarda la ragazza mentre posiziona uno dei cannoni lungo la base di un muro come se pesasse un grammo (ma per mezzo di un sistema di corde e contrappesi sapientemente ben fatto, a piena dimostrazione che non solo sa il fatto suo, ma soprattutto che effettivamente è l'esperta di armi che dice d'essere).
Troisi a questo punto l'avverte, con la voce vagamente impastata dall'alcol, che non è sicuro della funzionalità di quei pezzi d'artiglieria: -Il sindaco li ha fatti venire da Messina, e dopo ha ordinato i proiettili, ma al momento non si ricorda manco se c'è una corrispondenza della... oddio... dimensione dell'interno.
Il giovane barcolla un po' mentre la ragazza solleva la fiaschetta e si ingola una robusta dose di vino, prima di rispondere con la voce ancora più impastata: -Il calibro, eh? E allora lo proviamo.
Vedo l'immagine di un piccolo cannone inquadrato dall'alto; un affare a retrocarica di un calibro ampiamente fuori-standard che appare come una sorta di 65mm di bocca per 1500mm di lunghezza volta-culatta.
La giovane inserisce perfettamente nell'imboccatura un affare di metallo colorato di rosso che appare come la via di mezzo fra un proiettile da caccia cal 12 troppo cresciuto e un bossolo da carro armato molto più corto. Si tratta di un monoblocco di metallo (direi: ottone) dipinto di rossiccio minio. Sembra terminare senza la palla, ma quando lo inserisce lo piega verso il basso evidenziando un cilindro a ogiva ficcato dentro la punta del proiettile per farlo a raso con il margine (forse per permettere un più agevole trasporto?) e il colpo si appaia perfettamente alla canna.
L'impressione è che sia per un'arma automatica, ma poi i due danno fondo alla fiaschetta e quindi la ragazza chiude la culatta (è piegata in basso sul cannone, e sembra sostenuta da delle corde) e ci ficca una miccia a lenta combustione.
Troisi la guarda con preoccupazione, e questa accende un fiammifero contro la culatta e ci si butta sulla miccia, che comincia a bruciare malamente.
Si sentono voci tedesche in lontananza, e la giovane mentre la miccia sta bruciando prende il cannone con le mani e, sfruttando il sistema di contrappesi, lo gira in direzione della strada, sulla sinistra e in basso, poi si allontana per raggiungere Troisi e urla: -Tappati le orecchie!
In una scena grottesca vedo il giovane, appoggiato a delle botti di una specie di polveriera, che guarda con soggezione il cannone a una decina di metri avanti a sé, si infila le dita nelle orecchie e, improvvisamente, con una strana sensazione si toglie l'indice destro e lo guarda, poi lo striscia sul coperchio della botticella che ha davanti a sé (quella su cui teneva la mano appoggiata) e lo guarda strabuzzando gli occhi: -Ehi! Ma questa non è polvere da sparo: è polvere d'oro! Ma che diavolo sta succedendo?
La scena ritorna sul balcone, sulla sedia davanti a me appare mio padre, che a quanto pare sino a quel momento è rimasto ad ascoltare la ricostruzione (un po' da parte di tutti) in silenzio, ma che ora all'improvviso con molta convinzione e molta maleducazione comincia a criticare tutti quanti dicendo che nessuno dei fatti raccontati è vero.
Tutti (meno me e Lucky) sembrano rassegnati. Mia madre non c'è (credo sia entrata in casa), ma io improvvisamente mi prendo la situazione di petto: -Piantala!
Mio padre mi guarda con rammarico: -Guarda che non ti devi permettere di interromperm....
Lucky mi passa il maniglione per aprire la tenda del balcone, che punto contro mio padre con stizza praticamente davanti all'occhio destro: -Sei tu che sta interrompendo il mio sogno, e se non sparisci facciamo l'esperimento di vedere se riesco a spaccarti la testa, o se sei impalpabile come un fantasma. Sono io che sto sognando, e non mi pare di averti invitato, sai?
Mi guarda con preoccupazione, allunga una mano per allontanarsi il maniglione dalla faccia, ma subito io annuncio: -Non ci riuscirai neanche volendo: non puoi toccarlo.
Mi sarei aspettato una scena di attraversamento del metallo come un fantasma, invece mio padre ritira indietro la mano come se tenessi un pungolo ad altissima tensione elettrica. Mi giro verso Lucky con espressione interrogativa, ma lui mi rassicura: -Tranquillo, non è manco uno spirito maligno... a malapena sarà un fondo di ricordo di qualcosa.
Quando mi giro di nuovo in direzione opposta, sto tenendo il maniglione puntato a una sedia vuota.
Sbuffo in un sorriso, poi poso quell'affare e annuncio ai ragazzi: -Ok. E ora: che ne dite di una partitina a carte?
Voci di approvazione, ma in mezzo a queste Lucky che zompetta sul tavolo e mi si avvicina: -Sarebbe bello, ma...
Lo interrompo: -Lo so, lo so... cavoli è già ora di svegliarsi, eh? Va bene, va bene...
Gli afferro la testa e gliela arruffo energicamente, poi chiudo gli occhi e mi ritrovo sul letto. La proiezione dell'ora segna 4:57.
Ma sì: aveva ragione Lucky: ieri sera la cena cinese era buona, ma i tre tazzotti di sake caldo ingurgitati coll'antico metodo dei monaci shinto o della yakuza  [no, non ve lo spiego, chiedete al vostro amico nipponico di fiducia ((-: ] mi hanno fatto veramente costruire qualcosa di assurdo...
... però quella della spranga di ferro è stato, a parer mio, veramente geniale! ((-:

martedì 12 ottobre 2010

Pirati... del mediterraneo

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La goletta beccheggia dolcemente nella più profonda oscurità notturna. Intorno a noi solo mare, il cielo poco stellato e molto nuvoloso. Il primo ufficiale sta governando il timone, il mozzo zompetta sul ponte lentamente fumando una mezza pipa di tabacco e oppio, ed io solo da qualche minuto ho lasciato la mia cabina di poppa per salire e prendere un po' di fresco. Gli uomini, frattanto, sono tutti sottocoperta in frenetiche attività: il primo turno sta andando a dormire, mentre il secondo si sta preparando a tornare all'erta per gestire la notte.
Tutto quanto appare rilassato. Ho seguito con lo sguardo per un po' il mio primo ufficiale, poi mi sono allontanato e seduto sulla parete di margine, lasciando che la piacevole brezza notturna mi rinfrancasse dal terribile caldo estivo di quella mattinata.
-Capitano, intravedo qualcosa dietro di lei...
La voce del primo ufficiale era suonata attenta e preoccupata. Mi voltai dandogli la schiena e strinsi gli occhi per meglio sceverare nell'oscurità di quella notte senza luna, ma poi notai chiaramente i riflessi rossastri delle lampade di quell'imbarcazione lontana, ma non troppo.
-Non mi piace. Non mi piace per niente.
Afferrai da sotto il piantone del timone un cannocchiale, e lo aprii guardando verso nord, in direzione di quelle luci. Fu solo un breve bagliore delle lanterne ad illuminarne il Jolly Roger sul pennone dell'albero maestro, ma bastò per farmi provare un brivido lungo la schiena.
Il mozzo comparve in timoneria, in una nuvola di dolciastro fumo di pipa, guardandoci con espressione tesa.
-Signor Lancardi, suonate la campana: un brigantino pirata si avvicina da nord.
Il marinaio impallidì, fece letteralmente cascare la pipa sul pavimento e si caracollò giù dalle scale afferrando la stoppa del campanaccio che prese a suonare scoordinatamente.
Tutti gli uomini del secondo turno apparvero da sottocoperta ancora impastati di sonno, ma ben pronti ad agire, seguiti da uno sparuto ma efficace gruppo di ragazzi del primo turno.
-Comandante, che succede?
-Una nave pirata non identificata si avvicina da nord. Non sappiamo che intenzioni abbiano, per cui voglio tutti quanti pronti ai posti di difesa.
Il primo ufficiale continuò a tenere il timone con espressione serafica, e quando gli uomini cominciarono a spostarsi verso i cannoni e la polveriera, disse, rivolto a nessuno in particolare: -Adesso abbiamo paura anche dei nostri fratelli?
Lo guardai cercando di mantenere la sua stessa calma: -Siamo pirati, è vero. Ma come noi andiamo alla ricerca di un valido bottino, non è detto che gli altri si accontentino di qualche avventura o invece non preferiscano piuttosto depredare chi ha fatto la maggior fatica a recuperare l'oro e i gioielli. Sai bene che non considero fratelli gli altri pirati.
-E tu sai bene che non è stato sempre così, mio capitano.
Lo guardai con un po' di stizza, poi feci un respiro profondo e riportai l'attenzione con il cannocchiale a nord. Poi indietreggiai lentamente di qualche passo, abbassando il cannocchiale: -No.
Il mozzo e i pochi uomini rimasti sul ponte videro il mio gesto provando quasi terrore.
-Lancardi! Va subito da quell'ubriacone del cannoniere. Digli di ricordarsi di quella maledetta notte di maggio: otto cannoni di babordo pronti a fare fuoco appena li avremo a portata: si affiancheranno a poche decine di metri in qualche minuto! Sbrigati.
Di nuovo il mozzo si caracollò sottocoperta per raggiungere il livello dei cannoni, mentre gli uomini cominciarono a caricare i moschetti e sfoderarono le spade. Con stizza li ripresi tutti: -Mettete immediatamente via le armi, e le spade. Molti di voi ricordano quella maledetta notte, e chi non lo sapesse, non discuta: via tutto quanto.
Sei o sette uomini posarono i fucili scoppiando a ridere rocamente, mentre altri due o tre li guardarono tenendo le sciabole sguainate, con espressione interrogativa.
-Avete sentito il capitano: via tutte le armi. Fidatevi del nostro comandante, sa quello che sta facendo.
Al piano dei cannoni giunse il mozzo, che subito si rivolse al cannoniere: -Il capitano ha ordinato di preparare almeno otto cannoni a babordo per...
Il cannoniere lo interruppe, gridando per sovrastare il clamore degli uomini che si stavano avvicendando intorno alle micidiali bocche di fuoco: -La notte di maggio è arrivata, stavolta in ottobre, eh? Me lo aspettavo... Uomini! La prima fila di babordo: mezza carica e togliete le palle.
Improvvisamente il clamore si interruppe, e il silenzio per qualche istante apparve persino palpabile. Il mozzo riprese la parola: -Ma hai sentito quello che ti ho appena detto?
-E tu hai sentito che cosa ho appena ordinato? Mezza carica sugli otto centrali di babordo e togliete le palle. Solo polvere. Non dobbiamo discutere gli ordini del capitano, mezza spugna della malora!
Lancardi, con un'espressione di vivo stupore uscì per tornare in coperta, mentre gli uomini, mogi mogi, caricavano i cannoni con metà polvere e toglievano dalle bocche le palle di ferro e granito. Raggiunse il posto di comando e si avvicinò al capitano, mentre la vedetta, con voce impastata gridò verso il basso: -Il vascello del capitano Anaridio ci affiancherà in meno di un minuto, capitano.
-Signor capitano, non so che cosa si sia messo in testa quel fumato di Soriano, ma ha detto che...
-Che gli ordini vanno rispettati- lo interruppi -senza discuterli. Otto cannoni a mezza carica senza palla. Non ti avevo detto di ricordargli di maggio?
Sorrisi a mezza bocca, poi gli poggiai una mano sulla spalla lercia.
-Tranquillo, Lancardi. Grizzly sa benissimo quello che sta facendo.- il primo ufficiale non riuscì a trasmettere la calma al mozzo, eppure questi cominciò ad osservarlo mentre continuava a tenere il timone come se niente fosse.
Mentre ormai le luci del brigantino nemico illuminavano tratti del nostro stesso vascello, raggiunsi la mia cabina sotto la timoneria. Otto colpi secchi in sequenza, palesemente smorzati, risuonarono nel silenzio della notte, illuminando spettralmente con lampi giallo-rossastri il buio mare notturno.
Dopo alcuni secondi giunse la risposta: tre colpi di moschetteria, anch'essi smorzati e con delle fiammate dirette decisamente verso l'acqua piuttosto che verso la nave nemica poco accanto.
Un urlo squarciò la notte: -Maledetto Grizzly, questa volta ti è andata bene: questi inutili moschetti spagnoli si sono inceppati.
Mi affacciai dalla finestra di poppa mentre ormai la prua del capitano Anaridio stava scomparendo nel buio alle nostre spalle, e gridai anche io: -Quei balordi dei miei uomini hanno fatto bagnare la polvere, pensi forse che sia fortuna la nostra? Non ci sarà un'altra volta, vecchio bucaniere!
Un paio di risate roche si spensero nel buio delle rispettive imbarcazioni.
Trascorsero diversi minuti, poi due picchiate secche sulla porta della mia cabina mi riportarono a girare indietro e chiudere la finestra: -Venite avanti.
Il mozzo Lancardi, vistosamente sudato, rimase sulla porta.
-Entra, buon uomo. E chiudi la porta.
Fece altri due passi e si tirò la porta dietro la schiena guardandomi con grandissima preoccupazione. Mi alzai lentamente e gli porsi una sedia: -Siedi, ti ascolto.
-Capitano, io non capisco...
-Lancardi, quanto tempo è che servi con onore la mia ciurma di esaltati?
-Ehm, tre anni, mio signore.
-Esatto. Tre anni. Tu sei uno di quegli uomini che non era con me, quella maledetta notte di maggio di quattro anni fa. Ma stai felice: il debito di Anaridio è stato saldato, ora più nulla potrà distoglierci dalle nostre razzie.
-Debito, mio signore?
Mi sedetti anche io, poi con molta calma estrassi dalla bisaccia alla cintura un po' di tabacco sgualcito e mi rollai una sigaretta con un pezzo di carta bisunta.
-Quattro anni fa, una notte di maggio, una notte senza luna come questa, buia...
Accesi un fiammifero rompendo il buio della cabina, appena interrotto da un mozzicone di candela in una lanterna sul tavolo. Me lo portai alla sigaretta e ne aspirai molto fumo.
-Anaridio aveva attaccato l'Isola di Flori. Era un nostro obiettivo, ossia, anche un nostro obiettivo, ma due giorni di maledetta bonaccia sulla rotta sbagliata ci avevano fatto perdere molto tempo prezioso: quel capitano meno assennato aveva preso una rotta più lunga, per evitare la bonaccia. Di un giorno più lunga, ma sempre un giorno di bonaccia in meno di noi: di quel solo giorno ci siamo mancati. Ma c'è un problema. La settimana prima ci eravamo incontrati al porto di Rowana. E allora girava la voce che quel pazzo voleva assaltare l'isola di Flori, ma soprattutto girava la voce che qualcuno della Marina di sua Maestà aveva infiltrato un uomo di fiducia per mettergli i bastoni tra le ruote. Già, girava voce: era l'unico argomento di discussione dopo che quel pazzo era uscito dall'osteria col suo primo ufficiale, entrambi cotti dal grog... Quello che non avrebbe mai immaginato nessuno era che razza di bastoni gli avrebbe messo quello sporco traditore.
-Cosa era successo?
-Il peggio del peggio. Ricordiamo tutti quanti il nostro arrivo, in quella tremenda notte. Le scialuppe di Anaridio si stavano riavvicinando alla loro nave. Ormai buona parte del bottino (e degli uomini) erano saliti a bordo, e stavano per cominciare a festeggiare. Avremmo dovuto raccogliere solo un pugno di mosche, quando lo vedemmo tutti quanti. Un bagliore, giallo. Non era fuoco, o almeno, non il fuoco che ci aspettavamo. No. Era una miccia. Una miccia accesa sopra la polveriera del vascello di Anaridio.
Feci un gesto nervoso con le spalle, poi aspirai un altro po' di fumo dalla sigaretta stentata che stringevo fra le dita, e continuai: -Quel bastardo del suo mozzo si era venduto per poche monete d'oro, e naturalmente con quelle monete s'era comprato un paio di bottiglie di rum. Era così ubriaco che non guardò neppure la misura della miccia, e sebbene avrebbe dovuto aspettare che salisse il capitano e trovare una scusa per gettarsi in acqua, di nascosto, fece tutto in coperta. Quel topo di fogna si fece saltare in aria con tutta la barcaccia di quel filibustiere. Lui, il tesoro, gli uomini della ciurma, per un soffio anche il capitano stesso, che impotente vide il suo vanto e i suoi uomini distrutti dalla polvere. Non so che cosa pensammo quella notte. Ce l'avevamo con quella ciurma, in fondo. Erano riusciti dove noi avevamo fallito, forse non meritavano quello che abbiamo fatto. Ma il mare ha un codice d'onore, che tutti noi dobbiamo rispettare. Quella notte raccogliemmo i feriti. Quella notte soccorremmo i superstiti, e quella notte piangemmo i morti, tutti quanti, tutti assieme. Perché i morti non hanno colore, e il mare li accoglie tutti quanti...
L'ultima immagine che avevo davanti agli occhi di quella terribile notte di maggio svanì, per farmi tornare a guardare il mozzo, con gli occhi palesemente lucidi. Si riscosse, e concluse: -Aveva ragione, capitano: la polvere si è bagnata e non siamo riusciti a colpire la nave nemica, ma non abbia timore: non ci sarà di nuovo uno sbaglio del genere!
Uscì dalla porta a passo svelto, tirando su palesemente col naso. Il rumore della porta che sbatteva mi riscosse.

Mi sono svegliato, ho guardato la proiezione dell'ora: le 4:55 circa. Ho sentito sul torace la calda sensazione di Lucky, mentre alle orecchie mi giungeva il rumore della pioggia.
-Lucky, senti un po': io capisco che tu dormi con me quando piove perché mi dici di aver paura del temporale, e dei tuoni. E a me questo dispiace, per cui sono favorevole a coccolarti e rassicurarti mentre ci addormentiamo, ma non possiamo fare che ogni volta che dormi con me mi fai fare sogni del genere... Io sono ancora un tecnico informatico, mica posso diventare uno sceneggiatore!
Gli ho dato un buffetto sul muso, poi ho ripreso: -Anzi no, continua così che mi diverto sempre un mondo!!! ((((((-:

sabato 12 giugno 2010

Fuoco, purificaci tutti

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-Non riuscirai a comprenderlo in tempo. Ma non ti preoccupare, non ti servirà a molto comprenderlo. Non è per te che è stato scritto, o pensato, o semplicemente concepito.
-Forse. Ma comunque è stato concepito. E se qualcuno è stato in grado di pensarlo, qualcun altro potrà anche svelarne i segreti. Non vedo perché non potrei essere io, quel qualcuno.
Lo guardai di sottecchi, con l'attenzione rivolta allo schermo del terminale portatile anche per non soffermarmi sulla terribile visione d'insieme. Era sporco, indossava abiti lerci e consumati, aveva due scarpe differenti, la barba incolta di almeno tre settimane. Solo a guardarlo faceva tanto di quel ribrezzo da farti venire voglia di allontanarti di almeno cento metri, e persino l'odore che emetteva ti faceva valutare seriamente quella ipotesi.
Ma lo ammiravo. Lo ammiravano tutti. Era un mito. Seduto su una pietra infangata con le gambe incrociate, sulla vetta della collina, le mani consumate dal lavoro sulla terra, un sigaretto consunto e fetente che teneva fra le dita tremolanti della mano sinistra, e gli occhi.
I suoi occhi blu, profondi.
Come il più misterioso degli oceani. Come l'immagine rilassante del cielo nello sfondo dei sistemi multilivello basati su quella nuova versione del sistema operativo.
I suoi occhi ti lasciavano senza fiato.
Aveva l'espressione rilassata, l'aspetto di un vecchio agricoltore sul suo terreno che si gode una meritata pausa dopo una giornata trascorsa sui campi. Ma i suoi occhi.
Avevi paura dei suoi occhi.
Pensavi che ti avrebbe potuto uccidere con i suoi occhi. Ucciderti. Con la sola profondità del suo sguardo, anche a miglia e miglia di distanza.
Riportai lo sguardo che fugacemente si era soffermato su di lui, sul terminale.
Gli eventi degli ultimi sei giorni avevano cambiato completamente la mia vita. Mentre osservavo quei simboli, il mio raziocinio sapeva che avrei dovuto occuparmi di decifrare quel codice, ma la mia mente divagò quasi subito, tornando al primo giorno. Tornando a come era cominciato tutto quanto. E come non tornare indietro? Era passata meno di una settimana, da quando era cominciato tutto quanto.
Il mio nome, non ha importanza. Quello della larva umana che mi stava davanti con quegli occhi blu fumando un minibido, neppure. Numeri. Ecco quello che siamo. Solo numeri.
Io sono stato un numero uno, nel mio campo. Nel mio piccolo.
Ho una famiglia.
Una moglie amorevole.
Una magnifica bambina di sette anni.
Una casa: una bella villa in periferia, dotata di ogni comfort.
Auto sportive.
Moto, computer, dipendenti.
Un intero impero nelle mie mani.
Che schifo!
Ora che guardo l'uomo che è stato (ed è) la guida spirituale per tantissimi, provo schifo e vergogna per me stesso.
Sono arrivato a questo punto con anni di duro lavoro e sudore della mia fronte, senza dover mai dare conto a nessuno di quello che facevo. Come lui. Sono riuscito a superare molte sfide, molte analisi, grazie al raziocinio. Grazie alle conoscenze in ambito tecnico ma, soprattutto, grazie alla mia mente fredda e matematica. Anni di tecnologie sempre più evolute hanno insegnato a tutti come appiattire la vita e renderla un lento e noioso fluire dalla mattina alla sera nel solito tran-tran quotidiano.
Un lento e noioso fluire dei giorni, delle settimane, dei mesi, degli anni. Novità? No, le solite cose, sai.
E invece no! Porcaccia miseriaccia: per una volta no!
Non dopo aver visto come chiudere con tutto e con tutti, non quando è finalmente possibile scandire la propria vita senza temi, senza titoli, senza 140caratteri, senza la tastiera del computer, senza smartphone, senza terminale, senza terminazione, senza corrente elettrica, perché no?
Il raziocinio. Ritrovare il raziocinio, scoprire che la mente umana è un'arma meravigliosa e terribile, anzi riscoprirlo. Scoprire che forse la radice quadrata di 78432 non è "batteria della calcolatrice scarica". Anzi no, scoprire proprio che non serve una macchina per tenere in esercizio la mente.
Isolamento.
Questo ci vuole, per capire, per pensare, per ragionare. No, isolamento per sentire i propri pensieri, per sentire in mezzo alle onde wi-fi, bluetooth e hyperlan che c'è ancora del raziocinio. Che l'uomo può ancora pensare.
Che esiste ancora la fantasia.
Sei giorni fa ho lasciato tutto. Ho lasciato tutti. Ho lasciato tutti e tutto, e sono entrato nel "monastero".
Che bel nome. Antico. Altisonante. D'altronde, mi hanno detto che l'edificio molti, tanti, troppi anni fa ospitava proprio un monastero. E ora quello che serve è solo silenzio, una cella fredda, un letto duro, e niente tecnologia. Niente corrente, niente telefoni, niente terminali, niente di niente.
-Le notti a lume di un mozzicone di candela e i giorni scanditi solo dallo scorrere del sole e dal bisogno di respirare a pieni polmoni a stretto contatto con la natura, sono duri. All'inizio per tutti sono duri. Il primo giorno è quello in cui decidi se hai carattere. Se sei carismatico. Molti vengono al monastero, pochissimi superano il primo giorno. Io sono il Priore. Da quando uscirai da questa cella, sarai solo tu, la tua mente e gli altri, se vorrai rapportarti con loro. Qui vige solo una regola: coloro che alzano il cappuccio del saio sulla testa applicano la regola del silenzio. Non potrai parlare con loro: loro non parleranno con te.
Che belle parole. Alzai il cappuccio sulla testa non appena giunsi all'arcata della porta per uscire, e da allora per tutti i sei giorni di permanenza non lo abbassai mai.
Il primo giorno passò. Lento, omologo, poco efficace, e il terrore che mi fece tremare la colonna vertebrale fu quello che in qualche modo nel monastero si cooperasse solo per costruire l'ennesimo cliché di vita preconfezionata e dettata da regole di ripetitività generica. Ma superai il mio primo giorno dimostrando una forza d'animo mai vista in anni di monastero.
Nessuno me lo disse, perché invitando a rispettare la mia scelta del silenzio portavo sempre il cappuccio del saio sdrucito ben alzato sul collo e sui capelli corti e spettinati, che in quei sei giorni giunsero anche a un opportuno livello di lerciume non dissimile a quello del personaggio che ora, alla fine di tutto, mi stava osservando. Anche una settimana di barba cominciava a darmi fastidio, ma era una sensazione lontana, assente.

Gli ero vicino lo stesso. Nonostante il fetore che emanava. Nonostante desse l'impressione di essere un pazzo. Ma gli stavo vicino perché avevo provato quelle sensazioni anche io. E se io avevo assaggiato la profondità di quello stato dopo sei giorni, pur sapendo di non avere la forza di affrontare una vita di privazioni, ascetica come quella della nostra guida spirituale, lo ammiravo. Lo ammiravo proprio perché aveva trovato il coraggio di allontanarsi da tutto. Di allontanarsi così tanto da essere riuscito a capire il passato, il presente e il futuro della tecnologia senza neppure bisogno di esserne a contatto.
Il secondo giorno rimasi a passeggiare nel giardino interno del monastero. Cercavo di mettere in ordine la mia testa. Cercavo di trovare il bandolo della matassa di pensieri e ragionamenti che - finalmente - urlavano dall'interno del mio cervello cercando di uscirne tutti assieme appassionatamente.
E fu dura, ma quando giunsi alla sera e mi ritirai nella mia cella, in attesa di addormentarmi sul duro letto di pietra e fieno, cominciavo già ad assaporare un senso differente del tempo.
-Non cercare di trovare segni di una profondità disarmante. Non immaginare chissà quali allitterazioni metafisiche, né intricate e poco controvertibili formule trigonometriche sviluppate in codice esadecimale o che coinvolgano magari anche l'insieme dei numeri complessi coniugati: la strada è molto meno complessa di quanto possa apparire al primo sguardo. Non è una strada semplice, e non a caso ti dico che sinora in centinaia di anni che si tramanda questo codice, nessuno è mai riuscito nell'intento. Cadiamo nella superstizione, nella leggenda e profezia che vuole dell'esistenza di un uomo dalla mente contorta eppure pura, forse un pazzo. Un uomo che potrà decifrare questo codice senza bisogno di studiarlo. Un codice concepito da una mente superiore...
-No. Non è opera di una mente superiore, è opera di una mente libera, ma inferiore. Vuoi la verità? Quello che non vi tramandate dai secoli è un rasoio di Occam: questo codice è stato concepito da un uomo che non ha mai conosciuto la tecnologia, la tecnica, la matematica. Nulla. Forse da un uomo che non era neppure in grado di leggere né scrivere, o fare di conto.
Il terzo giorno. Oh, il terzo giorno, come mi ricordo il terzo giorno. Come dimenticarsi quel giorno in cui uscii dal monastero solo per passeggiare fino al limitare del bosco? Solo per scoprire che c'è ancora un sole che splende alto nel cielo, solo per scoprire che ci sono ancora uccelli che cinguettano. Per scoprire che la natura esiste, e va avanti secondo un disegno che non si può sintetizzare in una formula matematica. Che non si può sintetizzare in 140 caratteri, che non si può far diventare un concetto.
E il quarto giorno, che semplicemente passò.
E il quinto. No. Il quinto no, il quinto fu il giorno difficile: sapevo che mi rimanevano solo ventiquattrore prima di dover incontrare di nuovo il maestro. Sapevo che avrei dovuto trovare una risposta, e che la risposta non era solo e semplicemente dettata dalla quiete interiore che stavo raggiungendo. Che non era solo dettata dai miei pensieri che finalmente avevano trovato il loro spazio e la loro realtà, senza bisogno di urlare per cercare di venire fuori da una mente offuscata dai tempi e dai ritmi della tecnologia.
Ma quel sesto giorno, all'alba, fu il giorno. Ero uscito di corsa dalla cella, di nascosto. Avevo camminato per delle ore fino ad arrivare dal maestro. Ero sudato, la bocca impastata, la gola riarsa. In piedi, davanti al maestro guardavo il terminale e leggevo il codice.
No. Guardavo il terminale, tenendolo il mano come un oggetto sconosciuto. Solo sei giorni avrebbero potuto cambiare radicalmente la mia vita, il mio rapporto con la tecnologia, forse persino il mio rapporto con l'intero universo.
Ma poi, all'improvviso tutto divenne chiaro. Come se quell'accozzaglia di caratteri casuali fosse diventato all'improvviso uno di quei pensieri-in-140-caratteri da social network tanto di moda. Breve, conciso, forse persino ridicolo.

martedì 16 marzo 2010

Benvenuti in "Rivoira"

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Questo è un racconto che ho scritto all'inizio del 1995. Un racconto che non sono mai riuscito a completare, forse perché non mi aveva mai convinto. Ve lo offro così come lo ho conservato per tanti anni.

La targhetta sulla porta parlava chiaro: "Fam. Clementi"; il posto era quello, sicuramente.
Samuele, 24 anni, era in casa, entrando non potei fare a meno di notare che tutti gli stipiti delle porte erano segnati ad una certa altezza: segno inconfondibile lasciato dal copriruota della sedia a rotelle.
Certo non mi faceva piacere sapere che uno dei miei utenti piu' assidui era un paraplegico. Ma in un certo senso per me non faceva differenza.
"Mark Twain"... beh, gia'. Il suo pseudo non poteva che venire dal suo nome: "Samuele Clementi", come "Samuel L. Clemens...". Una volta glielo chiesi, e mi rispose che si', erano i suoi ad apprezzare Mark Twain come scrittore e ad avergli appioppato il nome Samuele.
Samuele era in camera sua che mi aspettava. Emanava una vitalita' incredibile, e nonostante la posizione forzatamente seduta, era comunque molto vivace ed in continuo movimento. Non riuscivo a parlargli senza che lui andasse avanti e indietro per la stanza, mi faceva pure innervosire...
"Oh, io solo cosi' posso muovermi, che vuoi? Sopporta in silenzio!", mi rispondeva sempre, sorridendo.
Ricordo quando lo ho conosciuto la prima volta. Non sapeva nulla di BBS, di modem e di telecomunicazioni. Non sapeva nulla di fidonet o di internet, non sapeva neppure molto sui computer, pero' gli sarebbe piaciuto imparare di piu'.
Non so come, ero riuscito ad inculcargli quel sentimento di amore e rispetto per il computer che ho anche io. Ed in modo incredibile: aveva un 286 con un hard disk da 80 mega, un modemmino a 9600 interno, e si sentiva in paradiso.
Ma la cosa piu' assurda era la velocita' con cui imparava le cose. In una sola settimana di spiegazioni, era in grado di smontare e rimontare un computer con la naturalezza con cui si toglie il cappuccio ad una penna.
E poi la sua camera era un mondo veramente incredibile. Spiccavano i quattro telefoni: uno sulla scrivania, uno sulla parete vicino alla porta, uno sul comodino ed uno vicino all'armadio: "Cosi' posso rispondere sempre e dovunque" mi aveva detto.
Gia' mi aveva stupito l'aver saputo che tutte e quattro le prese telefoniche le aveva montate lui, e che il passaggio del filo fino alla sua camera lo aveva fatto suo padre sotto la sua guida e le sue indicazioni...
E poi tutta la roba di scarto... vecchi telefoni, vecchi giocattoli, componenti elettroniche sparse... sembrava il negozio di un rigattiere, ma nonostante il disordine, lo ammiravo: mi piaceva la sua stanza.
Il miglior regalo che gli potei fare fu, pero', il terminalino videotel guasto che avevo trovato alla sip, comprato a 10 mila lire. Mi ricordo che lo aveva aperto e si era subito reso conto dei guasti... beh in due minuti o giu' di li era riuscito ad aggiustarlo, a forgiarne un cavo e a collegarsi per provarlo.
Si abbono' al videotel e, per un po' di tempo, comincio' a frequentare di meno il bbs. Un giorno, entrando in una messageria itapac, lo trovai li, intento a parlare con due o tre persone di come si fornisce un servizio su videotel, stando a quel poco che mi disse.
Quando finalmente ero giunto nella sua nuova casa, mi aveva detto qual'era la sua idea: diventare sysop di una messaggeria videotel.
"Non ci vuole molto: mi basta il 286 con il dos, un modem particolare per collegarmi al pad centrale, e poi un software apposito, come CEPT Commander."
Ero sconvolto. Sapeva gia' tutto ed era pronto a farlo, anche perche' cosi' poteva guadagnare dei soldi utili a pagarsi spese mediche od altro.
"E il tuo problema?" gli chiesi, preoccupato.
"Nessuno, fino ad ora, si e' mai accorto, in rete, che io sono sulla carrozzella, nessuno se ne accorgera dopo. Non sai quello che c'e' dietro la tastiera, lo puoi solo immaginare."
E mi invito' a partecipare al "gioco". Installammo la scheda gate della Saritel e poi per due giorni, assieme, combattemmo con il CEPT Commander per installarlo in maniera decente e per rendere la messaggeria un mondo vivibile. "Rivoira". Che nome! Era derivato da un segnale turistico scritto male e consumato. E nacque la messaggeria Rivoira, in prestel, alla pagina *16481# di videotel. Non me lo posso dimenticare quel numero. Furono tanti gli utenti che ci passarono dentro.
Samuele aveva dovuto trovare un ufficio dove mettere il sistema, perche' non era possibile tenerlo in casa, ma era stato fortunato, dato che aveva ottenuto in commodato gratuito, dal condominio, l'ex ufficio, ormai in disuso, della portineria.
Abitando in pianterreno doveva solo spostarsi da una porta ad un altra, e lo faceva tranquillamente piu' volte al giorno. Aveva messo un doppino telefonico dall'ufficio verso casa, e poi aveva comprato un centralino, alche' i suoi potevano chiamarlo da casa senza dover uscire, magari solo per chiedergli se contava di arrivare a pranzo subito o dopo un po'.
In breve quell'ufficio era diventato la sua nuova sede. Era apparso un nuovo ordine in camera da letto, e tutta la roba piu' assurda era stata spostata nell'ufficio.
Da li' con una telefonata ad un numero verde, collegava il computer alla porta, e poi restava li, in attesa delle chiamate, che giungevano spesso numerose. Non solo perche' il sistema era a basso costo (800 lire a collegamento, e basta), ma anche perche' era abbastanza innovativo per il periodo. Mi colpivano peraltro le schermate prestel di incredibile bellezza che Samuele riusciva a creare in pochissimi minuti, anche restando on line. Aveva imparato tutto lo standard prestel a memoria in pochissimi giorni, ed era riuscito a farci di tutto.
Lo ammiravo, aveva una grande forza d'animo, veramente grande.
Due anni. Riusci' ad andare avanti per due anni. Nemmeno io ci riuscii, e dovetti chiudere il bbs. Chiuderlo perche' mi ero entusiasmato di Rivoira, ero pieno di quella messaggeria, ormai l'avevo presa a cuore anche io.
Dopo due anni e rotti dall'inizio, chiuse. Non perche' aveva avuto problemi finanziari o legali, non perche' non frequentavano piu' il sistema (Che continuava ad essere sulla cresta dell'onda); non aveva voluto dirmi il motivo al telefono.
"Questa decisione e' maturata dopo mesi di riflessioni e di notti collegato... Vorrei parlartene di persona."
Samuele da quando aveva aperto la messaggeria, aveva cominciato una vita nuova: non dando piu' troppo peso al suo problema aveva cominciato ad uscire di casa e a girare per la citta'. Si era fatto molti amici, ma nonostante tutto il fatto di tenere la messaggeria lo teneva segreto. Diceva di si', la conosceva, ma non aveva idea di chi fosse il sysop o di dove fosse.
Era stato un buon affare: aveva guadagnato molti soldi grazie a questa attivita'.
Superata l'ultima porta, lo trovai in camera, intento a rimontare il pc sulla scrivania.
"Ciao, allora, dimmi. Spiegami un po' il perche' di questa tua decisione..."
Dopo un po' di incertezza, comincio' a raccontarmi tutto, ma proprio tutto, partendo dall'inizio.

"Come tu ben saprai, su Rivoira e' passato ogni tipo di utente, dal videoteliota appena abbonato all'hacker piu' duro che distribuiva password videotel... certo, molte persone erano piu' o meno normali hobbisti. Pero' non hai potuto vedere o seguire certe situazioni delle quali mi sono occupato io. La prima volta e' stata pochi mesi fa. Era notte, le tre passate credo, ed eravamo io ed altri due utenti. Un ragazzo ed una ragazza, due fidanzati di modena. La ragazza stava insultando il ragazzo, che cercava di difendersi come meglio poteva. Ho fatto da paciere, fra entrambi. Due ore e' durato. Mi sentivo stanco, ma alla fine sono riuscito a farli reincontrare, e poi hanno ricominciato a scambiarsi messaggi amorosi. Poi c'e' stata la volta del gay che veniva preso in giro pesantemente da alcuni utenti. Ho cercato di ristabilire la situazione, ma andava sempre peggio, alche' alla fine ho cominciato a buttare fuori chi si comportava male. Pero' e' stato molto duro, farlo. Io non sarei mai voluto arrivare al punto di comportarmi con tanta violenza. Infatti non e' durato: quella sera stessa ho spento... E ancora quella del gruppetto che si divertiva a confondere i nuovi utenti e quelli poco pratici, o quelli che gli dicevano di comandi riservati... Quella volta che hanno scoperto come buttare fuori, da remoto, gli altri utenti. Un giorno sono cominciate anche a girare voci poco edificanti sul mio conto... E poi quante volte ho visto hackers che si passavano password videotel? Quante volte ho visto girare informazioni riservate su videotel e su itapac... Un giorno, era un venerdi', ho visto due utenti che si scambiavano password di videotel, una era la mia password di servizio, e dicevano di combinarmi qualche scherzone alla porta tracciando la linea. Ho fatto cambiare la password e poi ho cominciato ad insospettirmi. Troppe cose sono uscite fuori dalla mia portata... Tutto questo e' stato lungo e duraturo negli anni, pero' una cosa e' successa, in questi giorni, che mi ha sinceramente fatto cambiare idea. In questi anni ho fatto amicizia con una ragazza. "Scoiattolino", la ho conosciuta cosi' per tanto tempo. Mi diceva di essere sola, ho scoperto poi che abitava al Tivoli, praticamente a pochi passi dalla citta'. Ma e' qui il punto. La ho conosciuta meglio. Poi alla fine mi ha detto che voleva conoscermi di persona. Ed ho paura. Paura che mi possa giudicare."

Osservai Samuele interessato: avevo seguito tutto il discorso con attenzione, ma mi venne naturale chiedergli: "E perche' tutta questa paura? Si tratta del tuo problema, forse? Credo che forse, per quanto possa essere dapprima difficile, ti accettera', o c'e' dell'altro?"
Forse qualcosa l'avevo capita. Samuele mi guardo', con i suoi grandi occhi azzurri: "Io mi sono innamorato. Non la conosco di vista, eppure mi sono innamorato. Lei e' una ragazza cosi' dolce, cosi' gentile, cosi' simpatica... Ho paura a confessargli chi... chi sono... veramente, ecco. Come sono, che sono sulla carrozzella... Non riesco ad andare avanti, mi sembra di imbrogliarla, di tradirla, di giocare con i suoi sentimenti... perche'... ho paura... che anche lei... provi qualcosa... per me..."

Nell'ultima parte del discorso Samuele fu piu' lento, la voce si fece piu' cupa e la sua espressione molto triste. Per la prima volta mi resi conto che io lo avevo voluto accettare cosi' com'era, ma che nel mondo non tutti sono come me, non tutti sono disposti ad accettare il prossimo cosi', anche quando esso ha delle grosse limitazioni, dei grossi handycapp...
"Lo sai gia', vero? Fra due giorni ti avranno gia' dimenticato tutti, e si saranno persi dentro i meandri di altri sistemi.", gli dissi, ricordando che cosi' era proprio cominciato tutto: la gente i primi giorni era poca ma poi, con la morte di un'altra messaggeria, tutti quanti si erano riversati li'. Continuavo ad avere in mente due immagini distinte. Una di due mani che battono lentamente sul piccolo tastierino del videotel, un utente qualsiasi che
scrive tutto quello che pensa... Sul monitor le schermate di Rivoira...
L'altra di Samuele, di notte, da solo, circondato dalle sue carabattole, davanti al computer; sul monitor la schermata principale di CEPT Commander, le sue mani (Unico punto di liberta' della sua terribile malattia) veloci sulla tastiera. Un ticchettare continuo ed uniforme, l'espressione serena, che talvolta muta un attimo quando legge un suo messaggio o intercetta qualche sporadico messaggio fra due utenti.
"Cosa conti di fare? Spegnere e dimenticare? Tutto qui?", sapevo che il rimorso della sua coscienza non lo avrebbe lasciato in pace per molto tempo, anche se peraltro mi sembrava cattivo rigirare il coltello nella ferita.
"Come si chiama? Non dirmi che fino ad ora la hai sempre e solo chiamata scoiattolino."
"Silvia...", mi rispose con tono pacato, guardando verso il monitor del computer spento.
"Cosa hai in mente?", mi chiese, mentre mi alzavo ed uscivo dalla stanza.
"Lo vedrai, lo vedrai a suo tempo.", gli dissi, allontanandomi.
La ricerca fu dura, non era facile esaminare il database degli abbonati al Videotel, anzi non era possibile per niente, infatti dovetti andare dalle vie
non troppo ufficiali.
Il mio ex cosysop, "Thy", era la persona che faceva al caso mio.
Quella sera bussavo alla porta di casa sua. "Sipali", classico come cognome. Ma il nome? Non lo avevo mai saputo. Avevo il suo numero di telefono, e mi sarebbe bastata una chiamata al 12 per sapere il suo nome, ma forse non mi interessava: lo avevo sempre chiamato Thy, e lui mi aveva sempre chiamato Cerveza. Nessuno di noi due conosceva il nome dell'altro.
Quando vedevo Thy con gli amici, c'erano momenti che mi chiedevo veramente se almeno lui se lo ricordasse il suo nome: tutti quanti lo chiamavano Thy. Ma forse questo anonimato era necessario: le sue amicizie non erano (Per mia fortuna) tutte quante di alto rango. Qualcuno che potesse curiosare nei database sip c'era sicuramente... E infatti me lo indico', gli parlo', e mi fece avere le informazioni che mi servivano.
Silvia Sidari: sulla strada di Papeo, al Tivoli. La avevo trovata. Ma adesso? Avevo paura. Non sapevo come contattarla. Il peggio pero', venne quando cercai di andare a trovarla.

mercoledì 24 dicembre 2008

Ifigonia in Culide

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[Regalino natalizio: torniamo un po' al passato, con un passaggio che ai tempi di fidonet in molti sapevamo a memoria (-: ]

IFIGONIA
(Tragedia classica in tre atti, ovvero IN CULIDE)

ATTO PRIMO

Corinto, anno 69 d.c.

SCENA: Reggia di Corinto, Sala del Trono.
Le porte sono spalancate per dare accesso al popolo.
Entra il Gran Cerimoniere.

Gran Cerimoniere
O popolo bruto, su snuda il banano,
non vedi che giunge l'amato sovrano?
Il Sir di Corinto dal nobile augello
qual mai non fu visto più duro e più bello;
Il Sir di Corinto dall'agile pene
terrore e ruina del fragile imene;
Il Sir di Corinto dal cazzo peloso
del cul rubicondo ognora goloso.
O popolo invitto, in gesta d'amore
s'affermi il Sovrano più caro al tuo cuore.
Rendiamogli omaggio nel modo migliore,
offrendogli il culo delle nostre signore.

(entra il Re seguito dalla corte)

Popolo
Noi siamo felici, sappiategli dire,
che tutto al Sovrano c'è grato d'offrire.
Le nostre consorti facciam preparare
in modo che a turno le possa inculare.
Noi siamo felici, noi siamo contenti,
le chiappe del culo porgiam riverenti:
che al nostro gentile e amato sovrano
rimanga gradito il buco dell'ano.

(entra il Re seguito dalla Corte. Le nobili dame hanno le parti del corpo desiderabili leggermente velate. Il Re, con noncuranza, tocca di tanto in tanto le forme delle damigelle più carine.)

Re
O sudditi amati, io resto confuso!
Il turno dei culi che offrite per l'uso
sarà più gradito al regio mio cazzo
che mai troverebbe migliore sollazzo.
La gioia che mi doni, o popolo, è si grande
che già l'uccello regio distende le mutande.
Per mio regal decreto sarà da stamattina
distribuita ai poveri gratis la vaselina:
che al fine permetta, finché lo vogliate,
di fare nell'ano gloriose chiavate.
Voglio sian compensati i sudditi fedeli:
Il cul pigliate pure, ma state attenti ai peli.

(segni di giubilo)

Gran Cerimoniere
Adesso fuori dai coglioni
per lasciar posto ai Principi e ai Baroni.
Ai Principi e ai Baroni e ad Ifigonia bella
che sospirando brama l'ardor di una cappella.

(il popolo fa largo ed entrano i nobili che si dispongono ai lati del trono. Entra Ifigonia, seguita dalle vergini)

Coro delle Vergini (danzando)
Noi siamo le vergini dai candidi manti,
siam rotte di dietro, ma sane davanti;
i nostri ditini son tutti escoriati
a furia di cazzi che abbiamo menati.
Nell'arte sovrana di fare i pompini
battiamo le troie di tutti i casini;
la lingua sapiente e l'agile mano
dan gioia e sollievo al duro banano.

Ifigonia (gettandosi piangente ai piedi del trono)
Padre mio, padre mio,
sono presa dal desìo!
Ho già un dito che fa male
per l'abuso del ditale;
ho la fica che mi tira
come corda di una lira;
sto soffrendo atroci pene
pel prurito dell'imene;
nella fica ho appena messo
la manopola del cesso;
mi ficcai nella vagina
la più grossa colubrina;
mi son messa dentro il buso
sino il cero di Caruso,
mi piantai nel deretano
cinque dita con la mano.
Credo giunto sia il momento
di donarmi un Reggimento,
che non sappia manovrare,
ma sia lesto nel montare;
nella fica anelo tanto
d'appagarlo tutto quanto...
me la sento rovinata
senza averla adoperata.
Padre mio sì forte e bello,
ho bisogno di un uccello:
d'un uccel di nobil schiatta
che mi spelli la ciabatta,
di una fava grossa e dura
che ricrei la mia natura.
Manda un bando per il Regno,
sia trovato uccello degno
che finisca le mie pene
spalancandomi l'imene.
Padre mio, se non mi sposo
finirò nel Water Closo.

Re
Giuste son le tue brame, o figlia bene amata,
s'io padre non ti fossi, di già ti avrei chiavata.
Con la regal consorte, tua madre la Regina,
n'ho fatte diciassette soltanto stamattina...

Regina (interrompendo il Re)
Se mi alzo le vesti e vedi al di sotto,
vedrai, mio consorte, che arrivi a diciotto...

Re (continuando)
E se alle mie brame non ponessi un freno
non passan tre minuti che il bandolo mi meno.
Vedendo tanti culi di Principi e Baroni
già sento un gran prurito nel fondo dei coglioni.

Popolo
Noi siamo felici, noi siamo contenti,
si rizzino i cazzi tuttora pendenti,
Madonna Ifigonia, soave e pudica
già sente prurito nell'inclita fica.
O Giove possente, che Venere bella
le faccia gran dono di tale cappella
che il culo le rompa, le rompa l'imene
e in fine la tolga da tutte le pene.
Sia pago il desìo della vergine cara,
meniamoci il cazzo in nobile gara.

(tutti eseguono)

Ifigonia (rivolta al popolo)
Quanta fava, quanta fava,
ma perché nessun mi chiava?
Su ficcatemi l'uccello
nella fica o nel budello;
nella fica o nel sedere
ve lo chiedo per piacere.
Deh! Non fatemi soffrire,
ve lo chiedo per tre lire.

Re
Udendo le tue giuste e oneste aspirazioni,
d'orgoglio mi ribolle lo sperma nei coglioni:
con animo commosso vedo tra i bianchi veli
spuntare lunghe e nere le punte dei tuoi peli.
Non voglio che si sciupi tanto lavoro mio,
con sforzo, forse, potrei chiavarti anch'io.
Il Sacerdote venga, si appresti al sacrificio:
Enter O'Clisma tosto ne tragga lieto auspicio.

Gran Cerimoniere
S'avanzi Enter O'Clisma, il Sacerdote,
dal culo più vezzoso delle gote.

(entra il sacerdote)

Gran Sacerdote (entrando)
Al Sire di Corinto, Signore degli Achei,
auguro cazzi in culo non men di trentasei.

Re
Al Grande Sacerdote, d'ogni rispetto degno,
si doni come omaggio un bel cazzo di legno.

Gran Sacerdote
L'omaggio tuo, mio Sire, mi rende il cuore gaio.
Però l'avrei più caro di ben temprato acciaio.

Popolo
Noi siamo felici, noi siamo contenti,
prendiamo l'uccello ben stretto fra i denti;
che al Gran Sacerdote quel cazzo d'acciaio
il culo gli renda sì come un mortaio!

Gran Sacerdote
Son corso immantinente alla regal chiamata
lasciando quasi a mezzo la solita chiavata.
Son però sicuro, se il ciel non me lo nega,
che mi compenserete con una bella sega,
che mi verrà tirata con arte sopraffina
dalla regale mano della gentil Regina.
Esponi il tuo desìo, Gran Sire venerando,
in fretta, te ne prego, non vedi come bando?

Re
Alla mia amata figlia, la pallida Ifigonia,
da qualche tempo prude la rorida begonia.
Oh Sacerdote eccelso, chiuditi in sacrestia,
prendi l'uccello in mano e fanne profezia!

Gran Sacerdote
Eseguo senza indugio i tuoi voleri, o Re,
nel regal culo t'auguro cazzi novantatré.
E subito profitto, avendolo sì duro,
di far come nel rito il debito scongiuro.
(s'inginocchia e litaniando:)
Salamelech, salamelech
Nel futuro ho messo il bec'
Non c'è bene, non c'è male,
Non c'è membro senza bale,
Non c'è donna senza fica,
Non c'è uom che non berlica;
Non c'è serva che non spari
Delle seghe ai militari,
Non c'è balia che al pompiere
Non la faccia almen vedere,
Com'è larga, com'è fatta
Finché questi non la spacca,
Non c'è al mondo una ragazza
Che al sognar non vada pazza
Per un cazzo fuor misura
Che le sballi la natura,
Ed il sogno non concluda
Che la fica non le suda;
Non c'è in terra giovanotto
Che non dica d'aver rotto
Con l'uccel fuori ordinanza
Per lo meno qualche panza
Mentre invece ha un pistolino
Assai corto e mingherlino
Che d'un subito s'affloscia
Se lo metti sulla coscia;
Non c'è donna senza veli
Non c'è cazzo senza peli,
Mentre invece più mi garba
Se la fica è senza barba,
Invitante e un poco pingua
Da ficcarvici la lingua;
Senza sol non c'è mattino,
Senza amor non c'è pompino,
Non c'è tram senza tramviere
Non c'è cul senza sedere;
Non c'è al mondo giovinetta
Che una volta almen non metta
Dentro al culo per benino
Piano piano il suo ditino;
Non c'è uccel che non si rizzi
E non faccia degli schizzi;
Non c'è donna savia e folle
Che al vederlo così molle
Non si chieda a tutto spiano
Come mai farà il banano
A mutar di dimensioni
Se lo tocchi sui coglioni;
Tutto questo di sicuro
Parte fa dello scongiuro,
Ma perché venga benone
Poso il dito sul coglione
E se poi siete contenti
Vo' a finir gli esperimenti.
(il Gran Sacerdote esce da destra...)

Re
Adunque esulta, figlia mia diletta,
per la gioia che ti aspetta;
per soddisfare le tue giuste brame
avrai tosto un pezzo di salame.

Regina
Intanto, per tenerti in esercizio,
sarà bene che t'allarghi l'orifizio;
ti sceglierò io stessa, per le prove,
di sponda un letto di sessantanove,
È quanto di meglio esista qui in Corinto
In frutti di banano a tipo spinto.

Ifigonia
Padre mio, Padre mio,
questa volta l'avrò anch'io!
Sospirando quel bel lino
voglio farmi un ditalino,
domandandovi permesso
vado a farmelo nel cesso.
(fa per avviarsi)

Re (trattenendola)
Rimani, o sconsigliata; il padre tuo diletto
innanzi al popol tutto ti gratterà il grilletto,
mentre il Cerimoniere, memore del mio pegno,
ti inculerà di dietro col suo cazzo di legno.
Se con le bianche mani mi tiene su i coglioni
vedrai nella mezz'ora quaranta polluzioni.

Popolo
Noi siamo felici, noi siamo contenti,
il Re ce l'ha duro in tutti i momenti;
seguiamo l'esempio del caro sovrano,
facciamoci forza, pigliamolo in mano!

Gran Sacerdote (entrando)
Nel filtro del futuro apersi uno spiraglio,
rompendo un culo vergine col mio peloso maglio!

Re
I detti tuoi sapienti son rapidi e fatali
come fuor dell'ano i nodi emorroidali.

Gran Sacerdote
Seguendo il tuo consiglio, o Re buono e sapiente,
misi l'uccello duro sopra un braciere ardente,
lessai il coglion sinistro, ne bevvi poscia il brodo,
grande e divino auspicio traendone in tal modo.
Questa è la frase magica che ho letto nel librone:
"Nessuno vada in figa se privo di goldone,
e che ad Ifigonia in figa nessun metta l'uccello
se prìa non sia svelato l'arcano indovinello.
Tra i principi di sangue dal ben tornito augello
bandito sia il concorso con un indovinello.
Che in fica di Ifigonia, la bella, non si vada,
se prìa non verrà sciolta almeno una sciarada!"

Ifigonia
Dalla gioia son toccata,
già mi sento un po' bagnata
al pensiero di quel cazzo
che darà a me il sollazzo.
Sarà forte, duro e bello,
prepotente, quell'uccello?
Con la punta un po' rosata,
con la schiena un poco arcuata?
Duro, rigido e flessuoso,
ben spavaldo o timoroso?
Già lo sento tra le gambe
Ondeggiare in pose strambe,
penetrar nella vagina
o tentar la pecorina;
passeggiarmi sulla pancia,
le mammelle e sulla guancia;
or m'assal lo sghiribizzo
d'assaggiare il bianco schizzo.

Popolo
Noi siamo felici, noi siamo contenti,
udendo Ifigonia scandir tali accenti.
Il gusto di vivere è certo più bello
se dentro la fica s'adagia l'uccello.

Gran Cerimoniere (al popolo)
Toccatevi i coglioni, se li avete,
perché vedo transitare un prete.

(tutti eseguono. Solo Ifigonia, troppo felice, non bada all'avvertimento del destino, e del resto non ha alcun paio, ahimè, di coglioni a portata di mano.)

(cala lentamente la tela sul primo atto)
FINE ATTO PRIMO

ATTO SECONDO
SCENA: La stessa sala. Sono presenti i principi pretendenti di Ifigonia con il loro seguito, in esecuzione della profezia di Enter O'Clisma. I pretendenti si presentano...

Allah Ben Dur
Superando monte e valle
V'ho portato le mie palle,
e riempio un gran mastello
con la broda del mio uccello.

Don Peder Asta
Sarete delusa di tutti 'sti doni,
guardando d'Oriente i gloriosi coglioni:
ho riempito quattro stalle
col sudor delle mie palle!

Uccellone di Bel Manico
O fulgida stella, o figlia di Re,
deh, guarda il dono portato per te!
Ho riempito una caserma
Solamente col mio sperma!

Spiro Kito
Io sono Spiro Kito,
dalle palle di granito.
Ho creato un nuovo lago
Col prodotto del mio mago!

Re
A voi che della terra siete i miglior coglioni,
rivolgo il mio saluto, o Principi e Baroni.
Sarete già al corrente di quel che ho decretato,
con il provvedimento che ho steso e poi firmato.
Ad ogni modo ci tengo a farvi noto
che quello che più conta è solo aver lo scroto
potente, blasonato, di nessun male affetto,
noto per le chiavate in piedi oppur sul letto.
Ma ad ogni modo mettetevi a sedere,
ve ne darà lettura il Gran Cerimoniere.

Gran Cerimoniere
L'anno sessantanove, il dì del due di agosto,
dalla Maestà Reale con animo disposto,
bandito fu il concorso con un indovinello
fra i Principi di sangue dal ben tornito augello;
Premio raro e nobile, ben chiaro lo si dica,
Sarà d'Ifigonia più che il cul la fica,
della vergine purissima che nulla ha di finto;
Firmato: Banano Primo, Sire di Corinto.
(imponendo il silenzio)
S'avanzino separatamente i pretendenti;
(rivolto al popolo)
fate largo, e al culo state attenti.

Allah Ben Dur
Io sono Allah Ben Dur dal poderoso uccello,
e dall'Arabia vengo a dorso di un cammello.
Il viaggio fu assai lungo, percorso senza tappe
che per lo strofinio mi bruciano le chiappe.
Raggiunta in fin la meta di sì tremendo viaggio
ho piedi, fava e culo che puzzan di formaggio.
Rinunciai in Bagdad a un favoloso ingaggio
spronato dal desìo di misurarti il raggio,
il raggio della fica, o dolce Principessa,
ché ardo dal desìo di romperti la fessa.
Sul dorso di un cammello so far mille esercizi,
infransi più d'un culo all'ombra dei palmizi.
Le mie palle lucenti, senza badare al puzzo,
sembrano pel volume le uova di uno struzzo.
Son bruno, ardito e forte, devoto mussulmano,
e dell'Arabia tutta certo il miglior banano.
Con l'aiuto d'Allah sciorrò l'indovinello
E deporrò ai tuoi piedi il mio abbronzato uccello.

Ifigonia (leggendo)
Si dice che un giorno un cortese prelato
avendo per via un capro chiavato
s'accorse più tardi che l'estro di maggio
rendealo padre di un ibrido paggio.

(Allah Ben Dur dà segni di incertezza)
Gran Cerimoniere
Se non mi rispondi nella settimana
farò dello tuo scroto una sottana.

Allah Ben Dur (sempre più confuso)
Non so... quel prelato...
se un capro ha chiavato...
io penso con duolo
che ha preso lo scolo.

Popolo (furente, facendo scongiuri)
Noi siamo infelici, noi siamo scontenti,
ti secchino il cazzo i nostri accidenti!
S'affloscin gli uccelli in segno di duolo,
quel testa di cazzo ci parla di scolo!
(il principe è trascinato via a viva forza)

Gran Cerimoniere
Il primo pretendente è bello e fritto,
venga il secondo con l'uccello dritto.

Don Peder Asta (al Re)
Palpita il cuore mio per tale lieto evento!
t'auguro cazzi in culo settecento!
Sono principe e barone, signor del Mozambico
e rompo fiche e culi col mio prestante fico;
vi dico per sicuro, che ho sempre il cazzo duro
ma di mente molto fina,
viaggio sempre con vaselina.
Son Principe di sangue, son nobile spagnolo
che per poter fottere, mancando il protargolo,
uso il preservativo per non subire l'onta
di prendere lo scolo all'atto della monta.

(Ifigonia, provocatissima, scopre le anche, porgendo la fica alle labbra del Grande di Spagna).
Ifigonia
O Principe sapiente, venuto ai miei piè,
da quanto tempo pensi non uso più il bidè?

Don Peder Asta
Se il fiuto non mi inganna,
o mia adorata fata,
io debbo dirti che
non ti sei mai lavata!

Ifigonia
Villanzone, infame traditore,
tu offendi il mio pudore!

Popolo (incazzatisimo)
Noi siamo infelici, che fan sti coglioni?
Lo sanno gli Svizzeri dei Quattro Cantoni
lo sanno le troie, lo sanno i lenoni,
lo sanno persino i nostri coglioni.
Fu il dì di Giunone, con mossa pudica,
che madonna Ifigonia lavossi la fica.
Coi suoi venti chili di augusto formaggio
fu falta una palla di un metro di raggio.
Al Prence sia data la pena infamante
di prenderlo in culo dal Sacro Elefante.

Re
Del Popolo sian tosto esauditi i voleri:
venga Bel Pistolino coi suoi venti staffieri!
Quaranta archibugieri intanto, piano piano,
l'aiuteranno un poco col palmo della mano.
E nel caso imprevisto che non gli venga duro,
gli sfreghino con garbo la punta contro il muro.

(entra Bel Pistolino, dando evidenti segni di giubilo: la scena si svolge alla presenza del popolo.)

Popolo (in delirio)
Pompa, pompa come un mulo,
fagli tremare le chiappe del culo!
Daglielo molle, daglielo duro,
fagli tremare quel buco oscuro;
daglielo duro, daglielo mollo,
fagli scoppiare le vene del collo!

Gran Cerimoniere
Il secondo campione è liquidato,
sia almeno il terzo Prence il fortunato.

Uccellone di Bel Manico
Sono il nobile Uccellone,
sono Conte e son Barone,
chiavo donne a buon mercato
col mio cazzo fortunato.
La mattina appena desto
me lo meno lesto lesto,
poi mi sparo, a colazione,
qualche rapido raspone.
Prima ancor di mezzogiorno,
nobil donne del dintorno
fanno a gara, porco dio,
per provare il cazzo mio.
Quattro seghe a mezzogiorno
non fan male per contorno.
Verso sera, per divario,
rompo qualche tafanario,
alternando col pompino
la chiavata a pecorino.
Se son stanco, verso sera,
chiavo sol la cameriera.
Sulla punta del mio pene
Non si contan le flittene.
Vedi, bando come un mulo
alla vista del tuo culo!

Ifigonia
Sai tu dirmi il mistero della sfinge
la quale prima caca e poi spinge?

Uccellone
Mi riesce, Ifigonia, la tua parola oscura.
il cazzo già mi suda di pallida paura.
ll Ciel mi fu avverso, ignoro il mistero;
mi mette terrore un nero pensiero!
Già vedo il mio culo sfondato all'istante
dal cazzo tremendo del Sacro Elefante!
Gia sento roteare in rotto e alterno moto
i possenti testicoli entro il peloso scroto.
Ho nel fondo del cuore una puntura sorda
come una dozzina di piattole che morda.
Conobbi una fanciulla dalla parola oscura,
mi sento tremebondo, preso dalla paura.

Re (sdegnato)
Tu che fra tanti brami la mano di mia figlia,
col culo pieno d'aglio farai la Mille Miglia!

Gran Cerimoniere
Tosto venga eseguito del Sovrano il volere:
Si porti senza indugio d'aglio un gran paniere.

(Uccellone di Bel Manico scoppia in una fragorosa risata)

Re
Tu ridi, o sconsigliato, davanti al gran travaglio
di far la Mille Miglia col culo pieno d'aglio?!

Uccellone
Mi fate solo pena, oh poveri coglioni,
ché per riempirmi il culo ne occorron tre vagoni!
Col culo pieno d'aglio, novello errante ebreo,
io batterò in volata la rossa Alfa Romeo!
(si allontana baldanzoso)

Gran Cerimoniere
Sian tosto eseguiti i comandi del Sire,
col culo pieno d'aglio ei deve finire.

Ifigonia (piangendo nostalgica)
Addio mio Bel Manico, nobile Signore,
a perder il tuo cazzo non si rassegna il cuore.
Non hai colpa veruna, se con l'uccello dritto,
giammai non scandagliasti la Sfinge dell'Egitto,
se solo mille fiate alla tua chioma fulva
s'intrecciaron tenaci i peli della vulva.

Re
Non piangere Ifigonia, lustro dei peli miei,
sii paziente e devota ai detti degli Dei.

Gran Cerimoniere
Il terzo, a quanto pare, è bello e fritto,
s'avanzi il quarto, col banano dritto.

(il principe Spiro Kito, figlio del Sol Levante, si avanza nei paludamenti di Gran Samurai.)

Spiro Kito
Il regno di Budda manda il mio cuore,
io vengo dal Regno del mandorlo in fiore.
Son Duca d'Oriente, nomato Spiro Kito,
ho il cazzo sì duro che par di granito.
Ancora bambino, giostrando da pazzo,
sembravo potente nell'uso del cazzo;
potente a tal punto, sebbene maschietto,
da farmi pensare a tenzoni da letto.
Poi vinsi il primato persin nei casini,
campione invitto di fiche e pompini;
tal che le ragazze, godendoci anch'esse,
m'offrivan per nulla le povere fesse.
Un'unica volta, una donna di rango
negommi convegno nel giro di un tango:
l'attesi, e quando s'offrì l'occasione
le ruppi il culo con uno spuntone.
Così la mia fama varcando le mura
Di questa, diciamo, casa di cura,
giungea alle bimbe di buona famiglia
dove la madre, più bon della figlia,
cullava l'uccello con docile mano
per fare alla figlia rompere l'ano.
Or passo all'azione, domanda Signora,
qualsiasi indugio va a danno dell'ora.

Popolo
Noi siamo felici e non siamo sciocchi,
questo senz'altro è un cazzo coi fiocchi.

Spiro Kito
Io vengo dal paese dei mandrilli
Dove si va nel culo pure ai grilli.
Son figlio del Giappone, Spiro Kito,
ed ho un paio di coglioni di granito.
Facciamo presto con le spiegazioni,
ché è tempo di sbrodar nei pantaloni.

Ifigonia
Vi era un eremita in Poggibonsi
che non cacava, e non faceva stronzi;
or dimmi: quando un rutto egli tirava,
ai suoi fedeli che impressione dava?

Spiro Kito
A simile domanda una risposta sola:
avea quell'eremita il retto nella gola!
La storia già ci narra del Principe Gargiulo,
il quale avea la faccia che somigliava al culo.
Ne sono più che certo, e dirlo posso lieto,
dell'eremita il rutto puzzava più di un peto!

(il Gran Cerimoniere apre una pergamena e dà segni di approvazione. Il Re s'avanza, congiunge le mani dei due giovani Principi sanzionando l'unione, mentre il popolo e gli astanti si inginocchiano in religioso e muto ringraziamento agli Dei e le vergini innalzano al cielo il loro tenue canto.)

Coro delle Vergini
O Venere buona, o Venere bella,
provvedi noi pure di dura cappella,
e come a lei, Principessa ed amica,
ci capiti in dono l'uccel nella fica.

Re
Un uomo siffatto che ha tanto di cervello
ragiona certamente con l'uccello.
Per Ifigonia mia, devota e grata,
ecco la fava tanto sospirata!
Sii degna dell'uccel che ti ho donato,
non obliando i fasti del Casato:
la grande Filiberta, illustre e saggia,
il culo si incendiò con l'acqua ragia,
preferendo la morte al nero duolo
di curarsi lo scol col protargolo;
Vulvina Bartolino, sua germana,
che arrossiva sbucciando una banana,
in un momento di furor demente
cacciossi nella fica un ferro ardente.
E la nobil Filiconia, tua bisava,
sempre in lizza nel giuoco della fava,
morì, vetusta d'anni, in un bordello
col cuore trapassato da un uccello.

Ifigonia
Il sorriso della fica
la mia gioia alfin vi dica.
Son contenta, son beata
ché alla fin sarò chiavata.
Ma vi giuro sugli Dei
di pensare ancor ai miei:
tanto al Re che alla Regina
quando m'alzo ogni mattina.
a lui dono un sospensorio
con il segno del littorio
ed a lei l'originale
di un bel cazzo artificiale.

Popolo
Noi siamo felici, noi siamo contenti,
s'innalzino i cazzi di gioia frementi;
porgiamoci tosto il culo di sponda,
l'uccello del Prence di gioia c'inonda.

Coro delle Vergini
Noi siamo le vergini dai candidi manti,
s'intreccino i cazzi, s'innalzino i canti:
il grande fattaccio ci dona gaiezza,
e per la gioia tagliamo la pezza.
S'intreccin le danze, si innalzino i canti,
per farci chiavare useremo i guanti.
lasciamo le seghe, lasciamo i pompini,
lasciamo un istante i bei ditalini;
È giorno di festa, l'azzurra pervinca
mettiamo all'occhiello del muso di tinca;
seguendo l'esempio del popolo intero,
un grosso banano ci laceri il velo.

Gran Cerimoniere
E risuoni nella reggia,
perlomeno una scoreggia!
(esegue)

(cala rapida la tela sul secondo atto)

FINE ATTO SECONDO

ATTO TERZO
SCENA: La camera nuziale. Nei quattro angoli, quattro bidè dove bruciano profumi. Nelle pareti bracieri accesi. Pezze di marchese sparse. A destra una porta che da' nell'appartamento del re; in fondo a sinistra, si nota un elegante water-closed con catena d'oro pendente. Ifigonia e Spiro Kito giacciono sul talamo.

Ifigonia
O amato Spiro Kito, Prence e Samurai,
il tempo passa e non mi chiavi mai!

Spiro Kito
Desisti, o Principessa, dal chieder spiegazioni,
non vedi che cominci a rompermi i coglioni?

Ifigonia
Fammi vedere le palle di solido granito,
fammi toccar l'uccello almeno con un dito;
che brami, Spiro Kito, dalla tua dolce amica,
vuoi farmi prima il culo, o ripulir la fica?

Spiro Kito
C'è una cosa, Ifigonia, che ancora non ti ho detto,
un segreto terribile che brucia nel mio petto.

Ifigonia
Oh parla Spiro Kito, mio divino,
t'ascolto col canal di Bartolino!

Spiro Kito
Un giorno, or son quattr'anni, soffrendo per un callo,
stavo prendendo un bagno nel Grande Fiume Giallo
e, come è sempre in uso tra i nobili Signori,
stavo rompendo il culo a paggi e valvassori.
Quand'ecco passa altero un bonzo di Visnù
(allor mio caro amico, ci davam del tu)
il quale mi propose, con sordido cinismo,
di fare nel suo culo un giro di turismo.
Di meglio non bramavo, e come un folle toro,
soffiando a testa bassa glielo ficcai nel foro.
Ma quell'infame avea, nel nero tafanario
lungo, rapace e impavido, un verme solitario,
che mentre io mi godevo il morbido budello,
pian piano mi sbafava la fava dell'uccello.
Eccoti ormai svelato alfin tutto l'arcano:
il bruno Spiro Kito è privo di banano;
ed ora, mia diletta, quando vuol godere,
non ha altra risorsa che il buco del sedere.
Vedi, mi fai pentire d'esserti vicino,
per placar le smanie fatti un ditalino.
Or non è il momento di fare una chiavata,
il cane pechinese provveda alla leccata.
Passata da tempo è la mala avventura,
che tolsemi il membro di madre natura!
Ed or per il tuo bel sesso gentile
Io dunque t'ho fatto un Pesce d'Aprile.
Io sono imponente, in caso sì bello,
ma in modo assoluto mi manca l'uccello.
Io godo di dietro a modo di prete.
È noto che il prete modello e perfetto,
privato dell'uso di maschio uccelletto,
se preso da brama di ibrida voglia
qualunque desìo nel culo convoglia.

Ifigonia
È vero che i preti, a quanto mi dici,
prendendolo a tergo si rendon felici,
ma molti son quelli, lo provano i fatti,
che in barba alle leggi si chiavan da matti.
D'esempio sia al mondo, per detto Egiziano,
di Cesare invitto l'uccello sovrano.
Ignobil fellone, o vil traditore,
la nobile Ifigonia getti nel disonore.
Fui vittima innocente di un infame tranello;
potea mangiarti, il verme, il cuore, non l'uccello!
Crudele e perverso mi è stato il destino,
scegliendo a consorte per me un culattino.

Spiro Kito
Trascorsi tristi giorni col resto del mio uccello,
mi chiusi in una torre sovrastante il mio castello,
tristi notti, solo, mesto, avvolto in neri veli,
strappavo singhiozzando i miei lucenti peli.
Dieci giorni e dieci notti, solo, muto come un reo,
mi pelai tutto lo scroto con l'accluso perineo.
Quando alfine più non ebbi manco un pelo sul coglione,
senza l'ombra di un conforto mi buttai giù dal balcone.
Fu un istante… giunto al suolo dileguossi il mio tormento,
per dar luogo ad uno strano, novello godimento.
Volle il cielo, assai benigno, che nel rapido mio giro
io cadessi con il culo sull'uccello di un fachiro,
che da circa quarant'anni meditava sotto il muro
scarno, muto ed impassibile, ma col cazzo sempre duro.
Benedetto sia per sempre quell'uccello e quel momento
che la porta disserrommi al soave godimento.
Da quattr'anni sempre in viaggio per città, paesi e corti,
io di uccelli assai ne ho presi, lunghi, dritti e grossi e storti,
bianchi, neri, rossi, gialli, prepotenti e timorosi
profumati e puzzolenti, anche rigidi e flessuosi,
oleanti di formaggio, stranamente tatuati
malmenati orribilmente, un pochino scorticati.

Ifigonia
Furie d'Averno, o voi che anguicrinite
chiavar vi fate in pose pervertite
da quei ciclopi che hanno un occhio solo,
perché non vi pigliate mai lo scolo?
E tu, Giunone, che sull'Elicona
ti fai dal Can leccar sulla poltrona,
perché non ti mangia un pezzo di grilletto
il cucciol tuo fetente e prediletto?

Spiro Kito
Frena i tuoi detti alteri, o Ifigonia, basta!
Rispetta, se non altro, l'arte pederasta.
Vedo che tu le gioie non sai dell'intestino,
te lo dice un esperto e vecchio culattino.

Re (entrando con una scatoletta in mano)
Ho sentito rumore dalla stanza vicina;
state cercando forse un po' di vaselina?

(Ifigonia, furiosa per la delusione subìta, si avventa sui coglioni paterni)

Ifigonia
Anche la vaselina, nuovo scherno!
O padre snaturato, va' all'inferno!
Ora ti mangio il destro e poi il sinistro,
e sta certo che neanche il dio Calisto
se pietà si prendesse del tuo guaio,
ridar te ne potrebbe un altro paio.
Castrato sei, e se vorrai godere,
godrai anche tu col buco del sedere!

Re
Ahimè ahimè, o qual vista orrenda!
Mia figlia fè dei miei coglion merenda!

(si accascia piangendo)

Gran Cerimoniere (entrando di corsa)
Accorrete Cortigiani, Duchi, Principi, Baroni,
Nobiluomini, Visconti dai bei nobili coglioni,
voi, pulzelle e maritate, Nobil Dame, Castellane,
che battete di gran lunga le più celebri puttane,
tralasciate le chiavate, i rasponi ed i pompini,
sospendete un sol momento i consueti ditalini!
Ifigonia, la sovrana, accecata dal dolore,
si mangiò le grosse palle dell'augusto genitore!

(entrano i cortigiani e le cortigiane in costume adamitico)

Re
Addio vergini belle, che lasciaste l'imene
sopra la forte punta del mio robusto pene,
addio peli rosati di donne e di bambini,
addio lingue sapienti, maestre di pompini,
Addio mio prode cazzo, piega da questa sera,
la rossa, audace testa un giorno tanto fiera!
Finite son purtroppo le giostre e le tenzoni:
non val robusta fava se priva di coglioni.
Addio nobile uccello, un giorno tanto grande
Da giungere alle stelle col poderoso glande,
signore della vulva, terror dello sfintere,
facevi ognor tremare il buco del sedere,
che mille e mille volte, furente come un toro,
dilaniasti le ceste giungendo nel piloro;
che mille e mille volte, con mosse agili e strane,
metteste a repentaglio le trombe falloppiane.
Tu, che mai cedesti a seghe ed a pompini,
stavolta fosti vittima di due denti canini,
dormi! Da questa sera sarà tuo cimitero,
in segno di cordoglio, un sospensorio nero.
Da oggi tu, negletto, starai nelle mutande,
né più le tingerai con il possente glande!
Meglio sarebbe stato di perder anche il cazzo,
ma perderlo da prode nel gioco del rampazzo.
Perir tu ben dovevi, ma in nobile tenzone
invece, ahimè, peristi da povero coglione!

(il Re si apparta piangendo)

Gran Cerimoniere (rivolgendosi ad Ifigonia)
Ti sarà dato il tormento duro
d'esser legata colla fica al muro:
il popolo sfilerà, e tu con l'ano
farai da monumento vespasiano.

Ifigonia (avanzandosi alla ribalta come in estasi)
Sognavo un cazzo forte, da bambina,
perciò pregavo Giove ogni mattina,
ché, come un giorno avvenne per Enrica,
potesse capitarmi nella fica
Un poderoso e ben tornito cazzo
Per farmene per sempre il mio sollazzo.
Così non fu! La Provvidenza grande,
che gioia e pur dolore in terra spande,
volle che fossi, per crudel destino,
moglie di un detestato culattino!!!
Da prode morirò, come Raniere
Che non poté inculare lo sparviere.
Addio per sempre, Spiro Kito sposo,
mi butto pel dolor nel water closo.
Tu porrai fin, ti prego, alla mia pena,
tirando lentamente la catena.

(prima che qualcuno possa trattenerla, Ifigonia si getta a capofitto nel water-closed. Spiro Kito, impassibile, ubbidendo ai suoi ultimi voleri, tira lentamente la catena. Tutti si inginocchiano pregando, mentre una salva di lugubri scorregge saluta la moritura.)

(cala definitivamente la tela)
FINE