Visualizzazione post con etichetta teddybears. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta teddybears. Mostra tutti i post

lunedì 10 agosto 2020

Orsacchiotto Felice ASMR

0 commenti - [Leggi tutto]


#SenzaFiltro e pure senza voce, ma con l'orsacchiotto 🧸😉

martedì 2 aprile 2013

Un orsacchiotto mi protegge, XII

0 commenti - [Leggi tutto]
-Seguimi. Non discutere né fare domande, devi solo venire con me.
Lo guardo con attenzione. Aveva qualcosa di familiare ma non riuscivo a capire che cosa. -Ma è pericoloso, non possiamo semplicemente muoverci lì in mezzo!
-Ti ho detto di non discutere!- Mi afferra per un braccio, poi mi tira a sé lungo la strada che c'era davanti a noi. -Dobbiamo fare presto, comunque.
Comincio a correre per stargli dietro. Dopo qualche istante mi lascia il braccio e comincia ad allungare il passo, ma poi dopo un centinaio di metri la nostra velocità va scemando e lui mi sembra più tranquillo di prima. Si gira accennando un sorriso: -Ne siamo quasi fuori, ancora pochi passi, fidati.
Improvvisamente metto un piede in fallo e finisco in ginocchio. Adesso mi rendo meglio conto della strada che stiamo percorrendo: siamo su una specie di sterrata di montagna, piena di fango e di pozzanghere, come se avesse finito di piovere da pochi minuti. Il cielo è grigio, e dà l'idea che fra poco seguirà un altro fortunale non indifferente. Anzi, capisco che la nostra corsa serve proprio a trovare un riparo prima che cominci a piovere. Ma mentre mi rialzo e sento la sensazione di freddo umido al ginocchio, ho la sensazione di piccole goccioline d'acqua che mi cominciano a colpire la testa e le spalle.
-Sta cominciando a piovere.
-Per questo dobbiamo muoverci. Forza dai, che siamo quasi.
Avanziamo in mezzo a una specie di frutteto, intorno a me vedo solo degli alberi sparsi (ma sono alberi da frutto: vedo degli agrumi e degli ulivi); a un certo punto lui si ferma in un punto che a me sembra identico a tutto quello che ci sta circondando: -Va bene, adesso siamo al sicuro.
-Cosa?
Mi guarda e sorride, poi mi mette una mano sulla spalla. Ha un po' di fiatone, e anche io mi rendo conto di avere le gambe doloranti ed il respiro corto per la corsa appena affrontata.
-Ci vuole un po' d'acqua, andiamo verso il fiume.
-Quale fiume?- lui parte verso sinistra e io lo guardo rimanendo dove mi trovo: intorno a noi vedo solo gli alberi, ma poi improvvisamente mi rendo conto di un rumore lontano ma non troppo: come di acqua che scorre.
La pioggia comincia a peggiorare, mi sistemo meglio la giacca e la maglietta che ho addosso e mi metto a seguirlo. Le gocce d'acqua stanno aumentando in numero e comincio a sentirmi dell'acqua che mi scola dalla testa verso la faccia e il collo.
Dietro di me, sopra di noi, un lampo. Non una luce momentanea come il flash di una macchina fotografica, ma più una luce che va e viene come se fosse la visualizzazione di un battito cardiaco: una serie di momenti di luce bianca-azzurra più forti e di bagliori violacei più bassi. Dura poco meno di un secondo, e il rumore dell'acqua che sento sempre più forte viene accompagnato da un lungo brontolio lontano.
-Il tempo sta peggioran...- la mia frase viene interrotta da uno schianto assordante, che ha seguito di poco meno di un secondo il lampo: una deflagrazione violentissima e lunga. Mi guardo attorno, ma ovviamente ormai il "danno" è già passato, ma quando ritorno a guardare il mio compagno un altro lampo come il primo squarcia il cielo. E di nuovo un tuono molto forte ed improvviso scuote l'aria circostante, solo che stavolta ho la chiara sensazione dell'onda d'urto che mi arriva addosso: un vento che mi spinge in avanti facendomi quasi cadere. -Non possiamo continuare a restare all'aperto, è pericoloso. Ci serve un riparo.
Il compagno si ferma all'improvviso e comincia a guardarsi intorno, proprio alla ricerca di un riparo, mentre io per poco non vado a sbattergli addosso.
Un terzo lampo, ma ora sto dando le spalle al mio compagno e finalmente capisco che succede: un fulmine colpisce un albero MOLTO vicino a noi. Lo schianto del tuono è assordante e mi fischiano le orecchie, e di nuovo lo spostamento d'aria calda mi fa barcollare: -Oh cazzo!
-Stai tranquillo, te l'ho detto: siamo al sicuro, qui non può colpirci.
-Ma che stai dicendo? Qui siamo all'aper...
Un altro fulmine, un altro tuono. Ma comincio a rendermi conto di una cosa: chi è con me ha ragione: il fulmine è caduto più o meno alla stessa distanza del primo. Piove, ma dove siamo noi casca appena qualche gocciolina d'acqua, mentre ad alcuni metri di distanza in mezzo agli alberi c'è una specie di muro d'acqua. Sento un rumore strano e alzo lo sguardo sopra di noi. A questo punto vedo con orrore una saetta che punta dritta verso di noi ma che, all'improvviso devia sulla destra percorrendo una curva che la porta contro un altro albero poco distante: è come se sopra di noi ci fosse una specie di cupola trasparente.
-Dai, andiamo verso il fiume.
-Ma che succede?
Il mio compagno si dirige verso sinistra e lo seguo; percorriamo un centinaio di metri e poi giungiamo a un declivio che diventa il greto di una specie di torrentello. Sarà largo un paio di metri, l'acqua profonda pochi centimetri, ma trasparente e oserei dire persino profumata. Si siede sul bordo e infila le mani nell'acqua, cominciando a bere.
Lo guardo con attenzione: -Sono sicuro che sia anche acqua non inquinata, ma credo che ci siano anche sabbia, piante e chissà quali altre fesserie... non credo che si possa bere così, a cuor contento...
-Stai tranquillo, tanto sta finendo di piovere, e quello che mi interessava era semplicemente essere vicino a te... ora ti puoi svegliare!
Il rumore della pioggia si allontana, l'ambiente si fa buio, la mia sensazione di essere a letto si fa più evidente. La mia camera, la pioggia, fuori... un tuono... Lucky sotto il braccio sinistro.
-Ehi, ma non credi che dovrei essere io a proteggere te dal temporale, orsetto fifone? Buongiorno, eh... le cinque meno cinque di mattina, direi che ci si può alzare e si può cominciare la giornata...

domenica 30 dicembre 2012

Il flash mob

2 commenti - [Leggi tutto]
Sono sul divano, seduto davanti alla tv, spenta. Accanto a me Lucky mi spiega:

Sardegna. Estate, prima settimana di agosto.
In realtà questa cosa sta avvenendo in moltissimi alberghi di moltissimi luoghi di villeggiatura, ma per ora tutto quello che sanno i turisti e i cittadini che hanno visto i volantini in giro per qualche stabilimento balneare e per qualche albergo è che un'associazione di giovani registi sta cercando qualche persona disposta a fare la comparsa in alcune scene di un cortometraggio horror.
Tutto comincia il venerdì pomeriggio con un incontro presso un albergo ove alloggia lo staff: sono invitati tutti quelli che pensano di poter recitare: saranno fornite informazioni e sarà effettuata una preselezione. Successivamente l'indomani (sabato) vengono fatti degli specifici provini e vengono selezionate, mediamente, dalle quattro alle sei persone (si fa in modo di scegliere, dove possibile, le coppie che si sono presentate senza "spezzarle").
Domenica mattina ci saranno le riprese.
Gli "attori coinvolti" vengono invitati a rimanere a cena con l'eventuale partner/famiglia e viene loro spiegata la scena che si girerà il giorno dopo (es. inseguimento sulla spiaggia, scena in città, quello che capita) e viene detta loro la "prima verità", ossia che sì, saranno girate delle scene di una sorta di cortometraggio horror/comico.
Quello che tutti ignorano è che la settimana successiva si ripeterà la stessa cosa, ma questa volta coinvolgendo molte più persone (mediamente una quarantina/cinquantina a città, in generale più ce n'è, meglio è).
Un'altra scena, questa volta di tipo "urbano" come un attacco di zombie o roba così.
Quello che tutti ignorano è che questi due week-end di riprese si stanno ripetendo uguali (a parte le scene, differenziate) in molte parti d'Italia.
Gli attori selezionati nella prima sessione reciteranno, peraltro, buona parte del tempo in "costume": vestiti come dei pupazzi di un parco giochi a tema, una cosa tipo "Disney de noatri": c'è uno combinato come un dinosauro, uno una sorta di papero-marinaio alla Paperino eccetera.

Quello che poi tutti quanti verranno a sapere solo alla fine, è che genericamente il cortometraggio sarà presentato a una trasmissione televisiva specifica poco tempo avanti, ma solo a quel punto, quando potranno a fine estate guardare la trasmissione, tutti scopriranno che in realtà si è trattato di una sorta di reality-flash-mob che ha coinvolto lo staff che è stato (di nascosto) ripreso durante le prove, e alla fine si riesce persino a produrre questa sorta di cortometraggio fatto con lo stile dell'horror con una trama semplicissima (che ne so: il parco giochi che di giorno attira i bambini ma di notte è infestato dagli zombie) eppure che ha potuto essere sviluppato con un sapiente lavoro alla base riguardo al girare, al montare ma, soprattutto, all'impegno messo da tutti quanti.

A questo punto mi giro verso Lucky, lo guardo sorridendo e gli arruffo la testolina: -Lucky è un'idea splendida! Ti meriti un premio, mi hai veramente fatto sorridere stavolta...

Poi mi sveglio, sono nella mia camera in una domenica pomeriggio di relax. Fondalmentalmente è stato solo un sogno, ma l'idea mi è piaciuta! (-: Arruffo di nuovo la testolina di Lucky, e poi mi avvio al blog per raccontare questo sogno/ideona...

domenica 6 novembre 2011

Orsacchiotti...

1 commenti - [Leggi tutto]
Immagine di Begemott, tratta da deviantart
Ogni tanto ci vuole qualcosa per ricordarsi che sono lì, in silenzio, piccoli ma pieni di coraggio [e in grado di fare il cu$etto a strisce a molti mostri... (((-: ]

giovedì 22 settembre 2011

Un orsacchiotto mi protegge, XI

0 commenti - [Leggi tutto]
Il sentiero che percorro è dannatamente lungo. Così lungo che ormai non riesco più a vedere la strada da cui è partito. Si dipana lungo una vegetazione non molto fitta e un po' di sterpaglie verdi, anche se la temperatura mi lascia presagire una calura non indifferente in arrivo di lì ad un'oretta al massimo.
Ma poi, finalmente, il percorso gira sulla sinistra e un grosso cespuglio di oleandro bianco sembra essere la giusta conclusione a questa strada. Da questo punto comincia la sabbia. Sabbia fine, rosata, pulita e poco movimentata dal vento. Una spiaggia, ma vedo il mare molto in lontananza: ci sono diverse centinaia di metri di sabbia.
La visione in sé è molto rilassante, ma quello che io sento è che devo fare presto, che devo arrivare alla mia destinazione prima che si alzi il sole. Sono vestito con dei jeans, una camicia e le scarpe antinfortunistiche, che mi permettono di camminare velocemente persino sulla sabbia, ma non le sento molto comode.
Mentre comincio ad affrontare la sabbia, tagliando diagonalmente la spiaggia verso sinistra, ma dirigendomi comunque verso il mare, il sole si sta alzando e comincia a farsi sentire addosso, anche se per il momento non sto sudando. È in questo momento che comincio a riflettere sui fatti della serata. A riflettere su come tutto è cominciato: le immagini di una piazza semideserta mi si parano davanti agli occhi.
La piazza è piccola, con una specie di fontana spenta al centro e qualche negozio circostante. Sono seduto al tavolino di un bar su un lato e, dal lato esattamente opposto, c'è un grosso appezzamento di terra incolto e abbandonato, pieno di sterpaglie. Siamo in notte inoltrata (sarà almeno mezzanotte: a parte il bar sono circondato da botteghe chiuse.
Con me ci sono quattro persone: un amico che non vedo da un sacco di tempo, una donna che non conosco e che l'amico mi ha detto essere sua moglie, e due ragazzine che (lo suppongo, ma non me l'ha detto) dovrebbero essere le loro due figlie.
Stiamo discutendo (anche un po' animatamente, devo dire) a proposito del genio della lampada di Aladino. Soprattutto di come vi siano varie interpretazioni della favola tratta da "Mille e una notte" in proposito della presunta regola dei "tre desideri", che non appare nel racconto originale.
Seguo la discussione con poco interesse e molta noia. Poi mi accendo una sigaretta e guardo in direzione del cielo. È a quel punto che lo vedo: è un piccolo punticino azzurro, al centro del cielo, che si muove scendendo verso il basso.
Ma si espande, fino a diventare come un gigantesco fuoco d'artificio che cade verso il basso. E cominciano a notarlo tutte le persone che sono in piazza, e cominciano a zittirsi tutti.
Si avvicina, come se volesse colpire proprio quello squarcio di sterpaglie davanti a noi, e infatti qualcuno comincia a indietreggiare mentre questa sfera azzurra comincia a lasciarsi dietro un'inquietante scia di scintille azzurrognole.
E a questo punto l'amico e la moglie si alzano di scatto. Si comincia a sentire un sibilo sinistro: le due ragazzine appaiono congelate dalla paura e io comincio ad assistere a questa scena come se fossi uno spettatore che la vede in televisione: sento le urla di terrore di tutti quanti, vedo la gente che comincia ad alzarsi e scappare in direzione della strada alla nostra destra. Anche l'amico, e la moglie, e le figlie cominciano a correre.
Mi alzo, con molta calma. Ormai l'oggetto (un diametro di alcune decine di centimetri) è a poche centinaia di metri di altezza. Mi dirigo verso la strada a passo lento, faccio qualche decina di metri e poi mi giro, in tempo per vedere che si abbatte al centro di quel terreno incolto. Un lampo bianco-azzurro molto luminoso mi fa chiudere gli occhi per qualche istante, mentre uno schianto non molto rumoroso si spande tutto intorno. Quando riapro gli occhi la luce è cambiata: adesso ci sono i riflessi gialli e arancio di un mastodontico incendio, e dopo qualche istanto cominciano a risuonare scoppi cupi molto forti: in mezzo alle sterpaglie sta bruciando un bel cespo di canne, sicuramente.
A questo punto mi fermo, e rimango per qualche istante rapito dall'immagine di quell'incendio che cresce. Il fuoco che crepita sempre più forte, le fiamme sempre più alte, tutte immagini che mi lasciano a bocca aperta. Ma poi viene un leggerissimo vento contrario, e con esso il fumo. Per cui mi giro e continuo lungo la strada cui si sono diretti tutti.
E la passeggiata continua, ancora per poco, poi prendo l'auto e mi sposto.
Ritorno quindi sulla spiaggia. Mi sto avvicinando ormai alla linea del mare, e vedo una ampia battigia quasi pianeggiante. Le pochissime onde si infrangono sulla linea della spiaggia spostandosi pigramente in avanti, ma io finalmente vedo anche il punto che sto cercando. È proprio vicino alla battigia, a non più di una ventina di metri da dove mi trovo. Allungo il passo e ormai il sole è quasi del tutto alzato e il colore dell'alba quasi non si vede più.
Davanti a me, semisepolta nella sabbia, c'è una vecchia lampada ad olio: la lampada di Aladino, a quanto pare. Anche perché so che è quella, e perché la prendo e tolgo qualche granello di sabbia dal bordo. Poi col palmo della mano le do una strisciata, e un'altra, e un'altra ancora.
Niente fumo, niente effetti speciali. No, niente di tutto questo. Solo una voce: "Io sono qui per te, padrone: comandami e sarai immediatamente servito".
La voce è alle mie spalle, ma io non mi giro neppure per controllare chi sia, mi limito a rispondere: "Per quanto tempo ti potrò comandare?"
La voce è argentina, dolce. Sembra la voce di un nonnino premuroso: "Fino a quando possiederai la lampada, potrai evocarmi e chiedermi di soddisfare qualsiasi tua esigenza. Hai un solo limite: non potrai chiedermi di farti del male, né di ucciderti. Ma se vorrai potrò assassinare qualcuno per te, mio padrone"
Un brivido mi corre lungo la schiena: "No, nessun omicidio, grazie. Limitiamoci a restare con i piedi per terra, ti prego."
A questo punto la voce si fa un po' più maliziosa: "E allora cosa preferisci? Forse il denaro? Il potere?"
Faccio un respiro profondo, poi comincio a ravanare fra le tasche dei pantaloni e della camicia. Ho l'impressione di indossare una camicia hawaiana, ma ad ogni modo quello che cercavo salta fuori dalla tasca sinistra dei pantaloni: sigarette ed accendino.
Con moltissima calma e misurata attenzione mi accendo una MS Club, poi inspiro profondamente e dopo qualche istante sbuffo nervosamente del fumo: "Direi che potremmo evitare quello che è successo stanotte in piazza."
"Mio signore, questo è impossibile"
"Mi hai detto che l'unico limite è che non puoi farmi del male, il mio desiderio è di evitare quel meteorite di stanotte"
"Ma io sono arrivato questa notte, proprio con quel meteorite."
"Cosa? Il meteorite è caduto a miglia e miglia [sì, ho usato questa unità di misura, ndG] da qui, e adesso l'incendio sarà ancora in corso. Tu sei su questa spiaggia, e sapevo da tempo che eri qui."
Il personaggio si gira, e mi si piazza davanti. Mi aspettavo un mostro gigante in una nuvola di fumo, e invece è un tizio alquanto anonimo in camicia bianca, giacca nera gessata e cravatta nera. Capelli radi, biondissimi, e occhi di un blu non dissimile dal mare che sto guardando.
Mi abbasso, spengo la sigaretta nella sabbia, poi metto il mozzicone fra i lacci delle scarpe. Mi alzo di nuovo e lo guardo, per qualche istante, prima di sbottare con una domanda a bruciapelo: "Quando dovrai andartene via?"
"Non potrò allontanarmi da te sino a quando avrai la mia lampada, ma potrò andarmene via qualora tu lo desiderassi. È questo che vuoi?"
"E posso liberarti? Farti diventare un normale essere umano?"
"Non credo che funzionerebbe. O almeno: probabilmente mi polverizzerei all'istante. Ho più di ventimila anni. Conosci uomini della mia età?"
Il sole è ormai alto, il caldo comincia a farsi sentire.
"Va bene. Non voglio averti chiamato per nulla. Non voglio il potere, né il denaro. Mi basta essere felice. Io non sono felice, o almeno non in questo momento. Puoi rendermi felice?"
Il genio alza il braccio destro: "Naturalmente, padrone".
Schiocca le dita. Mi sento qualcosa fra le braccia. Abbasso lo sguardo, e mi trovo Lucky fra le braccia. Il genio sembra perplesso: "Ah! Tutto qui? Bastava questo per renderti felice, padrone?"
"Sono uno che si accontenta di poco. Grazie, per ora puoi andare".
Abbraccio il cucciolo e guardo il mare, mentre il sole all'improvviso sembra essere partito per il tramonto, anche se non sono passati chiaramente che pochi minuti.
Chiudo gli occhi, e penso: "Ok, è ora di svegliarsi, adesso".

Quando riapro gli occhi la proiezione dell'ora segna le cinque meno cinque di mattina. Accendo la luce, alzo il braccio sinistro e guardo Lucky.
"Adesso tutta la mia felicità è stare in riva al mare abbracciando un orsetto di peluche? Certo che sei particolare, Lucky. Lo sai?"
Però devo dire che mentre ero in quella posizione, mi sentivo felice. Anche questo significa avere un orsetto di compagnia, forse. (-:

mercoledì 21 settembre 2011

La breve storia di Lucky

0 commenti - [Leggi tutto]
Già da qualche tempo ho sottolineato alcune peculiarità tipiche di alcuni dei miei orsetti.
Una delle cose che ho evidenziato, in passato, è una presunta paura di Lucky per temporali, fuochi artificiali et similia.
Ma voglio raccontarvi come è cominciato tutto. Lucky è stato il regalo di un cliente (ehm, *una* cliente, per essere precisi) in occasione delle festività natalizie di tempo fa.
In quel periodo ero alquanto incasinato, e passai anche un capodanno schifoso a causa di un pesante raffreddore che mi aveva preso proprio il 31 dicembre, in cui ho dovuto lavorare con un piacevole 38 e passa di febbre, e che conclusi alla sera nell'orario di "cena canonica" (le 21, al più) con un po' di pastina in brodo, un actidue e il letto poco dopo, fino a risvegliarmi la mattina del primo gennaio alle sei, con molto meno mal di testa e la febbre quasi del tutto scesa.
Ma non divaghiamo, e arriviamo a pochi giorni dopo. Poche notti dopo, in effetti. Sarà stata la notte fra il quattro e il cinque gennaio, o quella immediatamente successiva. Erano circa le due e mezza di notte: dormivo, con Philippe sotto il braccio.
Aprii un occhio con circospezione perché un rumore mi aveva ridestato appena, e mentre lo facevo il secondo rumore mi chiarì la cosa: un tuono cupo e molto lungo attirò la mia attenzione, seguito dal rumore di uno scroscio di pioggia non indifferente. Sbuffai, poi mi rigirai sull'altro lato del letto e cercai una posizione comoda. In quel momento ci fu un tuono molto forte ed improvviso, segno di un fulmine caduto veramente vicino. E mi svegliai di soprassalto: non tanto per il tuono, quanto per l'improvvisa caduta di qualcosa sul letto. Ero da solo in casa, e quindi la cosa non mi era piaciuta per niente. Accesi la abat-jour e trovai Lucky a muso in giù sul piumone. Sorrisi, poi tranquillizato lo presi e lo rimisi sulla mensola sopra il letto, quindi spensi la luce e allungai una mano sulla mensola trovando le zampe degli altri cuccioli; pochi secondi dopo sentii nuovamente qualcosa che mi cadeva addosso, ma prima che potessi sbuffare un altro tuono molto forte scoppiò vicino alla casa. Riaccesi la luce e mi ritrovai di nuovo Lucky supino accanto a me.
Mi guardava.
Lo guardai anche io: "Che c'è, piccolo? Hai paura del temporale?"
Presi Philippe da sotto il piumone e lo posizionai delicatamente sulla mensola: "Scusa, Philippe: tu sei un veterano, e qui c'è qualcosa di più urgente...", poi presi Lucky e, dopo aver spento di nuovo la luce, mi girai sul fianco sinistro tenendo il cucciolo fra me e la parete, sotto il piumone. Lo accarezzai delicatamente sulla testa, e sentii pervadermi da una grande sensazione di rilassamento. Rimanemmo così qualche minuto: lo coccolai un po' e intanto sentivo il sonno che ritornava, ma ora mi sembrava di aver fatto la cosa giusta. Ancora adesso consento a Lucky di dormire con me nelle notti di pioggia, e se invece durante il giorno devo uscire e promette di arrivare un fortunale, mi accerto che sia comunque in compagnia degli altri cuccioli, e che la finestra della mia camera sia ben chiusa. Ci tengo ai miei cuccioli, anche per queste piccole cose. So che probabilmente ormai è più tranquillo nelle lunghe notti di pioggia, ma so anche che lo fa apposta a farmi credere di essere ancora terrorizzato: mi sa che gli piace dormire assieme a me mentre fuori tira un fortunale e io mi preoccupo che non tremi di paura (-:

domenica 18 settembre 2011

Questo è il mio orsacchiotto...

0 commenti - [Leggi tutto]

Questo è il mio orsacchiotto. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio.

Il mio orsacchiotto è il mio migliore amico. È la mia vita. Devo coccolarlo come vorrei essere coccolato io.

Il mio orsacchiotto, senza di me, è inutile. Senza il mio orsacchiotto, io sono inutile. Devo dormire con il mio orsacchiotto. Devo dormire e non preoccuparmi degli spiriti maligni che vogliono farmi venire degli incubi. Lo farò....

Il mio orsacchiotto ed io sappiamo che quel che conta in questa nanna non sono i calci che ci daremo, né le carezze e tantomeno le coccole che ci scambieremo. Sappiamo che riposare è quello che conta. Riposeremo...

Il mio orsacchiotto è umano, come me, poiché è la mia vita. Pertanto, imparerò a conoscerlo come un fratello. Imparerò i suoi punti deboli, i suoi punti di forza, le sue paure, le sue peculiarità, la morbidezza delle sue zampine e del suo pancino. Lo proteggerò anche dalle intemperie e da ciò che potrebbe rovinarlo, come farei con le mie gambe, le mie braccia, gli occhi ed il cuore. Terrò il mio orsacchiotto pulito e spazzolato. Diverremo una sola cosa. Lo diverremo...

PS: grazie per avermi svegliato facendomi gli auguri, Rafael ((-:

mercoledì 7 settembre 2011

La fuga a Catania

0 commenti - [Leggi tutto]
Siracusa, in compagnia di alcuni amici (anche se so che conosco tutti, non una sola faccia mi dice qualcosa). Dovrebbe essere una specie di rimpatriata dei tempi di scuola, o qualcosa del genere: è sabato sera e siamo in un pub fuori Ortigia. Sono in piedi accanto al tavolo cui sono seduti tutti quanti, poi mentre tutti discutono mi allontano e mi avvicino al bancone. A un ragazzo in maniche corte e con le braccia ricoperte di tatuaggi chiedo una birra Corona liscia (senza sale & limone), e questo attira l'attenzione di una ragazza seduta al banco, alla mia destra.
È carina: una giovane brunetta sulla trentina con gli occhi color nocciola e un paio d'occhiali bordati di nero che non le danno la classica aria da intellettuale. Ha l'apparecchio ai denti e un bicchiere di un non ben identificato coctail davanti al naso.
Lei: "Questa è la prima volta che vedo qualcuno prendersi una Corona liscia..."
Mi giro, le sorrido e spiego: "Un amico siciliano anni fa si è trasferito in Messico. Quando ha spiegato loro che la birra Corona in Europa la beviamo così, i messicani si sono messi a ridere."
Da questo punto attacchiamo un po' bottone: io parlo del mio lavoro, lei mi parla del suo e sembra che ci sia una certa sintonia d'interessi (e di un certo odio per il lavoro a contatto col pubblico), e la discussione va avanti per diversi minuti. Ci scambiamo persino i numeri di telefono, ma dopo pochi minuti, mentre finisco la birra, appare un gruppetto di altre tre ragazze (mi dice che sono sue amiche), e che cercano di tirarsela indietro.
A questo punto la ragazza (ecco, non mi ricordo il suo nome: splendido!) comincia ad apparire triste e preoccupata, e mi dice che adesso devono rientrare tutti a Catania.
Io: "A Catania? Ma non mi hai detto di lavorare qui? Vivi a Catania?"
C'è qualcosa che non mi convince. Per niente. È come se dovesse tornare a casa da genitori-padroni. Ma non ho molto tempo per farmi questo genere di ragionamenti, poiché nel giro di neanche una decina di minuti lei e il gruppo di amiche sono semplicemente sparite.
Ritorno verso il tavolo degli amici, che prima fanno commenti e prese per i fondelli per il mio "rimorchio", ma poi notando tutti la mia espressione cominciano a porsi in maniera differente sull'argomento. Però la taglio lì: non ho voglia di parlarne.

La mattina dopo, domenica, provo a chiamare la ragazza. Più volte, ma il telefonino le squilla senza alcuna risposta. Sento che c'è qualcosa di troppo strano: non so spiegare cosa sia: più che un'impressione è qualcosa legato all'atmosfera, all'aria che respiro. Sento che c'è qualcosa di sbagliato. All'ora di pranzo sono a casa, seduto a tavola e in compagnia di Francesco. Gli sto esponendo i miei dubbi, che culminano in una decisione: subito dopo pranzo ho intenzione di andare a Catania e cercare di raggiungerla.
Francesco cerca di farmi desistere: anzitutto non ho idea di dove abiti o si trovi, e soprattutto il fatto che sia catanese e con questo alone di mistero potrebbe significare anche qualcosa di brutto o pericoloso, che non posso affrontare così a cuor contento. Ma non voglio sentire discussioni, e subito dopo pranzo salgo in auto e parto, da solo, in direzione di Catania. Faccio il tragitto (che dopo augusta appare sulla vecchia strada e non sull'autostrada) cercando intanto di contattarla telefonicamente, ma come risultato immediato ne ottengo solo squilli a vuoto del telefono. Arrivato più o meno all'altezza del Torero, improvvisamente mi trovo davanti a un gigantesco cantiere con la strada completamente chiusa e ridotta a una specie di mulattiera sterrata e piena di mucchi di materiale di risulta. Sono costretto a lasciare l'auto e procedere a piedi, ma non mi faccio guidare da altro che da una preoccupazione che, essendo vicino a Catania, ora si fa crescente. La strada dopo poche centinaia di metri diventa quasi del tutto impercorribile anche a piedi, e sono costretto a spostarmi sulla destra procedendo lungo un percorso accidentato in mezzo alle sterpaglie. Per quasi due kilometri, addirittura, sono costretto a procedere avanzando lentamente lungo la scogliera.
Poi finalmente la mia caparbietà (o testardaggine?) ottiene la meglio, e finalmente giungo (devo dire non molto stanco, tra l'altro) al porto di Catania. Il sole è basso sull'orizzonte, ma direi che mancano almeno un altro paio d'ore al tramonto (deve essere fine maggio-inizio giugno: ho in mente un'immagine di qualche sparuto gruppetto di persone al mare dalle parti di Agnone Bagni). Comincio a camminare fino ad uscire dal porto ed avvicinarmi alla stazione ferroviaria, quando mi arriva un SMS. È lei, e il messaggio dice solo "Aiutami: corso XXXX" (no, non mi ricordo l'indirizzo esatto adesso, ma è qualcosa al centro di Catania, sulla collina; una strada che parallelamente sulla sinistra dà sull'Etna).
Sono a piedi, e giro ramingo per mezza Catania sino quasi a sentire il male ai piedi, ma poi a forza di chiedere notizie e informazioni in giro, raggiungo l'indirizzo. La strada non è più lunga di un trecento metri, e a poche decine di metri dall'inizio appare il portone di un albergo. Il sole sta per tramontare, per cui entro nell'albergo, lascio una caparra di trenta euro e chiedo di potermi fermare un paio di giorni.
Mi danno una camera al primo piano, ed è bellissima, molto ampia: un letto matrimoniale in fondo e un divano e un tavolo con quattro sedie all'ingresso. Accanto all'ingresso, sulla sinistra, ci sono il bagno e una porta-finestra, con l'invito a fumare in balcone. Estraggo il pacchetto di ms spiegazzato dalla tasca ed esco sul balcone: so che ho già cenato, e scrivo un SMS alla ragazza per dirle che adesso sono in quest'alberghetto, poi provo a chiamarla. Di nuovo il telefono squilla, ma stavolta noto qualcosa: c'è silenzio fuori, e non passano auto sulla strada. Sento una suoneria lontana, come se venisse dal palazzo di fronte. Chiudo la chiamata e s'interrompe la suoneria. Le reinvio un SMS e tendo le orecchie: dopo pochi istanti sento due beep lontani. Riprovo a chiamare e la suoneria riprende, e si spegne non appena chiudo la chiamata. È evidente: abita nel palazzo di fronte. Ma le finestre e i balconi che danno sulla strada, da dove sembra venire la suoneria del cellulare, sono tutte chiuse e scure. So che è tardi (anche se non ho guardato l'orologio) per cui decido di desistere, almeno per il momento. Non c'è molto caldo, però chiudo le imposte ma lascio aperta la porta-finestra. Poi vado a letto, più preoccupato che tranquillo.
Quando mi risveglio sono circa le cinque di mattina, e il sole non si è ancora alzato; per prima cosa vado a farmi la doccia, e quando esco sento del movimento, di fuori. Guardo dalle imposte e noto diverse auto della polizia parcheggiate fuori, al palazzo di fronte. C'è anche un'ambulanza. Mi vesto molto rapidamente, quando bussano alla porta. Apro stupito (ancora non si è alzato il sole) mentre mi sto abbottonando la camicia. Fuori c'è uno degli amici con cui siamo stati nel locale sabato sera. Non identifico l'amico, anche se so che ci conosciamo da molto tempo, e per prima cosa mi fulmina con delle parole tremende: "C'è stato un suicidio di gruppo nel palazzo di fronte. Credo che sia coinvolta anche la tua amichetta, e credo che sia successo già la notte scorsa, e se ne sono accorti solo poco fa. Ma per ora non pensarci e rilassati."
Le sue parole mi colpiscono con la forza di un maglio, e mi butto a sedere su una sedia accanto al tavolo, ma il suo semplice "per ora non pensarci e rilassati" mi risuona nella mente con una dolcezza infinita, e mi fa sentire automaticamente più tranquillo: persino l'intenzione di spostarlo e lanciarmi fuori dall'albergo e davanti al palazzo per vedere cos'è successo è improvvisamente passata. Restiamo fermi, uno di fronte all'altro, per pochi, interminabili, minuti.
Poi lui riprende la parola: "Usciamo in balcone, ci fumiamo una sigaretta..."
Mi trascino fuori sentendomi fuori dal mondo. In realtà avevo capito che doveva essere successo qualcosa di grave: una risposta violenta a tutte le mie preoccupazioni...
Il cielo comincia a illuminarsi, e vediamo arrivare altre due ambulanze, mentre comincia a uscire una lettiga completamente coperta da un lenzuolo bianco. Distolgo lo sguardo e lo porto verso sinistra, notando un'altra porta finestra.
Io: "E quella?"
Amico: "Beh, sarà la finestra della camera accanto, no?"
Io: "No, qua accanto c'è solo il corridoio..."
Mi avvicino, le imposte sono aperte e dentro appare buio, ma appare come una piccola stanzina. Mi appoggio alla finestra e scopro che è aperta. Entro, seguito dall'amico. C'è una stanzina che ha solo questa porta finestra e una finestrella sul lato opposto. Niente porte d'ingresso. Su un lato c'è una libreria che trabocca di vecchi libri, al centro un divano simile a quello che ho in camera, e davanti un tavolino di vetro. Sotto il tavolino e sulla parete opposta è pieno di scatoloni traboccanti di libri ed altre cose. Su uno degli scatoloni fa bella mostra di sé una vecchissima macchina fotografica tipo "instamatic". Ci giriamo attorno per qualche minuto con un sorriso, rivedendo vecchi oggetti storici. Poi finalmente dico all'amico che comunque voglio uscire e vedere che sta succedendo.
Mentre arriviamo davanti alla reception, trovo la signora che mi ha accolto la sera prima e le chiedo di poter lasciare la camera, chiedendo quindi il conto.
La signora, con un sorriso, prende la calcolatrice e calcola il costo della camera, poi toglie i trenta euro di caparra che le ho lasciato la sera prima, ma a questo punto mi dice che per una tripla (in cui avrei dormito assieme ad altre due persone) le devo una cifra salatissima: qualcosa in più di 300 euro. Spalanco la bocca cercando di capire se devo riversare delle lamentele o degli insulti, quando all'improvviso alle mie spalle appare un altro amico (anche lui sabato sera era con noi, e anche lui non lo identifico, ma ha una faccia conosciuta), che senza battere ciglio estrae il portafogli dalla tasca posteriore dei jeans e mette sul banco un nutrito fascio di banconote da 50 e 20 euro. Quindi si gira e, con un sorriso, mi fa un cenno di seguirlo fuori.
Mentre arriviamo alla porta dell'albergo, l'amico che ha pagato si gira e mi fa: "Ora tranquillo: non c'è nient'altro da temere ed è finalmente l'ora di svegliarsi"
Lo guardo, sgrano gli occhi: "Lo sapevo che era un sogno. Solo in un sogno potevo rimorchiare una ragazza che si è suicidata la sera che mi ha conosciuto, cavoli..."
Amico: "Tranquillo, questo è stato uno stupido incubo, ma siamo riusciti comunque a tenerlo sotto controllo..."
Chiudo gli occhi, poi dopo qualche secondo li riapro. Sono sul letto, prono. Sono le cinque di mattina e sta per suonare la sveglia. Accendo la luce. Lucky (che abbracciavo quando mi sono addormentato) e Ivano (che era al lato del cuscino) sono caduti dal letto, mentre Rafael è ancora accanto al cuscino, e mi rendo conto che con la mano sotto il cuscino ero arrivato ad afferrargli una zampina: per questo le cose hanno cominciato a tornare sotto una buona luce verso la fine...

giovedì 24 marzo 2011

Un orsacchiotto mi protegge, X

0 commenti - [Leggi tutto]
Decimo capitolo dei racconti che spiegano perché è il caso di dare un po' di fiducia al proprio totem-acchiappasogni. Spero vi faccia provare le sensazioni che ho provato anche io.
Tutto cominciò in una freddissima notte d'inverno.
Il televisore non mi da più nessuna compagnia, per cui sotto il piumone avevo trovato il piacevole tepore di un buon libro (sì e no: lo ammetto. Stavo rileggendo "L'essenza oltre il buio"). Poi la stanchezza si è fatta sentire, e gli occhi sempre più pesanti mi convinsero a lasciare il compagno pieno di pagine e parole, per dedicarmi al compagno pieno di pelo e occhioni neri e profondi. (-:
Dopo aver spento la luce, trovato una posizione comoda e poggiato Rafael alla parte sinistra del torace, mi abbandonai al sonno. Questo sogno, però, è venuto quando ormai si avvicinava l'orario del risveglio mattutino.

Cortile. Mattina inoltrata (saranno almeno le dieci). Mi sono appena sentito telefonicamente [ma il sogno comincia quando in realtà il contatto c'è già stato: so che ho questo impegno, e che lo ho preso poco prima] con un amico, che è anche scout.
In pratica mi ha "coinvolto" nella collaborazione a una recita (dato l'argomento penserei una cosa tipo "Civitoti in pretura"), chiedendomi di fare la parte di un "giurato popolare", ma è anche una cosa non tanto scrausa, dato che devo presentarmi in giacca & cravatta.
Ora sto uscendo per raggiungerlo e seguire le prove della recita.
Giro a destra e mi dirigo verso il parcheggio della mia auto, notando senza darci troppo peso che ci sono moltissimi condomini giù in cortile che discutono, soprattutto alcuni vicini alle loro auto.
Ma dopo aver fatto pochi altri passi, pur rimanendo a circa dieci metri dalla mia auto, comincio ad avere il sentore dei toni non esattamente amichevoli con cui si tiene questa discussione. Affretto leggermente il passo e raggiungo la mia auto, guardando la fiancata della mia auto ammaccata, graffiata e - letteralmente - martoriata da un qualcosa che ci è passato attaverso lasciando abbondanti segnacci di un rosso acceso tutto intorno
Mi giro, guardando dietro di me e in direzione del lato centrale del cortile interno, dove era condensata la maggior parte dei condomini più sbraitanti, appurando che fa bella mostra di sé una vecchissima Apecar rossa, con una sfilata di modifiche al cassone e alla cabina di guida (appaiono diversi giri di filo metallico, assi di legno, chiodi e bulloneria varia).
Un tizio che non deve essere molto anziano, ma ha la faccia scavatissima di rughe, sta parlando mogio mogio al cellulare.
Molte delle persone presenti mi dicono che è lui il responsabile di tutto questo karaoke, e lui stesso dopo qualche istante mette via il cellulare e cerca di calmare tutti quanti.
Mi colpisce una sua frase: "Tranquilli, è tutto a posto, adesso sta venendo il perito della mia assicurazione, non vi preoccupate."
Con le pive nel sacco, prendo il telefonino e sto per chiamare l'amico scout per dirgli che ritardo, ma nello stesso istante suona il cellulare ed è lui che mi avverte che l'appuntamento è saltato, per cui prendo un paio di condomini e li porto in direzione del bar per un caffettino veloce.
Ritorniamo dopo qualche minuto, e un tizio in giacca&cravatta armato di macchina reflex è già impegnato ad immortalare tutta la scena, mi avvicino alla mia mia auto (una delle ultime prima di raggiungere l'Ape) e questo tizio (più o meno avrà la mia età. Pizzetto di una simmetria irreale, occhiali con montatura di metallo lucidissimi, capelli che sembrano finti talmente sono pettinati in linea. Mi guarda e mi tende la mano: "Sì, questa è la sua auto, giusto? Allora, consideri che come assicurazione abbiamo deciso di non pagare i danni per fare le riparazioni, bensì di sostuirvi il veicolo con uno nuovo di pari caratteristiche. Le faremo avere in settimana una nuova Ford Mondeo, però l'avverto che potremmo avere qualche problema per il colore blu. Eventualmente le va bene grigio metallizzato?"
Faccio un respiro profondo, pensando che il tizio mi stia prendendo in giro, ma a questo punto tutta l'immagine vacilla e...
... mi ritrovo steso sul mio letto con la calda sensazione di Rafael sotto al braccio destro.
"Beh, adesso pure la macchina nuova? Tranquillo, che fra un po' la cambio..." (((-:

giovedì 23 dicembre 2010

L'edificio

0 commenti - [Leggi tutto]
Il paese non è molto grande, mi ricorda una via di mezzo fra Città Giardino e Borgo Valsugana. Sulla stradina fra le case c'è il classico groviglio di auto parcheggiate, uno, forse due posti liberi già da tempo. Ma noi stiamo aspettando nascosti nella mia Ford parcheggiata dal pomeriggio.
Poi, finalmente, arriva. Si tratta di una vecchissima Peugeot 205 rossa, mezza arrugginita, mezza scassata e con i segni di un tamponamento sulla fiancata anteriore sinistra molto violento, riparato alla pene di segugio, e con segni di ruggine che fanno intendere si tratti di un incidente molto vecchio.
Gaetano ha attirato la mia attenzione indicandomi l'auto che arranca verso un parcheggio poco scostato davanti a noi: -È il momento. Tieniti pronto e andiamo.
Guardo l'auto con molta indecisione: mi viene molto difficile credere che sia la porta verso quella che promette di essere un'avventura, ma non solo per rappresentare un modo interessante di trascorrere una notte, quanto piuttosto per capire una volta per tutte che cosa succede lì sotto in Ortigia, dove dovremmo essere diretti fra poco.
La persona che scende dalla 205 è un uomo basso, tarchiato, sulla sessantina. Pochi capelli bianco-giallognoli e una barba incolta che incornicia una faccia piena di rughe e nei; due occhietti neri e sorcini che sembrano scrutare in tutte le direzioni. Sbatte in malo modo lo sportello e si allontana in direzione di un portone sulla sinistra. Ci sono delle palazzine di due-tre piani che sembrano il risultato dell'edilizia moderna degli anni '90, e appaiono con colori gradevoli che non si stagliano bene nell'oscurità, e l'interno dell'androne da cui si riesce a vedere dall'esterno le pareti di cemento armato lasciate grezze e con il segno delle assi di carpenteria che hanno creato il box per il calcestruzzo.
Restiamo fermi in auto, in attesa. La luce sulla scala si spegne e rimane solo la fioca illuminazione interna. Non guardo Gaetano, sul sedile del passeggero, ma è a lui che mi rivolgo: -Ma... non l'ha neppure chiusa a chiave?
-Non credo che la serratura dello sportello funzioni. Anzi: guarda in che condizioni la tiene: pensa che nessuno potrebbe mai rubargliela.
Gaetano esce silenziosamente dall'auto. Lo seguo e ci avviciniamo con fare furtivo a quel catorcio, poi quasi strisciando la raggiungiamo e montiamo a bordo. Solo un attimo, e poco prima che Gaetano provi a strappare i cavetti per accenderla, mi scopro a fare un gesto molto americano: abbasso il parasole consunto sul lato guidatore, e il mazzo di chiavi ne salta fuori laconico.
Ci guardiamo nell'oscurità, soffocando una risata, poi con molta attenzione Gaetano inserisce le chiavi e accende il quadro. Un respiro profondo e gira la chiave. Il motore parte al primo colpo: retromarcia e ci allontaniamo lentamente e silenziosamente, poi usciamo dal palazzo e via a tutta velocità.
Percorriamo strade non ben identificate, in mezzo ad agglomerati di case, per quasi un'ora, giungendo infine a Siracusa dal lato del Villaggio Miano. Gaetano continua tranquillo in direzione di Ortigia, poi finalmente prendiamo la sopraelevata che, accanto al ponte umbertino, sale in direzione del retro di Ortigia.
L'isola di Ortigia appare come un agglomerato di periferia di un ambiente modernissimo. Ci sono grattacieli, ma in mezzo sbucano palazzi antichi e reperti archeologici (la sopraelevata ha un gigantesco pilone di metallo che si spalma al centro del Tempio di Apollo (mafia e interessi economici hanno prevaricato sull'interesse storico?). Arriviamo quasi all'altezza del lungomare, e ci fermiamo. Qualcuno arriva da un bugigattolo fra due grattacieli, ove appare una piccola costruzione mezza diroccata. Non facciamo domande, e neanche lui ne fa a noi: si limita ad accompagnarci dentro la costruzione.
Prendiamo una scala, e scendiamo subito sotto al livello della strada. A questo punto percorriamo un corridoio molto lungo, scarsamente illuminato e con diverse infiltrazioni d'acqua e macchie di muffa in giro, anche se appare come di muratura.
Dopo diversi minuti di camminata arriviamo davanti ad una porta. Il tizio che ci accompagna apre la porta e ci fa cenno di entrare, poi la chiude rimanendo fuori.
Siamo in una specie di montacarichi in metallo arrugginito. C'è una sola lampadina che pende dal tetto: Gaetano mi guarda con un'espressione interrogativa. Io mi avvicino alla porta, ove c'è una pulsantiera consunta con solo due tasti. Premo quello più in alto e il montacarichi si avvia con uno scossone e una serie inquietante di cigolii di metallo: -Ormai siamo arrivati a questo punto, non possiamo fermarci...
L'ascensore si muove ad una velocità più o meno normale, e davanti all'ingresso scorre solo una parete impolverata e bisunta. Passano almeno cinque minuti, quando finalmente ci troviamo davanti ad un'apertura con la porta scardinata e una serie di fili elettrici che vengono fuori dalla serratura. Stiamo per saltare fuori al volo, ma l'ascensore si ferma all'altezza di questo strano piano. Scendiamo e giriamo lungo un corridoio che ha una parete sulla destra e una serie di finestre sulla sinistra. Dalle finestre filtra la luce notturna, ma il cielo appare lentamente illuminarsi, e mentre camminiamo il sole comincia molto lentamente ad alzarsi.
In contrasto con la porta dell'ascensore arrugginita e scardinata, questo ambiente appare molto pulito e ordinato.
Passano ancora diversi minuti di percorso, poi il corridoio finisce su una specie di porta-finestra che da su una passerella di metallo. Apro questa porta e continuiamo lungo la passerella, mentre i primi raggi di sole rossastri sulla nostra sinistra stanno illuminando l'ambiente.
Non siamo ad un'altezza eccessiva (più o meno all'altezza di un quarto piano medio), e la passerella finisce sul tetto dell'edificio di fronte a noi. Dietro di noi c'è un grattacielo di vetro e cemento, la costruzione ove ci dirigiamo invece cade letteralmente a pezzi.
Appena lasciamo la passerella e cominciamo a calpestare la terrazza, ci sono diversi inquietanti scricchiolii che vengono dal pavimento: diverse volte ci muoviamo con molta circospezione, trattenendo letteralmente il respiro. Finalmente arriviamo in una specie di costruzione con una porta, e la apriamo trovando una scala che scende al piano inferiore. Entriamo tranquillamente e scendiamo, trovandoci in un ambiente molto grande. Sulla sinistra c'è una specie di porta-finestra che da su un balcone a raso (praticamente una vecchia ringhiera su una struttura di 10cm). Sul lato destro vicino alla finestra scende una scala, mentre al centro della grande stanza c'è una struttura stranissima. All'altezza di circa 50cm dal pavimento c'è un grosso piano inclinato, che appare come una specie di gigantesco scivolo che percorre verso il piano inferiore. Sulla superficie appaiono delle scritte in vernice bianca con delle frecce che indicano la discesa e un paio di volte appare la parola "USCITA".
Davanti a noi, avvicinandosi a questo piano, c'è un punto dal quale si potrebbe saltare, e c'è una specie di ringhiera di metallo dipinta di giallo, alta 15-20cm rispetto al piano, e mi sono avvicinato ad un punto in cui c'è un cartello di lamiera metallizzata con un cartello di senso vietato e le parole "DIVIETO DI ACCESSO".
Mi giro verso Gaetano: -Io non sono qui per rispettare dei divieti. Andiamo di qua, o vuoi prendere le scale e vediamo come va a finire?
Gaetano mi risponde con circospezione: -Preferisco affrontare le scale.
Quindi si gira e torna indietro verso la rampa di scale. Lo seguo con lo sguardo finché sparisce, poi mi guardo intorno nell'ambiente e, infine, salgo sulla struttura e metto la mano destra sul corrimano sopra il cartello di divieto per spingermi e scavalcarlo, ma in quella una voce mi fa girare di scatto: -Da lì non è consentito. Conosci le regole del gioco, dobbiamo fare le scale.
C'è una ragazza. Capelli biondi, lisci, lunghi fino alle spalle. È vestita in modo pressoché normale, ed ha in mano una cartelletta con, legato in punta, una specie di apparecchio.
-A dire il vero non mi sono state spiegate bene le regole, e comunque non credevo di fare niente di male.
-Non mi interessa. Devo multarti: mi devi cinque euro.
La ragazza preme qualche tasto sull'apparato nella cartelletta, poi si avvicina tendendo la mano destra verso di me. Infilo una mano in tasca e le rispondo: -Allora dammi tu quindici euro, perché ne ho venti addosso.
-Non c'è problema.
La ragazza si infila la mano in tasca, prende il portafogli e ne toglie due banconote: una da dieci e una da cinque.
Io prendo il portafogli, guardo i venti euro, poi le restituisco i dieci euro che mi ha dato lei: -Ah, no. Ricordavo male: ho dieci euro. Tengo i cinque di resto.
Lei non batte ciglio e riprende in mano i dieci euro, li rimette nel portafogli soddisfatta e poi mi indica la scala da cui è sparito Gaetano un minuto prima: -Vogliamo andare, adesso?
-Naturalmente.
La seguo. Cominciamo a scendere la scala: sono due rampe contrapposte che riportano davanti alla porta-finestra del balcone del terzo piano, ma a questo punto l'ambiente appare come un piccolo androne di piano, con delle pareti accanto alla finestra e delle porte di legno. Il legno appare marcio, bucato e danneggiato dal tempo e dall'umidità. Mi avvicino alla continuazione della rampa per scendere di un altro piano, ma la ragazza mi ferma: -Aspetta. Sai che dobbiamo tirare i dadi ogni volta, e dovresti raccogliere qualcosa da ogni piano.
La ragazza si infila una mano in tasca e ne estrae tre dadi (sono tre sassolini scolpiti a forma di cubo alla peggio, con i puntini sulle facce che sembrano piuttosto delle macchie di unto). Li getta e li raccoglie non appena si fermano, mentre io mi avvicino alla porta-finestra e la apro con attenzione. La porta si scardina e acchiappo al volo il vetro che sta per cadere. Lo poggio a terra, poi mi inginocchio e guardo la base della ringhiera, dove il balcone appare diroccato e seminato di sassolini. Prendo un sasso grosso come mezzo limone, e lo porgo alla ragazza: -Dammi subito quei dadi, d'ora in avanti li tengo io. Tu tieni questo.
Mi guarda con stizza, come se le avessi rovinato il gioco, ma mi porge i dadi. Le do il sasso e mi dirigo di nuovo sulla scala. Scendiamo al secondo piano e lancio i dadi in terra. Cinque, cinque, due. Dodici, li raccolgo con la mano destra, mentre con la sinistra prendo una scheggia di vetro che c'è per terra e la porgo di nuovo alla ragazza. Lei la prende in silenzio, ma mentre mi avvicino alla scala per scendere ancora, lei tira un calcio ben assestato alla porta finestra. Una delle due ante di legno e la ringhiera si staccano di netto e precipitano rumorosamente. Guardo la ragazza con un'espressione stupita, ma lei mi supera sulle scale e scende al piano inferiore. Lì le scale sono finite, e la porta finestra conduce a una specie di pozzo luce. Da una porta a sinistra delle scale esce Gaetano, in silenzio. Non mi guarda neppure, né da qualche cenno di saluto, e io faccio altrettanto. La ragazza esce sul pozzo luce, camminando tranquillamente sulle macerie della porta e della ringhiera cadute dal piano superiore. Noto che sta calzando degli stivaletti di pelliccia nera. Usciamo io e Gaetano, e raggiungiamo un punto sul terrazzino che da su una specie di grosso tombino segmentato sul lato opposto alla finestra.
Gaetano e io ci avviniamo al lato sinistro di questo tombino, largo una settantina di centimetri e lungo un paio di metri. Ci sono una quindicina di coperchi di metallo che sembrano collegati fra di loro, con una specie di meccanismo telescopico.
Affrontiamo il primo coperchio, che ha una specie di serratura arrugginita: un paio di calci ben assestati e si sgancia. Cominciamo a far scorrere tutti questi coperchi sulla sinistra, che si sovrappongono uno sull'altro.
Subito sotto appare una specie di scaletta pieghevole: sull'estremo destro c'è un gancio che molliamo, e lentamente facciamo scendere questa scaletta, che si appoggia a una scala in muratura poco più larga che appare in basso.
Io e Gaetano ci guardiamo, e in quella la ragazza mi si fionda letteralmente addosso, gridando: -Fermi! Non possiamo andare avanti, non prima di aver tirato i dadi! Non sappiamo che cosa potrebbe succedere!
Mi strappa letteralmente di mano i dadi e li lancia a casaccio, tanto che uno casca proprio dentro questo tombino e finisce da basso, ma ora lei appare più tranquilla.
Guardo in alto: i balconi appaiono molto vicini sulla nostra destra (meno di due metri) e dall'esterno è molto più evidente la condizione precaria in cui si trova l'intero palazzo. Faccio un segno a Gaetano, che mi fa subito il segno del pollice in alto, poi si infila nel tombino senza toccare la scala e mette i piedi sul lato destro della scala di muratura, nel poco spazio che c'è fra la scala stessa e la struttura di metallo che ci si è appoggiata sopra. Guardiamo in basso: sotto la scala c'è una specie di vetrata a gradini, e sotto la vetrata appare la Carrozza del Senato.
-Eh? Ma siamo finiti a Palazzo Vermexio?
Gaetano scuote la testa: -No, ma siamo comunque vicini: già da qualche anno era stata nascosta. Però c'è qualcosa che non mi convince.
Gaetano si piega sulle ginocchia, e appoggia con molta delicatezza una mano al centro di uno scalino della scala metallica, premendo verso il basso. Subito uno scricchiolio sinistro e un piccolo fiotto di polvere bianca si molla da sotto la scala e si spalma sul vetro sotto di noi: -È in condizioni disastrate: forse la scala di metallo regge, ma quella sotto crollerà di netto seppellendo la carrozza.
-Certo, e guarda in alto- lo interrompo. -Tutti i balconi sono cadenti, e la vibrazione di quel crollo tirerà giù tutto il resto. Anche questa brava ragazza ha tentato di smuovere le acque con quella pedata.
La ragazza ci guarda con un'espressione inquientata, e poi si gira per scappare in direzione della porta-finestra da cui siamo usciti, ma subito Gaetano balza fuori e la spinge in avanti, mentre le stendo la gamba sinistra davanti ai piedi, facendola inciampare e cadere con violenza a terra.
Cerca di rialzarsi, ma Gaetano le è sulla schiena subito. Riesce ad alzare la testa (il naso le comincia a sanguinare lentamente) e mi guarda, mentre io prendo la radio dalla giacca e chiamo: -Ok, potete raggiungerci tutti subito. Situazione sotto controllo.
Mentre giunge un "ricevuto" dall'altra parte, la ragazza, sconvolta, mi chiede quasi gridando: -Ma come? Non è possibile! Conoscevi le regole: niente telefonini cellulari.
La guardo con un sorriso: -Primo, le regole le conosce quel cretino a cui abbiamo fregato la macchina un paio d'ore fa. Secondo, questo non è un cellulare, e terzo non dovevo rispettare nessuna regola, e non l'ho fatto sin dall'inizio: mi hai fatto una multa di cinque euro, ma sei tu che hai pagato cinque euro a me, e non io a te.
Mi guarda, e io mi giro di nuovo a guardare i balconi sopra di noi.
Poi il buio
Apro gli occhi, e cerco di mettere a fuoco la proiezione dell'ora: sono le quattro e venti di mattina... sento il caldo di Lucky sotto al braccio, lo tiro un po' su: -Buongiorno Lucky. Io sono stanco di dirti che non è possibile che mi fai fare sogni del genere ogni volta che ti permetto di dormire insieme a me... ma ti rendi conto che adesso perderò diverse ore solo per digitarlo? (-:
Ma come sempre, mi sono divertito molto! ((-:

lunedì 18 ottobre 2010

Un orsacchiotto mi protegge, IX

1 commenti - [Leggi tutto]
Sera. Siamo un gruppo di amici, sul balcone dello studio di casa mia.
Il gruppo di amici è molto eterogeneo (oddio, in realtà ci sono molte persone, compresa mia madre, ma a parte lei so di conoscere tutti gli altri, ma nessuno di essi è uno dei miei amici "classici". Tuttavia è presente un ragazzo basso che ho già visto altre volte: in altri sogni. Appena mi giro verso di lui durante la discussione mi fa l'occhiolino e con un gesto molto leggero si indica la mano destra. Guardo la mia mano destra, e mancano anello ed orologio: alle solite... Uno sguardo d'intesa e lascio che la discussione scorra. Da quel momento sulla sedia del ragazzo basso, io vedo solo Lucky, pacioso, che ascolta con interesse tutta la discussione.
Stiamo parlando di una storia. Non so bene se sia un film, o un fatto reale del periodo della guerra, sta di fatto che mentre parliamo di questa storia, davanti ai miei occhi scorre la ricostruzione di questa storia come se fosse un film. Fisicamente un film, dato che vedo come personaggi principali della vicenda Massimo Troisi e un attrice italiana che ha il volto molto noto ma della quale proprio non mi viene il nome.
La vicenda è questa: si parla di un paesino da difendere durante gli attacchi tedeschi. Questo paesino, di qualche striminzita provincia siciliana, è famoso per la presenza di alcuni cannoni molto precisi e micidiali.
L'attrice si presenta in paese, di notte, dicendo d'essere un'esperta in bocche da fuoco, mandata da un gruppo di partigiani per cercare di sostenere la difesa del paesino in prossimità di una possibile liberazione dall'invasore tedesco. Troisi (in realtà nel sogno costui ha un altro nome, ma non me lo ricordo), invece è venuto la stessa notte portandosi da solo quattro compatte bocche da fuoco, e i due si sono incontrati in campagna vicino alle mura fortificate. La ragazza spiega il motivo per cui è lì, ma chiede al giovane per quale motivo stia faticando tutta la nottata trascinandosi quei compatti cannoni da almeno una quarantina di chili l'uno, per tutta la campagna notturna.
La risposta di Troisi lascia senza parole: il paese non ha mai avuto nessun cannone a baluardo di difesa. Le immagini rubate dalle spie tedesche durante le notti d'estate sono state di... tronchi d'albero cavi dipinti di scuro e posizionati come cannoni lungo le mura fortificate fuori città. Era una manovra psicologica, ma ora che il pericolo si fa reale, lentamente sono stati fatti arrivare dei pezzi d'artiglieria in bronzo e ferro, compatti ma funzionali.
La scena continua: i due si sono incontrati di notte, ma in realtà non è proprio notte inoltrata (saranno appena le 22, forse le 22:30) per cui i due dopo aver lasciato i cannoni e fatto amicizia, prima di cominciare a montarli, per superare il freddo della sera vanno nella vicina osteria e si fanno lasciare una fiaschetta di vino. La scena successiva vede Troisi che guarda la ragazza mentre posiziona uno dei cannoni lungo la base di un muro come se pesasse un grammo (ma per mezzo di un sistema di corde e contrappesi sapientemente ben fatto, a piena dimostrazione che non solo sa il fatto suo, ma soprattutto che effettivamente è l'esperta di armi che dice d'essere).
Troisi a questo punto l'avverte, con la voce vagamente impastata dall'alcol, che non è sicuro della funzionalità di quei pezzi d'artiglieria: -Il sindaco li ha fatti venire da Messina, e dopo ha ordinato i proiettili, ma al momento non si ricorda manco se c'è una corrispondenza della... oddio... dimensione dell'interno.
Il giovane barcolla un po' mentre la ragazza solleva la fiaschetta e si ingola una robusta dose di vino, prima di rispondere con la voce ancora più impastata: -Il calibro, eh? E allora lo proviamo.
Vedo l'immagine di un piccolo cannone inquadrato dall'alto; un affare a retrocarica di un calibro ampiamente fuori-standard che appare come una sorta di 65mm di bocca per 1500mm di lunghezza volta-culatta.
La giovane inserisce perfettamente nell'imboccatura un affare di metallo colorato di rosso che appare come la via di mezzo fra un proiettile da caccia cal 12 troppo cresciuto e un bossolo da carro armato molto più corto. Si tratta di un monoblocco di metallo (direi: ottone) dipinto di rossiccio minio. Sembra terminare senza la palla, ma quando lo inserisce lo piega verso il basso evidenziando un cilindro a ogiva ficcato dentro la punta del proiettile per farlo a raso con il margine (forse per permettere un più agevole trasporto?) e il colpo si appaia perfettamente alla canna.
L'impressione è che sia per un'arma automatica, ma poi i due danno fondo alla fiaschetta e quindi la ragazza chiude la culatta (è piegata in basso sul cannone, e sembra sostenuta da delle corde) e ci ficca una miccia a lenta combustione.
Troisi la guarda con preoccupazione, e questa accende un fiammifero contro la culatta e ci si butta sulla miccia, che comincia a bruciare malamente.
Si sentono voci tedesche in lontananza, e la giovane mentre la miccia sta bruciando prende il cannone con le mani e, sfruttando il sistema di contrappesi, lo gira in direzione della strada, sulla sinistra e in basso, poi si allontana per raggiungere Troisi e urla: -Tappati le orecchie!
In una scena grottesca vedo il giovane, appoggiato a delle botti di una specie di polveriera, che guarda con soggezione il cannone a una decina di metri avanti a sé, si infila le dita nelle orecchie e, improvvisamente, con una strana sensazione si toglie l'indice destro e lo guarda, poi lo striscia sul coperchio della botticella che ha davanti a sé (quella su cui teneva la mano appoggiata) e lo guarda strabuzzando gli occhi: -Ehi! Ma questa non è polvere da sparo: è polvere d'oro! Ma che diavolo sta succedendo?
La scena ritorna sul balcone, sulla sedia davanti a me appare mio padre, che a quanto pare sino a quel momento è rimasto ad ascoltare la ricostruzione (un po' da parte di tutti) in silenzio, ma che ora all'improvviso con molta convinzione e molta maleducazione comincia a criticare tutti quanti dicendo che nessuno dei fatti raccontati è vero.
Tutti (meno me e Lucky) sembrano rassegnati. Mia madre non c'è (credo sia entrata in casa), ma io improvvisamente mi prendo la situazione di petto: -Piantala!
Mio padre mi guarda con rammarico: -Guarda che non ti devi permettere di interromperm....
Lucky mi passa il maniglione per aprire la tenda del balcone, che punto contro mio padre con stizza praticamente davanti all'occhio destro: -Sei tu che sta interrompendo il mio sogno, e se non sparisci facciamo l'esperimento di vedere se riesco a spaccarti la testa, o se sei impalpabile come un fantasma. Sono io che sto sognando, e non mi pare di averti invitato, sai?
Mi guarda con preoccupazione, allunga una mano per allontanarsi il maniglione dalla faccia, ma subito io annuncio: -Non ci riuscirai neanche volendo: non puoi toccarlo.
Mi sarei aspettato una scena di attraversamento del metallo come un fantasma, invece mio padre ritira indietro la mano come se tenessi un pungolo ad altissima tensione elettrica. Mi giro verso Lucky con espressione interrogativa, ma lui mi rassicura: -Tranquillo, non è manco uno spirito maligno... a malapena sarà un fondo di ricordo di qualcosa.
Quando mi giro di nuovo in direzione opposta, sto tenendo il maniglione puntato a una sedia vuota.
Sbuffo in un sorriso, poi poso quell'affare e annuncio ai ragazzi: -Ok. E ora: che ne dite di una partitina a carte?
Voci di approvazione, ma in mezzo a queste Lucky che zompetta sul tavolo e mi si avvicina: -Sarebbe bello, ma...
Lo interrompo: -Lo so, lo so... cavoli è già ora di svegliarsi, eh? Va bene, va bene...
Gli afferro la testa e gliela arruffo energicamente, poi chiudo gli occhi e mi ritrovo sul letto. La proiezione dell'ora segna 4:57.
Ma sì: aveva ragione Lucky: ieri sera la cena cinese era buona, ma i tre tazzotti di sake caldo ingurgitati coll'antico metodo dei monaci shinto o della yakuza  [no, non ve lo spiego, chiedete al vostro amico nipponico di fiducia ((-: ] mi hanno fatto veramente costruire qualcosa di assurdo...
... però quella della spranga di ferro è stato, a parer mio, veramente geniale! ((-:

martedì 5 ottobre 2010

Il fotografo pulisce dal porno, ma proprio bene?

0 commenti - [Leggi tutto]
Stamattina su "La Repubblica" una galleria fotografica.
La didascalia recita: "Private Stages" è il progetto del tedesco Peter Freitag nel quale l'artista "ripulisce" immagini pornografiche trovate sul web dai corpi nudi, coprendoli con un collage realizzato digitalmente. Il nudo si oscura così diventando parte di un sfondo che evoca le ambientazioni del porno pur senza mostrare altro che una silhouette camuffata. Il risultato è un effetto "free porno" che mette in discussione il concetto di voyeurismo.
Ma qui casca l'asino, perché in mezzo alle foto ripulite dai nudi maschili o femminili, compare una foto in cui il nostro amico ha pensato bene di lasciare l'orsetto col dildo...
Pubblicare una foto del genere, anche se c'è il vedo e non vedo che funziona per gli adulti... non lo so: l'immagine dell'orsacchiotto sorridente dato un cazzone eretto non credo che sia adatta a tutto il pubblico...

sabato 2 ottobre 2010

Un orsacchiotto mi protegge, VIII

2 commenti - [Leggi tutto]
[lo ammetto: è molto lungo. Mi è successo un bel po' di tempo fa. Spero di riuscire a condividere le sensazioni che ho provato anche io (-: ]
Periodo natalizio. Sono stanco. Stanchissimo. Praticamente cotto.
Sono arrivato a casa da un bel pezzo. Ho mangiato poco e male, perché nonostante la voglia di cucinare, il mal di testa e un principio di mal di stomaco mi hanno fatto puntare piuttosto a un po' di tortiglioni al burro e formaggio grana, seguito da un filetto di petto di pollo scondito alla griglia, e un po' di insalata. Sono riuscito solo a spiluccare un po'.
Avevo acceso la TV, tanto per seguire almeno un pezzo di telegiornale, ma l'ho spenta dopo qualche minuto, rendendomi conto che ogni consonante pronunciata dal giornalista mi scoppiava nel cervello come una mina.
Cerco di rilassarmi, nella prima fase dopo cena, ma dopo aver lavato i piatti il mal di testa è rimasto identico, tanto che mi convinco a prendere un'aspirina e cercare il relax davanti a un buon libro. La cosa sembra funzionare, perché dopo una mezzoretta buona mi ritrovo persino davanti al computer con una voglia non eccessiva ma sufficiente, e riesco a stilare un paio di documenti e a scrivere qualcosa sul Blog, oltre a controllare con calma la posta elettronica (operazione che di solito demando alla mattina alle sei).
Poi comunque è la stanchezza quella che mi guida, per cui spengo il computer e mi dilungo sul letto; l'idea sarebbe quella di leggere qualcosa prima di spegnere la luce, ma non appena mi ritrovo un libercolo in mano, lo poggio subito sul comodino sentendo che il cerchio alla testa l'aspirina me lo ha di certo attenuato, ma non fatto passare del tutto, per cui decido che è il caso di spegnere la luce e amen.
Vicino al comodino, accanto al cuscino, è seduto Philippe, mentre Gerhard sta dormendo sotto la coperta, per cui lo sposto delicatamente accanto al cuscino, mentre tengo Philippe in braccio; abbraccio il cucciolo e spengo la abat-jour, cominciando a sentire anche il disagio di una giornata lavorativa non esattamente eccezionale. Ho avuto troppe interruzioni, ho avuto discussioni con colleghi, clienti, familiari... gli stringo forte una zampina con la mano destra, poi comincio ad accarezzarlo cercando di portare la mia mente lontana dalla giornata che è appena trascorsa.
Passiamo così almeno una ventina di minuti (durante la quale nonostante cercassi di rilassarmi pensando ad altro, una buona decina di volte mi sono tornati in mente i clienti o colleghi della giornata appena trascorsa, e in questo frangente ritengo decisamente di averlo stritolato un po'). Dopo appunto quella ventina di minuti (non è molto tardi, saranno appena le 23) decido che ho bisogno di rilassarmi molto di più; la fase di dormiveglia si avvicina, e in queste serate così sfiancanti talvolta mi aiuta giocare con la mia mente, con la mia fantasia, cercando di guidare il mio intelletto lungo il percorso di un sogno lucido.
Mi appoggio meglio lungo la parete laterale al letto, e sento il calore dell'orsacchiotto a contatto del torace. Sorrido e cerco di focalizzare la mia mente su un punto.
Di solito mi serve poco per cominciare questo ciclo, ma questa volta (complice la stanchezza e, pertanto, la fase di dormiveglia più veloce) non riesco a fare il primo passo.
Faccio un respiro profondo, provo a stiracchiarmi un po', notando un palese intorpidimento che dovrebbe presagire l'ingresso in una fase di sonno più profondo. Quindi cerco di nuovo di focalizzare la mia mente su un punto, ma a questo punto il punto che mi fa capolino è "domani mattina andrà peggio".
Perdo il sorriso, faccio un altro respiro profondo. La camera da letto è immersa nella più cupa oscurità, la mia mente anche. Sento i muscoli sempre più intorpiditi, e comincio a non sentire le gambe. Comincio ad avere paura, ma improvvisamente in questa profonda oscurità intravedo la luce: "Lucky mi saprà aiutare!".
Non accendo neanche la luce: allungo il braccio verso l'alto e pesco dalla mensola il piccolo Lucky, posizionadovi gentilmente Philippe, a cui accarezzo fugacemente la testa ripensando a quanto l'ho massacrato fino a quel momento; mi posiziono ancora una volta sul fianco, col nuovo orsacchiotto fra me e il muro. Passo i minuti successivi cercando una posizione comoda, a un certo punto ho la sensazione del nasino freddo del pupazzo sulla mia fronte.
Io: "Lucky. Sai che sono un giocherellone, ma questa volta ho bisogno di aiuto. Questa volta ho paura: non riesco a rilassarmi e so che se vado avanti così passerò una notte costellata da incubi"
Lu: "Non scherzare. Sai bene che quando ti stiamo tutti vicino, nessuno spirito maligno riesce a passare..."
Io: "Sì, lo so. E ho scelto te per farmi compagnia stanotte perché sei uno dei miei cuccioli di cui mi fido di più per fare i proverbiali sogni d'oro, ma stavolta è diverso. Io ho veramente paura, e ti voglio chiedere un grandissimo favore."
Lu: "Rilassati. Sei ormai prossimo alla fase di sonno profondo [e lo so: non perché sto parlando con l'orsetto, ma più che altro perché mi risponde! (-: ndG], e conosci qualche trucco per poter guidare i tuoi sogni. Io ti sono vicino."
Io: "Naturalmente. E di questo ti ringrazio. Ma ti ripeto: io stasera ho veramente paura, ed ho bisogno di sicurezza. Ti prego, stanotte non dormire: rimarresti sveglio a fare la guardia? Mi sentirei molto meglio."
Sento qualche istante di silenzio, e sto per riprendere la parola, ma di nuovo giunge una risposta.
Lu: "Sai bene che noi orsacchiotti dovremmo SEMPRE restare svegli e vigilare sul sonno del nostro padroncino, e sai anche che sei stato tu a darci il permesso di dormire, sapendo che comunque gli spiriti maligni hanno una fifa maledetta di noi. Rilassati e non aver paura: sì, rimarrò sveglio. Anzi rimarremo svegli tutti quanti, e faremo buona guardia. Ora porta la tua mente a focalizzarsi su un punto."
Io: "Ci sto provando, ma non riesco a trovare un punto d'inizio..."
Lucky mi interrompe, ma in realtà l'idea viene contemporaneamente ad entrambi.
Lu: "Un lago. Comincia da quello, e vediamo dove andiamo a finire."
E lo faccio. Visualizzo un lago nella mia mente, e sento il torpore che si sta prendendo tutto il mio corpo e la mia mente, ma lascio intanto che la mia fantasia navighi sopra un immenso lago, come a volo di deltaplano.
Ma la cosa si ferma lì. Allora ripenso al Lago di Terlago, vicino casa; al bar, al gelato buonissimo, al minigolf dove andavo sempre da piccolo...
Non ne sono molto convinto, ma qualcosa si muove. Se prima vedevo solo una barchetta in mezzo al lago, improvvisamente la mia visione si sposta a bordo di un'auto, mentre percorro un lungolago; mi da l'idea della gardesana, ma a tratti somiglia piuttosto al circondario di Caldonazzo.
Il cielo sta tramontando, intravedo delle luci lungo la sponda opposta del lago, che saranno dei paesini, e nel frattempo entro in un paese (in realtà appare come un agglomerato di case, non c'è neppure un nome), sulla sponda che sembrerebbe dover portare a Calceranica.
Dopo un centinaio di metri, mi fermo a un bar. Scendo dall'auto per prendere un caffettino, e finalmente mi rendo conto che sul sedile anteriore, accanto a me, è seduto Lucky. Con la cintura di sicurezza allacciata [bravo il mio cucciolotto! ((-: ]; l'auto è una station-wagon grigio metallizzato (non la identifico bene, mi sembra una Renaul Laguna SW nuova serie). Mentre chiudo lo sportello l'orsetto si gira e mi sorride, per cui non chiudo a chiave e mi dirigo nel locale.
Chiedo solo un caffè, senza specificare nulla, ma la signorina in pochi istanti mi mette sul banco un bicchierino con la perfetta misura del mio amato caffè ristrettissimo. Ed è buono, non c'è che dire.
Sorbisco il caffè lentamente, poi mi guardo intorno. Il locale è deserto, c'è una radio accesa che manda il coro di "The promise you made" di Cock Robin; la ragazza al banco è rilassata mentre sta lavando dei bicchieri. Mi infilo una mano in tasca e trovo una moneta (forse un euro), che metto sul bancone allontanandomi lentamente, senza neppure aspettare resto, scontrino o altro. Nell'altra tasca dei pantaloni trovo un pacchetto di MS Club sgualcito, da cui estraggo una sigaretta scafazzata e storta (la famosa sigaretta alla Jigen) e comincio a rigirarmela tra le mani mentre supero la porta e mi avvicino all'auto.
Mi siedo a lato del cofano, e mi giro a guardare la spiaggia, alle spalle del bar, a pochi passi. Poi mi allontano proprio in direzione del lago stesso e mi avvicino al ghiaietto artificiale con cui si delinea una specie di spiaggia, separata dalla strada dal guard-rail e da alcuni alberi e un po' di praticello. Rimango affascinato dalle luci del paese lontano mentre ormai il tramonto è quasi del tutto completato e il cielo si fa sempre più scuro; rimango letteralmente ipnotizzato dallo sciabordio dell'acqua del lago, dal rumore delle sparute onde che si infrangono con delicatezza un paio di metri avanti a me, o dalla risacca che le sposta indietro.
Mi sposto sulla sinistra di un paio di metri, e mi avvicino ad un piccolo frassino ben curato che fa capolino dalla ghiaia. Mi siedo per terra, e appoggio la schiena al tronco della pianta; un rumore alla mia destra attira la mia attenzione: è lo sportello della (mia) auto che si richiude. Lucky si sta avvicinando lentamente, ma quella che intravedo è solo la sua ombra proiettata dai faretti esterni al bar. Torno a guardare il lago. Ormai il cielo è quasi del tutto scuro; metto la sigaretta in bocca mentre l'orsetto mi supera e si siede alla mia sinistra, a circa un metro di distanza. Infilo una mano nella tasca del gilet e prendo l'accendino, poi punto alla sigaretta e l'accendo. Mentre aspiro la prima boccata una lieve brezza sul lago mi viene incontro, e fa oscillare le foglie del frassino, in un rumore soffice e inebriante.
Rimango così per diversi minuti, fumando silenziosamente la sigaretta. Poi con un colpo deciso la getto in direzione del lago, osservando la sua brace che rotea lentamente fino a spegnersi sul filo dell'acqua. Un altro colpo di brezza scuote le foglie e una sensazione fresca alle braccia, alla faccia e al torace mi sferza. Alzo le ginocchia e faccio un respiro profondo, cercando di far entrare quelle sensazioni fino a dentro i miei polmoni, in un movimento che appare ben più piacevole del fumo della sigaretta. Guardo alla mia sinistra verso Lucky, che nell'oscurità ormai quasi totale appare come un fagottino sull'erba poco discosto da me. Sta guardando il cielo; sorrido e alzo lo sguardo anche io. In cielo ci sono stelle poco luminose, ma riesco a trovare sul lato sinistro, davanti a me e basso sulla linea d'orizzonte, il Gran Carro che si staglia poco sopra le montagne sull'orizzonte. Allungo lo sguardo verso destra, in alto e quasi dietro di me, e intravedo negli ultimissimi sprazzi di luce che sparisce, anche la Cintura di Orione.
Un pensiero fugace: "praticamente ho la fascia centrale di passaggio delle Perseidi davanti al naso". Molto fugace, perché mentre sto facendo mentalmente questa considerazione, un piccolo bolide non molto luminoso si sposta lungo una linea obliqua dall'alto verso il basso.
Io: "Potrebbe essere una notte ideale per le stelle cadenti, lo sai?"
Lu: "Sì, ne ho già viste un paio non molto luminose, ma fra un po' andrà di certo meglio."
Rimaniamo così, uno accanto all'altro, per un tempo molto lungo. Continuo a scrutare il cielo, e più volte abbiamo intravisto delle belle scie luminose. Dopo almeno un paio d'ore di osservazione la temperatura comincia a farsi più frizzante, per cui srotolo le maniche della camicia e mi abbottono i polsi, poi pesco un'altra sigaretta.
Lu: "Fammi sapere quando hai finito di impuzzolentire la serata, che fa freschino ed ho voglia di starti un po' più accanto."
Stiamo guardando entrambi il cielo. Non mi giro verso di lui mentre gli rispondo.
Io: "Ehm... se me lo dicevi prima non me la sarei neppure accesa..."
Lu: "Non ti preoccupare. Per ora fuma tranqui... WOW!"
Io: "BELLISSIMA!"
Una scia luminosissima e quasi orizzontale taglia in due il cielo da destra a sinistra, sgretolandosi come la scia di un fuoco artificiale. Ho la sigaretta in mano ma sono quasi tentato persino di applaudire. (-: E ce la siamo vista dall'inizio alla fine...
Passano ancora altri minuti [direi almeno mezz'ora. Sento l'orologio al polso ma non ho nessuna voglia di guardare l'ora; in realtà non mi chiedo (né mi interessa saperlo) neppure se sto sognando o sono sveglio]; Lucky si avvicina e mi si siede sulla pancia. La prima sensazione è fresca come la brezzolina che ci sferza entrambi a ondate di pochi istanti ogni decina di minuti, successivamente diventa calda e rilassante. Lo cingo col braccio sinistro e comincio ad accarezzargli delicatamente il fianco, mentre rimaniamo entrambi in silenzio ad osservare il cielo, e le stelle cadenti che lo attraversano. Qualcuna poco luminosa, qualcuna più luminosa e che percorre una tratta più lunga.
A un certo punto guardo sulla mia destra, in direzione del bar. Le luci esterne sono sempre accese (ma appaiono un po' più fievoli di quando sono arrivato), mentre dall'interno continua a filtrare la luce accesa, ma nessun rumore e una sensazione lontana di musica che viene dalla radio. Non ci ho fatto molto caso, e neanche si sente tanto bene, ma in qualche modo mi ricorda "Shine a little love" degli ELO... [cavoli, sono brani che non sento dai tempi delle calende greche! Hanno fatto parte della mia infanzia (-: ndG]; vicino al bar c'è l'auto parcheggiata. Silenzio. Non un'altra auto, non una persona, non il verso di qualche animale notturno.
Riporto la mia attenzione su Lucky, che mi sta seduto sulle gambe e guarda il cielo con un espressione molto soddisfatta. Gli sorrido e solletico debolmente il pancino, poi alzo di nuovo lo sguardo in direzione della sponda opposta del lago, notando che le case illuminate sono sempre di meno (quasi rimangono solo le luci stradali). Proprio in questo frangente improvvisamente un'auto ci passa alle spalle, sulla stessa strada del bar, ma non si ferma e continua allontanandosi. In realtà non vedo l'auto, ma solo i fari che si riflettono sull'acqua del lago, e la sensazione di un motore diesel common-rail in marcia non eccessivamente vivace.
Dopo qualche istante in cui il rumore dell'auto è ormai sparito, coperto dal rilassante rumore del lago e delle foglie, abbasso di nuovo la testa verso l'orsetto.
Io: "Torniamo a casa? Sei stanco?"
Lu: "Ormai tanto vale che aspettiamo, no?"
Io: "Aspettiamo cos...?"
La mia frase si interrompe mentre un lampo azzurrognolo breve e molto luminoso illumina per un brevissimo istante tutto il circondario, come il flash di una gigantesca macchina fotografica. Giro lo sguardo verso le sponde del lago, poi lo alzo al cielo, sul lato destro, ma vedo solo le stelle, porto lentamente lo sguardo verso sinistra, mentre il vento si alza nuovamente. Non capisco cosa sia stato, mentre Lucky velocemente si trova una posizione un po' più comoda e poi, tranquillo, commenta.
Lu: "Sta cominciando..."
Abbasso di nuovo lo sguardo verso l'orsetto che ho seduto praticamente in braccio.
Io: "Cosa? Un temporale? Ma se non c'è una nuvo..."
Una luce, giallognola e molto luminosa lo illumina.
Illumina tutto quanto: pare quasi giorno.
Il cucciolo alza lo sguardo, soddisfatto. Giro la testa verso la direzione in cui guardava, e inquadro il gigantesco fuoco artificiale che si sta aprendo sul lago, a poche centinaia di metri da dove ci troviamo, mentre il colpo secco di questa prima apertura scuote il terreno e il frassino, ripetuto dall'eco delle montagne alle nostre spalle.
Io: "Eh? Ah, però!"
Gli solletico di nuovo la pancia, poi mi metto comodo, ed entrambi seguiamo i diversi minuti di fuochi artificiali sul lago. Le stelle cadenti continuano, e mi ritornano in mente i giri pirotecnici a Cisternazza, con fuochi d'artificio sulla linea di cinque o sei paesi, e le stelle cadenti in mezzo. Mentre il cielo si illumina degli ultimi fuochi, sento la zampina di Lucky che mi tocca il braccio sinistro, e abbasso lo sguardo verso di lui.
Lu: "Direi che ormai è ora di andare..."
Io: "Ok."
Mi alzo, tenendo il cucciolo in braccio, e mentre l'ultimo botto si smorza nella vallata, mi giro in direzione del bar e dell'auto. Il locale è chiuso, solo i faretti esterni sono accesi, ma non ho fatto caso a qualcuno che andasse via. Raggiungiamo l'auto e saliamo, poi metto in moto (sì, è una Renault: freno e "Start/Stop").
Lu: "Vuoi tornare subito a casa?"
Io: "Non lo so. Ti va di fare un piccolo giretto, prima?"
Lu: "Sì. Una passeggiata ci vuole..."
Riparto, e continuo il giro oltrepassando il paese [ho ingranato la retro, poi ripartendo ho portato pomello in avanti, ma a questo punto mi limito a guidare senza più toccare la leva... decisamente una Laguna col cambio automatico... (-: ]. L'oscurità è ormai la nostra compagna, e lentamente uscendo dal paese ci dirigiamo lungo strade che non portano più a nulla, se non a paesaggi che si stagliano nell'oscurità del cielo.
Dopo alcuni minuti che siamo in viaggio, apro il finestrino e mi lascio sferzare un po' dall'aria fresca che viene dall'oscurità.
Poi rallento, e prendo una strada laterale sulla sinistra, inerpicandomi lungo una salita tortuosa, che dopo alcuni minuti ci porta in quota in un luogo molto panoramico. Scendo dall'auto, mentre Lucky abbassa il finestrino e si affaccia dallo sportello. È una notte senza luna, per cui in realtà il panorama è un oscuro stagliarsi dei confini delle dolomiti sul cielo stellato, con qualche sparuta luce stradale o di piccoli agglomerati di casette in basso. Tutto quanto mi da un'impressione molto rilassante; mi avvicino allo sportello del lato passeggero e do un'arruffatina alla testa dell'orsetto.
Io: "Più di venti minuti di fuochi d'artificio e non hai fatto una piega. Invece se piove al primo tuono ti vai a nascondere, vero?"
Lu: "Non lo so, ero troppo rilassato per dire qualcosa. E poi, tanto, mi coccolavi lo stesso..."
Io: "Lo so io, lo so... Tu te ne approfitti perché sai che non ti direi mai nulla! Secondo me manco dei tuoni hai paura, guarda..."
Tiro un respiro profondo, poi mi infilo una mano in tasca e ne estraggo l'accendino, che comincio a rigirarmi fra le dita della mano. Avrei voglia di una sigaretta ma per ora salto, lasciandomi invece inebriare dal leggero vento fresco in quota. Continuo a guardare il cielo stellato, anche se adesso non intravedo più stelle cadenti.
Lu: "Direi che è ora..."
Io: "Di tornare? No, dai, rimaniamo qui ancora un po'."
Mi inginocchio accanto allo sportello e mi porto all'altezza del musetto di Lucky, che mi sorride.
Lu: "No, non di tornare, di svegliarsi..."
Sorrido.
Stendo il braccio destro e abbraccio Lucky, poi mi avvicino allo sportello e chiudo gli occhi.

La sensazione della mia posizione cambia. Quando riapro gli occhi sono sul mio letto. Impiego qualche istante prima di mettere a fuoco la proiezione dell'ora: mancano pochi minuti alle cinque di mattina.
Sento ancora il calore di Lucky contro il petto.
Io: "Grazie, Lucky. Mi ci voleva proprio."
Faccio un respiro profondo. Qualcuno mi ha risposto chiaramente "Figurati", o me lo sono immaginato? L'altra volta è stato diverso: questa volta sono sufficientemente sicuro di essermelo immaginato. Ma questa volta, mentre accendo la luce e disattivo l'allarme della sveglietta che suonerà di lì a un quarto d'ora, sento anche gli occhi umidi. Ho scaricato spesso la mia tensione nervosa su un pupazzo di peluche, ma questa è una di quelle rare occasioni in cui un orsacchiotto non mi aiutato soltanto a scaricare la tensione, e sento un profondo senso di gratitudine.
Prima di alzarmi e fare la doccia raccolgo le idee e prendo tutti gli appunti che mi servono per ricordarmi di questa storia, ma poi li accantono: non so se me la sento di raccontare questa cosa sul blog [all'epoca non avevo ancora deciso l'apertura delle Pagine Oscure], e sebbene mi piaccia molto raccontare dei miei sogni più particolari, questo lo vivo come un momento un po' più particolare.

Qualche giorno fa ho ritrovato, nel vecchio bloc notes, gli appunti.
Questa è una cosa che faccio sempre: dormo con un blocco e una penna nel cassetto del comodino, sempre a portata di mano e pronti a cogliere le prime impressioni e tutti i ricordi che ho a mente fresca, appena svegliato [ed è un gioco che vi consiglio, se volete imparare anche voi a ricordare meglio i vostri sogni e a scoprire quali idee meravigliose è in grado di partorire il vostro subconscio (-: ], e mentre lo scorro prima di decidere se è il caso di buttarlo via, trovo proprio gli appunti di questo sogno.
Alla fine ho deciso di non buttarlo via. Ho deciso di cercare di ricordare le sensazioni, i momenti, i passaggi. Ma soprattutto ho deciso di rendere tutti voi partecipi di questa mia elucubrazione; c'è chi sogna di volare, chi di essere un mago, un eroe coraggioso: io, come tutti voi ben sapete, lascio che la mia tensione nervosa si scarichi sui miei orsetti di peluche, ed essendo spesso proprio loro il mio ultimo pensiero prima di addormentarmi, portano il mio subconscio a situazioni del genere.
Ho imparato, nel tempo, a vivere in un certo modo la mia vita "onirica", soprattutto con la pratica dell'esercizio del sogno lucido (che faccio da lunghissimo tempo, sappiatelo. Parliamo di poco prima del 2003...), ma soprattutto ho imparato a non lasciarmi condizionare dai miei sogni nella vita reale, e ad usarli come profonda valvola di sfogo.
Soprattutto, come avrete notato, mi diverto moltissimo a farlo... ((((-:

lunedì 27 settembre 2010

Un orsacchiotto mi protegge, VII

0 commenti - [Leggi tutto]
Sono seduto. Sembra una sedia piuttosto ordinaria, di quelle che troveresti in una qualsiasi cucina di fascia media o medio-bassa.
Ma sono seduto sul marciapiede. Siamo sul ciglio della strada. Un po' come quello che avviene nelle serate dei paesi siculi, in cui si cerca un minimo di refrigerio anche in questo modo, ma un po', anche perché dall'illuminazione sembra piuttosto pomeriggio inoltrato (ma non quasi al tramonto).
C'è qualcuno sulla mia destra. Quasi accanto a me, una figura irreale della quale percepisco l'ombra. Non sto guardando questa persona: guardo per strada le sparute auto che passano dalla strada, o uno sparuto gruppetto di ragazzini (12-14 anni) che su questa strada così poco trafficata stanno giocando.
Li osservo perché qualcosa di strano sta avvenendo: non riesco ad identificare il loro gioco (sembrerebbe che stiano tirando quattro calci a un pallone, ma sono lì che urlano e si inseguono senza che ci sia nessun pallone fra di loro).
Chi mi sta accanto (lo "SConosciuto") mi rivolge la parola, e cominciamo questa lunga dissertazione.
SC: "Cosa c'è che ti lascia così perplesso?"
Io: "Loro, ovviamente"
SC: "Non hai mai visto dei ragazzini che giocano? Ma scusa, non sei tu quello che dice sempre di essere un gran giocherellone?"
Io: "Sì, ma se dovessi gestire una cosa del genere, sarebbe probabilmente una scenetta di meno di un minuto per far impazzire qualche amico: 'ehi, che c'è: non vuoi dare anche tu due calci al pallone?', 'Ma quale cazzo di pallone? Ma siete scemi voi o sono orbo io?'"
SC: "Adesso che c'entra il pallone? Non vedi che cosa fanno?"
Mi giro verso il mio lato destro, ma non appena comincio a farlo ne ottengo una sensazione molto sgradevole, e subito provo una paura incontenibile di ciò che ci può essere sulla mia destra. Abbasso lo sguardo e cerco di ritornare a guardare avanti a me, ma ormai ho intravisto un paio di gambe e piedi vicino a me, sulla destra. Anzi no, non sono delle gambe o dei piedi, ma piuttosto delle gigantesche zampe. Brutte, nere, pelose, sporche, storte, inquietanti. Qualcosa di mostruoso è accanto a me: adesso ne ho il sentore, ma non ho il coraggio di guardarlo e ora, che ne ho visto solo un breve tratto, non so se ho il coraggio di scappare. Sento il cuore che comincia a battere più forte. Cerco di concentrarmi sui ragazzini che giocano. L'immagine appare sfocata per qualche istante (ma l'impressione che ho è che sia stata la scarica di adrenalina per la vista di quella mostruosità ad annebbiarmi per qualche istante la vista), ed in quel frangente mi rendo conto che non riesco a delineare bene la figura di ciascuno di quei bambini. L'impressione è che ogni volta che provo a guardarne uno in faccia, la mia vista venga deviata da qualcosa di più importante, non riuscendo a focalizzarsi su un punto comune. Gli stessi vestiti: quando cerco di guardarne un singolo ragazzino, appare vestito con una felpa verde, jeans, sneakers bianche e nere. Gli altri mi danno l'impressione di abiti diversi (anzi, ho anche l'impressione che siano maschi e femmine), ma quando provo a soffermare la mia concentrazione su qualcun altro dei ragazzini, gli abiti che vedo sono sempre la medesima felpa, i medesimi jeans e le medesime sneakers.
Cerco di rilassarmi, e di lasciare che il cuore mi ritorni a un regime di battito normale. Tutto questo credo che sia durato pochi secondi, perché chi mi è accanto ricomincia a parlare subito, mentre io stendo le braccia in alto, poi mi porto le mani al collo e mi gratto la nuca.
SC: "Tu sei troppo nervoso. Rilassati. Pensi che succederà qualcosa di brutto?"
Io: "Non posso saperlo, ma ovviamente ritengo che no, non succederà niente di particolare. Perché me lo chiedi? C'è forse qualcosa che fa paura a te?"
Ho sentito un tono di voce strano in quest'ultima domanda del tizio, ed ho cercato di approfondire. Soprattutto perché grattandomi la nuca ho sentito la catenina al collo, ma poi nel tirare giù le mani ho intrecciato le dita e mi sono stiracchiato le braccia, accorgendomi sin da subito di una cosa.
SC: "A me? Nulla. E a te? Quali sono le tue paure intrinseche?"
Io: "Perché dovrei dirle a te?" Stendo il collo verso l'alto. Intravedo a malapena il tetto dell'edificio che c'è alle mie spalle (deve essere praticamente alto solo quanto il primo piano e finisce subito) e sopra di noi il cielo appare molto nuvoloso e con degli strani riflessi giallo-rossicci molto lontani.
Io: "Non mi hai risposto. Perché dovrei dirti quali sono le mie paure intrinseche? Perché vuoi sentire che io magari ho paura di morire, oppure di essere un pessimo genitore, o più semplicemente..." riporto gli occhi al cielo "... che magari ho paura del buio?". Il cielo sembra essersi portato su un maggior numero di riflessi giallo-rossicci, come se si avvicinasse il tramonto. Faccio un respiro profondo, cerco di rilassare il mio corpo e la mia mente, stendo il mio braccio destro sul torace, e succede. I ragazzini che giocano fanno molto rumore, e anche quando si fanno un po' di lato e passa una macchina c'è molto rumore, ma io lo stesso in lontananza sento, come un suono di sottofondo, quello che c'è veramente, e sotto la mano destra non c'è nessuna sensazione finché non faccio un altro respiro profondo e mi alzo di colpo dalla sedia. Ora qualcosa c'è. (-:
SC: "Che minchia stai facendo?"
Io: "O magari pensi forse che io possa avere paura di te, non è vero?"
Mi giro di scatto, e guardo fisso sulla mia destra. La sensazione di paura, di disagio, di cuore in gola ritorna fino in fondo, ma io guardo lo stesso. C'è una persona, un uomo che appare quasi normalissimo. Indossa un paio di pantaloni a frange nere e capisco che l'immagine delle brutte zampacce pelose era stata solo un'impressione. Il tizio mi guarda con stizza, dall'alto in basso.
SC: "Qual è la cosa che più ti mette a disagio? Non vuoi dirmelo?"
Io: "Perché tu ci faccia qualcosa per rendermi più nervoso, più preoccupato, magari più impaurito? Scoprila."
In questa fase il vociare dei ragazzini si è interrotto. Faccio di nuovo un respiro profondo, ma sbuffo via l'aria dalle narici con un'espressione minacciosa. Poi mi giro di nuovo verso la strada. Verso i ragazzini che giocavano.
Tutto avviene in un attimo: sto ancora ruotando la testa e il busto in direzione di quel punto della strada, quando lo vedo.
Uno dei ragazzini ha in mano un grosso revolver. Lo punta in alto e spara un colpo. Un rumore secco molto forte scuote l'aria: tutti gli altri ragazzini sobbalzano, poi fanno in coro un urlo di giubilo. Osservo la scena surgelato: molti altri ragazzi stanno tirando fuori delle pistole, e nel giro di pochi istanti cominciano anche loro a sparare in aria.
Io: "Beh, sì. Trovarmi di fronte a delle armi da fuoco mi fa sentire un po' a disagio, ma non credo che dei ragazzini che sparano a salve dovrebbero inquietarmi..."
Quasi come a risposta, il ragazzino che ha sparato il primo colpo di pistola abbassa il revolver e spara un altro colpo in direzione di una ragazzina che ha alla sua sinistra. La ragazzina, colpita in pieno volto, si accascia a terra in una pozza di sangue. Tutti gli altri ragazzi stanno continuando a sparare con diverse armi. Il rumore sembra quello di un inquietante uscita di santo, anzi, comincia a crescere di intensità. Una ragazzina punta nella nostra direzione una Desert Eagle cromata, la sua pistolettata risuona così violenta da farmi sobbalzare, e inoltre ho sentito chiaramente il proiettile sibilarmi a pochi centimetri dall'orecchio sinistro. Mi giro di nuovo in direzione dello sconosciuto.
Io: "E questo cosa significa?"
I colpi di pistola che risuonano nella strada diventano insopportabili. Ogni volta che una pistola tira un colpo, risuona come una cannonata: i timpani mi saltano ad ogni colpo, sento le orecchie che mi fischiano fastidiosamente. Cerco di tapparmi le orecchie, ma non riesco a muovere le braccia. Adesso la strada risuona di colpi sempre più forti e vicini. Appare come un lungo tuono. Guardo ancora lo sconosciuto.
Io: "Smettetela, altrimenti dovrò fare qualcosa che non ti piacerà."
I colpi si interrompono per qualche secondo, mentre lo sconosciuto mi dice solo una frase:
SC: "E che cosa vorresti fare?"
Ricomincia la sparatoria. Ogni colpo è sempre più forte. Le orecchie mi fanno male, e sento un fischio costante e molto fastidioso. Quasi mi gira la testa, ma punto un piede in avanti.
Io: "E se tutte le armi improvvisamente si inceppassero?"
Sto guardando lo sconosciuto con un'espressione di puro odio, e dopo una frazione di secondo improvvisamente il rumore delle pistolettate diventa un debole ticchettio di armi scariche. Poi sento le voci di alcuni dei ragazzini, e mi giro verso di loro.
Quattro di loro giacciono a terra, c'è molto sangue. Tutti i ragazzi in piedi (alcuni sanguinano dalle braccia) stanno guardando le loro pistole come se fossero delle sculture di arte moderna.
Io: "Oppure quelle armi potrebbero diventare qualcosa di più interessante!"
Stendo il braccio sinistro in avanti, indicando il gruppetto di ragazzini che adesso comincia a scappare verso sinistra, raggiungendo il fondo della strada. I ragazzi a terra e il sangue sono spariti. Anche le pistole sono sparite, e al loro posto adesso ci sono dei serpenti che inseguono il gruppetto.
SC: "Ma come hai...?"
Io: "Fatto? Semplice. Già da un pezzo sapevo che questo era solo un sogno. E come tale, so che mi basta poco per riprenderne il controllo. Perché voi spiriti degli incubi continuate a fare sempre gli stessi errori."
SC: "Ma tu non eri..."
Io: "So che dovrei crescere, ma per ora mi rilassa molto dormire con un bell'acchiappasogni. Anche se talvolta mi scappa via. Perché voi incubi ne avete una fifa fottuta, e pur di non rischiare l'aggressione fate ogni genere di cazzata. Questa però è stata proprio stupida, lasciatelo dire."
Stendo il mio braccio destro davanti a lui, lo giro e oscillo le dita.
Io: "E poi che spacchio sei? Non lo vedi? Niente orologio, e niente anello del nonno. Ma che cosa ti sei messo in mente quando sei venuto a trovarmi nel mio subconscio? Non me li tolgo mai: in questo momento sto dormendo indossandoli entrambi! E dire che quando ho sentito la catenina al collo ancora ancora stavo per convincermi che questo non fosse un sogno."
Lo sconosciuto sembra assumere un'espressione contrita, nervosa.
SC: "Non finisce qui, anche io ho il controllo..."
Io: "Sì, il controllo di questi ciufoli in carriola!"
Punto di colpo le mani in avanti, lo spostamento d'aria che ho generato con questo gesto è così amplificato che fa cadere a terra lo sconosciuto, ma sbilancia anche me, che faccio due passi e mi sento cadere in avanti.
E così che mi sveglio. Mi ritrovo sul lettone della camera di Cadine. Sono in una posizione molto scoordinata: prono, impastato fra le coperte, con le gambe storte e il braccio destro steso verso il lato opposto del letto. Apro gli occhi, ma l'oscurità è ovviamente totale. Il rumore della pioggia battente mi colpisce le orecchie dopo qualche istante, mentre i sensi si riprendono. E dopo qualche altro istante un tuono basso, lungo e profondo scuote la notte. Nonostante l'oscurità mi rendo conto che la mano destra è andata a riprendere la zampina di Rafael: durante la notte sono riuscito ad allontanarlo (ma non a buttarlo giù dal letto: semplicemente lo ho spinto sull'altra "piazza" del lettone) ma quando sognavo e cercavo di trovare un punto d'appoggio, dovevo essere in uno stato di dormiveglia sufficiente per stendere il braccio e ravanare cercandolo.
Stendo a sinistra la mano e trovo il comodino, con l'interruttore della abat-jour. Poi guardo sulla mia destra il "piccolo" (ehm, si fa per dire) orsetto cui tengo ancora la zampa destra con la mano. Mi rialzo, sistemo un po' meglio le coperte, mi riavvicino il pupazzo, e poi spengo la luce di nuovo, mentre un altro tuono risuona molto più forte e vicino a casa. Poi ci penso, e do un buffetto sul muso dell'orsacchiotto, commentando: "non ti preoccupare. Anche se ti ho allontanato e ho quindi fatto avvicinare quello spirito maligno, sono riuscito a tenere la situazione sotto controllo lo stesso. E se ci sono riuscito è stato anche perché tu comunque mi stavi vicino. Buona notte, Rafael: vedrai che adesso saranno solo sogni d'oro".
La funzione di acchiappasogni dell'orsacchiotto di peluche è un po' più sottile di quella del classico giocattolino indiano, tanto che mi sono sempre chiesto che cosa succederebbe a tenere un bell'acchiappasogni in prossimità della finestra e con piantato davanti un bell'orsacchiotto di peluche di quelli con spiccate capacità anti-incubo (tipo il mio preferito per questa attività, il coraggiosissimo Lucky): sono sicuro che gli spiriti maligni invischiati nelle trame di quel cantro si troverebbero anche terrorizzati dalla presenza del pupazzo per tutta la notte, fino all'alba. Ma vedete, non so se riuscirei a fare una cosa del genere: mi diverto con gli incubi, quando vanno a finire così, e forse un giorno crescerò e la smetterò di credere che un piccolo pupazzo di peluche possa avere funzioni così elevate. Anche perché lo so che non è così: è solo un palese effetto placebo. Ma so anche che ogni sera quando sto per addormentarmi, avere la possibilità di strizzare, smauzzolare, coccolare e consumare un peluche mi aiuta tantissimo a scaricare la tensione nervosa accumulata durante il giorno, e mi fa sentire bene con me stesso (d'altronde, come contrasto, io adoro coccolare ogni animale, e i cani di moltissimi miei amici ne sanno qualcosa, dato che generalmente sono io che faccio le feste al cane di casa, prima che sia lui a farle a me).
Anche se crescerò, comunque, questi piccoli aneddoti resteranno comunque nel mio cuore, a ricordarmi un momento un po' particolare della mia vita. (-: