mercoledì 10 dicembre 2008

Momenti di disperazione estrema

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[Questo ve lo offro così come lo ho pescato dal backup. Vi prego di notare la data... (-: ]
[PS: sì, a quel tempo ancora non specularizzavo gli emoticon (((-: ]

= FREAKNET: Area insulti liberi (99:391/2) ====================== EXCONTRO.FRK =
Msg : 165 of 165 Uns Loc
From : Grizzly 99:391/2 15 Aug 96 22:11:34
To : All
Subj : Momenti di disperazione estrema
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5hA\_0///, All!

(Questo e' per voi, ve lo dedico, andate a fanculo! :-)
(Ah, e' finzione, non cronaca!)

Non avevo ancora visto nulla.
Ancora non mi ero reso conto di dove si era caduti in basso.
Ancora speravo che non si potesse essere cosi' violenti.
Ma fui costretto a ricredermi, era ormai ovvio, quasi necessario.

Osservai il panorama tremolante, l'afa di inizio agosto si faceva sentire nella maniera peggiore, e non mi stupivo di vedere intorno a me incendi vari, piu' o meno dolosi; ma sorvoliamo: non e' di questo che voglio parlare.
L'ambulanza era ancora ferma a lato della provinciale, i due paramedici stavano spostando, lentamente, la piccola dalla barella a cucchiaio sulla lettiga.
Dietro di me, al "Bar del Vagabondo", unica forma di vita prima di almeno dieci kilometri sulla provinciale, era gremito di gente.
Curiosi, camperisti che andavano in vacanza e si erano fermati per pranzo, nonche' alcuni ragazzi, colleghi della stessa rete informatica.
L'ambulanza parti' sgommando, seguita a ruota dalla gazzella dei carabinieri che l'aveva quasi accompagnata li. Per la calda atmosfera si diffuse il roco suono modulato delle due sirene.
Tutti erano silenziosi.
Quando l'ambulanza inizio' ad allontanarsi, ed il suono della sirena comincio' a giungermi piu' debole, iniziai a ripensare a quello che era successo solo pochi minuti prima.
Eravamo li, io, Eric Draven!, Gabriele, Priscilla, Bad Professor.
Stavamo discutendo di organizzare un contest.
Li, gia', nel locale... vicino alla finestra. Potemmo "goderci" appieno lo spettacolo...
Sull'altro lato della strada aveva appena parcheggiato una Passat Station Wagon, e ne erano usciti un uomo, una donna ed una bambina che non avra' avuto piu' di dodici anni.
Avevo appena alzato lo sguardo dal posacenere, dove avevo lasciato mezza North Pole (Eh si, il fumo comincia a rompermi le scatole...), e solo per caso avevo guardato in direzione di quelle tre persone, sulla linea del panorama.
Notai che la donna diceva qualcosa alla piccola, ma non riuscii a capire cosa.
Poi l'uomo attraverso' la strada e si avvicino' alla porta del locale, mentre la donna, ancora vicino alla macchina, alzava qualcosa che attivava l'antifurto.
La piccola aveva appena cominciato ad attraversare quei sei o sette metri che la separavano dalla porta del locale.
Fu un attimo.
Me ne accorsi solo all'ultimo momento, come tutti del resto.
Un pirata. Con uno Sport Coupe' rosso non ben identificato.
Credo andasse quasi a 300.
Priscilla si accorse che guardavo fuori, e diede un'occhiata anche lei.
Quel colpo, terribile.
Uno schianto cosi' (So gia' che lo ricordero' a lungo) spero di non sentirlo piu' in vita mia.
Del sangue schizzo' sulla vetrina, Priscilla urlo', Bad Professor fece un sobbalzo e interruppe quello che diceva a Gabriele.
Vidi il corpicino sbalzato ad oltre venti metri in avanti, come una bambola lanciata via.
Mi catapultai fuori, seguito da altri.
Una ragazza, che era appena scesa dal motorino, guardo' il corpo martoriato per pochi secondi, poi svenne.
Un ragazzo che era dietro di me si occupo' di lei, mentre io mi avvicinavo di corsa.
Non giunsi che a due o tre metri dalla piccola, riversa a terra a faccia in giu, circondata dal sangue.
Aveva una frattura con l'osso esposto alla gamba sinistra, perdeva sangue copiosamente.
Sentii una fitta al cuore e un conato allo stomaco, contemporaneamente.
Urlai. Urlai la mia disperazione, la mia paura, tutti i miei sentimenti.
Mi girai in tempo per vedere Priscilla che correva verso l'unico telefono pubblico fuori dal locale, afferrava la cornetta e componeva un numero rapidamente.
Guardai di nuovo la piccola; questa volta sentii il cuore che mi si fermava: respirava. A fatica, pero' respirava.
Mi girai in direzione di Priscilla, e con tutte le mie forze le gridai: "E' VIVA!! E' ANCORA VIVA! PRESTO!"
Mi tuffai sul corpicino, afferrai la coscia sinistra e cominciai a comprimere con forza sotto l'inguine; subito l'emorraggia scemo'.
Apparve una persona, non capii se dal nulla o dal locale o da dove altro, ma poi, piu' tardi, vidi che era un autista che giungeva dal senso opposto; apparve e mi disse: "Sono un medico, tranquillo, ti aiutero'. Continua cosi', e non lasciare la presa finche' non arriva l'ambulanza."
Da li' in poi ricordo solo flash, della madre che, sotto shock, entra in una gazzella dei carabinieri, di un altro milite che parla con alcuni testimoni, di quando un ragazzo con la camicia rossa legava un laccio emostatico sulla caviglia della piccola e mi passava a forza uno dei due spezzoni della barella a cucchiaio.

Il padre era rimasto fermo, di fronte alla porta del locale, incredulo, inespressivo, silenzioso. Fino alla fine. Fino alla partenza dell'ambulanza.
Si avvicino' lentamente. Mi guardo', sempre inespressivo, e poi cadde in ginocchio, penso perche' le gambe non lo sostenevano piu'.
Lo aiutai ad alzarsi, lo accompagnai alla macchina, raccolsi da terra la chiave, caduta dalle mani della moglie nel momento... nel momento del... beh mi
avete capito.
Aiutai a salire l'uomo sul sedile posteriore, pensavo che stare un po' disteso gli avrebbe fatto bene; poi mi misi alla guida dell'auto, urlai a Gabriele: "Vado in ospedale, raggiungetemi li'..."
Puntai quindi verso l'ospedale; l'atmosfera che si respirava era di alta tensione, cercai di non farci caso, ma non fu facile.
Sentivo che non ero io a guidare, era un pezzo di legno.
Non appena giunsi in ospedale, dopo aver parcheggiato sotto il pronto soccorso, mi girai verso il sedile posteriore, per avvertire l'uomo che eravamo
arrivati.
Non feci in tempo a scendere dall'auto, che venimmo subito circondati da una serie di agenti di polizia, a mitra e pistole spianate, tutti urlanti di non
muoverci.
Guardai gli agenti, e dissi: "C'e' un errore, cosa diav..."
Uno di essi spalanco' lo sportello del lato di guida, mi afferro' e mi tiro' fuori dall'auto, spingendomi all'indietro, dove un collega mi ammanetto' e mi
spinse, schiena in basso, verso il posto di polizia.
Rimasi seduto su una sedia, ammanettato, mentre un agente osservava interessato la mia patente, soffermandosi sul tesserino del gruppo sanguigno, che tenevo all'interno della plastica del documento.
Passarono circa 15/20 minuti, poi giunsero Priscilla, Bad Professor e Gabriele; Priscilla chiamo' l'agente fuori, poi sentii che parlavano di qualcosa, per nemmeno un minuto, quando l'agente, sorridente, rientrava.
Togliendomi le manette, mi disse: "Sono spiacente, pensavamo che lei fosse un complice..."
Complice?
Complice.
Complice... questa parola risuono in me come un pugno sulla cassa di una chitarra.
"Come complice? Complice di cosa?"
"Dei rapitori..."
Priscilla mi spiego' che era venuta a sapere che la piccola coinvolta nell'incidente era stata rapita da pochi giorni ad una ricca famiglia dell'entroterra.
"C'era persino una foto vicino alla porta del bar.", mi fece notare.
Sgranai gli occhi, e lei annui'.
E io che cercavo di rendermi utile. Ma si puo' essere piu' co%%ioni? Cerco di rendermi utile e che ne ottengo? Ma porco dio!

Andammo via dall'ospedale e raggiungemmo casa di Priscilla.
Sotto, Cozak ci aspettava, poggiato al suo rosso coupe' sportivo: ha sempre amato la velocita'. Peccato per quell'ammaccatura sul davanti...

(_:/&!z2\_-(
No CopyRight

--- GoldED/386 2.50.Beta6+
* Origin: "... restammo cosi' a lungo." (Grizzly - INDIANI.STR) (99:391/8)

lunedì 8 dicembre 2008

Computering

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[Questa è roba almeno del 1995; la versione 2.0 la misi su ridere.ita in quel periodo...]

Computering
Il timer a Dasd City by passava tranquillo. Dopo l'ultimo processor ad un ladro di polling tutto sembrava quiet.
Nel saloon si giocava a card.
Appoggiato al benchmark, Job sorseggiava un punch fumando una cisc.
Dal cinturone pieno di cartridge pending una Browsing 48K.
L'host stava pulendo con uno scratch una picture del Generale Cluster.
All'improvviso... shutdown!!!
Si open la port ed enter Blank, point il digit e disse: "Ehy, Job, brutto figlio di put, mi hanno detto che fai il default con Key, la mia ragazza!"
"Output di qui e non mi rompere le labels else ti unpack il queue", response Job all'inquiry di Blank.
"Non fare il buffer, ti pare il modem di parlarmi?", disse Blank.
"Mettiamo le cluse in sinclair e non fare il phase", lo interrupt Job, "Ho fatto il default con Key perché tu la lasci sempre standalone e io la console. E lo farò finché mi farà commodore!"
Ma aveva fatto l'acounting senza l'host...
Improvvisamente, Vtoc!... Vtoc!... Enter gli otto fratelli bit della banda Byte, amici di Blank, che avevano sentence tutto.
Job li view con la code dell'occours. Gli dissero: "Ci display per te, ma ti faremo passare un brutto roscoe perché sei un uomo senza password!!"
Job estrasse la sua 48K, la pointer contro di loro e fece Dump! Dump!
Input in quel momento Key, la ragazza di Blank, che crash colpita da Job.
Invano tentarono di rename, la stanby su un package abbastanza software e la fasciarono con della abend ma ormai la sua sort era signoff.
Chiamarono allora il padre Priority che la until con l'olio send; ma prima di memory risolta a Job disse, con un file di voice: "Caro amico, questa è la EOF; sii fortran: era sincom stare con te, dammi un ultimo batch!"
Job acconsentì e la basic.
Appena terminal, Key expired branche al cobol di Job, diventando hardware senza possibilità di restart... e la sua anima ascending al Cyl.
"Il delete non payroll..." mormorò l'host scrolling la test.
Fuori tirava un vento flag. Il disk della luna si era retry fra le nuvole.
Blank, Job e i fratelli Byte order all'host un drum che bevvero in un source.
Poi sysin camminarono con passo floppy e le mani in task lasciandosi alle spalle il saloon e la bella Key more...
Intanto init a piovere e si separarono alla search di un recovery per la not.
La storage di Key è finita. Se return a Dasd City, record di visitare la tomba di Key per depending un mazzo di overflow.

Requiesce in Pause


Computering 2.0 (di Grizzly)
> Il timer a Dasd City by passava tranquillo.

Ormai sono trascorsi molti timesharing, giù a Dasd City.
Job, loggandosi al vecchio saloon, sentiva ancora l'aria pesante di quel giorno, quando crashò Key...
Il vecchio benchmark di sempre, i vecchi tavolini e le sedie, malati terminals che bevevano birra, qualcuno un po' troppo output di testa...
"Hei, host! Dammi del lynx con ghiaccio."
Estrasse dal pacchetto software (spiegazzato) l'ultima cisc, e iniziò a fumarla lentamente.
Doveva trovare un posto dove poter sleep, al cover e senza troppi mouse: sì, doveva stare zombie per un po'.
La sua mano sfiorò la fedele Browsing 48K, e ripensò a Blank. Per strada risuonava far l'echo di un minuet...
Mget, mget... Dal vortal del saloon venne un rumore di step pesanti, e subito Job seek la head verso la webport.
Uno dopo l'altro entrarono i fratelli Bit: anche per loro il tempo era passato... adesso stavano con una band mafiosa, capeggiata da un certo X25, che tra l'altro aveva killato uno di loro.
Job non talk subito con i Bit, e preferì restare in background per un while.
Ma poi lo find: "Job, vecchiaccio, sei return!"
Job si avvicinò ai sette until li poté abbracciare. "Quella mezza cartridge di Blank come sta? Gli ho script tn3270 volte, ma non mi ha mai setup..."
La reply venne direttamente dalla backdoor del bagno: Blank, con la head molto più free di capelli, telnet di accendere il last fiammifero per switch on il suo fetente fsck.
Job era sul point di printf il suo Zip acceso a Blank, quando successe.
Tutto fu shared nello stesso istante: Blank riconobbe il vecchio amico, e fece per salutarlo, e HP-UX input nel saloon con la sua AS400 Magnum ben carica in mano, mentre i fratelli Bit che ne avevano scorto il visa, si erano disposti in format.
Top! Top! I colpi secchi risuonarono all'interno del localhost, e caddero.
HP-UX aveva trovato ACK per i suoi ENQ, ma in middle ci era rimasto anche il power Job: un brutto code al bracket sinistro.
Blank prese Job per il kool e cercò di rename, perché sembrava avere gli hayes vacui.
Lo get sul pavimento per scan se ci fossero altri feriti: uno dei fratelli bit, solo superficial, un mark sulla space.
L'host si hangup da sotto il benchmark con gli occhietti vispi come delphi, scanning se c'erano altri bad-blocks dietro HP-UX, ma per fortuna enter lo sceriffo brandendo un qwk a pompa, e visto HP-UX gli scaricò subito due ping nella backdoor. HP-UX signoff in terra con un espressione bsod.
Mentre un medico fasciava il bracket di Job con un banner, due man dello sceriffo exit con HP-UX cover da uno spreadsheet. Il medico si occupò quindi di uno dei fratelli Bit, e Job loop in dir di esso, prima di scuotere melanconicamente la testa. Ci sarebbe stato sempre qualche tail dei tali che avrebbe cercato di attentare alla sua life, per cui da quel giorno decise che mai più sarebbe return a Dasd City, per maggiore security.
Passò dal recycled per lasciare un overflow a Key, e poi si diresse deciso stdout dalla città.

sabato 6 dicembre 2008

Lupo delle montagne

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Il paesaggio del Minnesota sembrava immutabile negli anni: i fitti boschi ricchi di vegetazione mista e le ampie praterie che si stagliavano fra i boschi davano al paesaggio quasi un tocco magico.
Era proprio in una di quelle ampie radure che, da lunghi anni, viveva la tribù degli Fremechos, una sottotribù degli indiani Apache.
Consideravano quei luoghi come sacri, anche se mi lasciava pensare parecchio il fatto che anche se venivano trasferiti dall'uomo bianco, finivano sicuramente in un altro luogo sacro...
Devo certamente dire che non sono la persona adatta a giudicare il sentimento indiano in generale, ma qualcosa la ho veramente capita, stando a contatto con loro.

Mi chiamo Robert Furihan, sono un giornalista. Nel 1974 mi ero interessato dei problemi della tribù Fremecho, che rischiavano di venire trasferiti dopo oltre quattro secoli, dai loro "sacri terreni", presso altri boschi al di là delle montagne, e questo per il solito bisogno dell'uomo bianco di sfruttare il terreno, per costruire...
Proprio in quella ampia prateria dove c'erano i pellerossa volevano fare un centro commerciale.
Per bianchi, è ovvio, ma forse anche per pellerossa. Non mi faceva impressione vedere pellerossa che cacciavano con i fucili o giocavano a carte, certamente l'influsso del progresso e dell'uomo bianco aveva cambiato alcune loro abitudini, ma se restavi con loro, anche solo per dieci minuti, ti accorgevi che l'atmosfera, quella di cordiale amicizia e di popolo dalle antiche tradizioni, era sempre la stessa, immutata nei secoli, come i boschi.
Fu proprio nel 1974 e grazie al mio interessamento che gli americani vennero a sapere delle trame che i "potenti" cercavano di tenere nascoste...
E fu proprio in quell'anno che la prateria che gli Fremechos chiamavano Loictam fu dichiarata riserva indiana inviolabile.
Oggi lì, a quattro miglia da Fargo, ci sono dei pozzi petroliferi: io non sono riuscito nel mio intento fino in fondo.
Non so dove siano adesso gli Fremechos, né se verranno ancora trasferiti...

Durante quei giorni di lotta, conobbi lo sciamano della tribù, Vorhan, ma da tutti chiamato Lupo delle Montagne.
Egli mi presentò anche al capo tribù Cane Solitario.
Già da subito mi accorsi dell'atmosfera che girava intorno a quei due: entrambi erano i più anziani della tribù; Cane Solitario era venerato al punto che chiunque (Tranne Lupo delle Montagne) prima di conferire con lui o se lo incrociava per strada, faceva un ampio inchino.
Questo non perché Cane Solitario fosse tiranno, assolutamente: tutti in lui rispettavano la sua saggezza, e il fatto che la sua parola fosse legge non lo poneva sul pulpito del dittatore. Egli dimostrava benissimo di sapere che il potere è come la spada di Damocle, che ti pende sulla testa.
Nonostante lo avessi visto poche volte, avevo notato come Cane Solitario ispirasse veramente un sentimento di fiducia intorno a lui.
Fra il capo e lo sciamano vigeva un rapporto di fratellanza incredibile: Lupo delle Montagne mi raccontò che un freddo inverno il capo Cane Solitario era oppresso dalle febbri, ed egli, saputolo, si precipitò presso la tenda del capo, lasciando in sospeso un sacrificio agli dei.
Mi spiegò che era un sacrilegio interrompere un sacrificio, ma che qualunque dio era molto felice quando si compiva una buona azione, e allora soprassedeva anche su queste cose.
Infatti nella specifica avrebbe dovuto cambiare lo "scopo" del sacrificio, ponendolo come richiesta per la guarigione del capo tribù, che avvenne il giorno successivo.
Confesso che non credo troppo a questo... ma diciamo che lo do comunque per valido, fidandomi della grande fede degli Indiani d'America.
Lupo delle Montagne mi impressionava, era una persona veramente particolare: aveva i lunghi capelli costantemente racchiusi a coda, portava sempre una sudicia camicia in cotone a scacchetti, chiaro influsso del periodo, oltre ad un paio di bluejeans lerci.
Peraltro mi colpiva il bandana blu che teneva sempre infilato nella tasca posteriore sinistra dei pantaloni, a mo' di coda.
Era un chiaro influsso del periodo, però nonostante i vari occhiali da sole, fucili, birre e altre cazzate sembrassero ridicole addosso agli indiani, vederlo vestito in quel modo e con quella sorta di coda blu sembrava normale, come se non ci fosse altro modo in cui potesse essere vestito.
La dichiarazione delle loro terre a riserva indiana avvenne intorno alla fine di novembre, quando ormai cominciava il grande inverno freddo e le prime nevicate coprivano i boschi di un manto bianco.
All'inizio della primavera successiva, eravamo nei primi giorni del marzo 1975, mi trovavo nei boschi adiacenti la riserva indiana: ero lì per osservare la natura e cercare un buon posto dove andare a pesca.
Dopo circa un paio d'ore che camminavo, incontrai, sulla riva di un fiume, un piccolo bambino indiano (avrà avuto tre o quattro anni), intento a giocare sulla ghiaia.
Dapprima il piccolo non si accorse della mia presenza, ed io in quella stavo peraltro pensando se avessi sconfinato nella riserva senza vedere le segnalazioni; eppure ero sicuro di essere ancora in "territorio libero".
Dietro di noi, a poche centinaia di metri, si apriva una specie di sentiero che collegava la riserva alla città; pensai che il bambino fosse venuto da lì.
Dando un occhio alla cartina mi accorsi che comunque eravamo fuori dalla riserva di almeno tre miglia. Cominciai a guardarmi intorno, cercando la madre del piccolo, e mi feci avanti, facendomi notare; però oltre a me e al bambino non si vedeva nè si sentiva nessuno.
Provai a chiamare: "C'è qualcuno?" un po' in tutte le direzioni, ma senza ottenere risposta.
Finalmente mi decisi: presi il bambino e lo portai con me, indietro di circa un miglio, per prendere la macchina e riportarlo nella riserva.
Dopo circa un quarto d'ora giungevo, con l'auto, fino al cartello che annunziava l'inizio della riserva indiana, ed il divieto di proseguire con mezzi non autorizzati.
Nonostante il cartello continuai a guidare, per altre due miglia, su di un sentiero che era stato battuto da ben poche auto, e giunsi fino a vedere le prime tende e capanne del villaggio.
Immediatamente vidi lo sciamano che si avvicinava: conosceva la mia auto e quindi sapeva che c'ero anche io.
Quando giunse a pochi metri dall'auto, aprii lo sportello e scesi, dicendo: "Lupo delle Montagne, ho trovato un bambino, a qualche miglio da qui, vicino al fiume."
Lo sciamano si fermò, ormai a pochissimi metri dall'auto, mi sorrise e poi si voltò indietro, chiamando a gran voce uno dei cacciatori: Aquila Maestosa.
Aquila Maestosa era un giovane di circa venticinque anni, e venni a sapere che il bambino che avevo trovato era suo figlio, sperduto da ormai due giorni interi, per il quale tutto il villaggio stava per mobilitarsi alla ricerca.
Aquila Maestosa abbracciò sorridente il piccolo; poi giunse la sua donna, non ricordo il nome (mamma mia, le donne indiani passano dai Totem con nomi terrificanti!), e lo portò via, mentre il giovane padre mi abbracciava commosso, ringraziandomi nella sua incomprensibile lingua.
Più tardi lo sciamano mi spiegò (come peraltro arguivo) che Aquila Maestosa mi ringraziava, ed era stupito del rispetto e della lealtà dimostrata da un uomo bianco nei confronti di un pellerossa.
Accettai, per quella sera, di restare assieme a loro, questo anche perché Aquila Maestosa aveva conferito con il capo Cane Solitario, e mi fu chiesto di fumare con loro il calumet.
Questo normalmente era un onore per un ospite: quando un indiano ti offre il calumet vuol dire che vuole dividere con te un piacere, e quindi che tu sei un suo ospite gradito; per loro l'ospite è sacro quasi quanto un dio, ed il calumet è un segno di pace.
La sera trascorse intorno al fuoco, con me alla destra del capo Cane Solitario, e lo sciamano a sinistra.
In quella occasione appurai che le erbe aromatiche che fumavano con il calumet erano praticamente le stesse che utilizzavano per insaporire le carni che mangiavano... sembrava quasi di fumare del rosmarino... un sapore fortemente dolciastro ma comunque molto leggero.
Se poi teniamo in considerazione che io riverso nei miei polmoni la media di 40 Pall Mall al giorno, beh, probabilmente anche mezza Marlboro mi sarebbe sembrata aria.
La sera sembrava trascorrere tranquilla, ma poi, improvvisamente, giunse la madre del bambino, urlando disperata.
Subito il capo Cane Solitario si alzò, facendo cadere la pipa sacra e con un'espressione del volto che dimostrava una grande preoccupazione.
Lupo delle Montagne si alzò anche lui, quasi con la stessa espressione del capo, e mi disse brevemente: "Il piccolo Hurid sta male: ha le febbri, forse nel bosco ha mangiato dei frutti non sani..."
Accorsero altri uomini ed altre donne, cercando di rassicurare la madre ed il padre; nel frattempo io, il capo e lo sciamano corremmo verso la tenda dove riposava il piccolo. Entrammo.
Il capo uscì quasi subito, disgustato e preoccupato alla vista della scena; io riuscii a resistere, ma da allora mi auguro di non dover assistere più ad uno spettacolo simile.
Il piccolo giaceva avvolto da una pelle di orso, bianco come un lenzuolo candeggiato, tremante, con profonde borse viola sotto gli occhi; alla sua sinistra una chiazza di vomito sanguigno. Aveva l'espressione di una persona che patisce un tremendo dolore, ma lo sguardo nel vuoto.
Un'espressione che non si può vedere in un bimbo di quattro anni... Alla vista di quella scena ebbi l'impressione che il mio cuore si fosse fermato per qualche secondo, sentii il sangue che mi scendeva dalla testa e si fermava sulle gambe; stavo per svenire, non riuscivo a respirare, ma poi mi ripresi quasi subito: diavolo, sono io, l'adulto!
Vidi lo sciamano che chiudeva gli occhi e univa le mani, con gli indici in alto e le altre dita intrecciate, poi di colpo aprì gli occhi e mi disse, ancora con le mani in quella assurda posizione: "Uno spirito maligno lo ha guidato fuori dalla riserva, poi lo ha avvelenato, il male sta cercando di tentarci puntando verso i nostri affetti più cari... devo fare presto!".
Si lanciò quindi fuori dalla tenda.
Lo seguii con lo sguardo; guardando fuori mi accorsi che Cane Solitario era abbracciato ad un altro anziano, che non avevo mai notato prima di allora, e che gli parlava, piangendo.
Uscii dalla tenda e mi avvicinai: il capo tribù non si accorse della mia presenza, mentre l'altro anziano seguiva con lo sguardo lo sciamano che correva verso un sentiero che portava su una collina, urlando qualcosa che non capivo se fosse una preghiera o un richiamo per qualcuno.
Poi, improvvisamente, il silenzio.
Cane Solitario aveva alzato lo sguardo, con ancora le lacrime agli occhi, e così aveva fatto il suo compagno, e così avevano fatto quasi tutti gli indiani della riserva.
Improvvisamente uno dei cacciatori mi prese per il braccio sinistro e mi tirò indietro, dicendomi: "Tu non può stare qui, uomo bianco, tu va. Fuori di riserva, non può stare qui..."
Indietreggiai fino all'auto, la accesi e imboccai la strada che mi aveva portato fin li: avevo capito che qualcuno dei loro segreti riti magici stava per compiersi, e la mia presenza non sarebbe stata che di intralcio.
Mah, forse perché avevano paura che vedessi i loro trucchi da baraccone, o forse perché volevano mantenere la tradizione... sta di fatto che non volevo essere io ad interrompere le loro usanze.
Eppure pensavo che forse sarebbe stato meglio condurre il piccolo in ospedale: non credevo a quella storia degli spiriti maligni che mi aveva raccontato lo sciamano, ed ero convinto che il bambino avesse poche possibilità di sopravvivere.
Giunsi infine in città, era circa mezzanotte e la luna non era molto visibile, questo aveva incuriosito tutti i cittadini che erano ancora svegli, primi fra tutti quelli al bar di Louis, subito fuori città.
Infatti non appena scesi dall'auto, proprio di fronte al locale, iniziarono a riecheggiare fra le montagne una serie di ululati.
Di solito questo fenomeno avveniva nelle notti di luna piena, e non durante una notte così.
Inoltre non era normale. Era molto più inquietante. Moltissimi ebbero paura; entrato nel locale mi accorsi che l'atmosfera era tesa, alché tenni per me che venivo dalla riserva indiana.
Il giorno dopo, quasi meccanicamente, tornai lì. Devo ammetterlo: ero seriamente preoccupato per la sorte del bambino.
Ed invece le mie preoccupazioni si rivelarono, miracolosamente, vane: non appena giunsi alla riserva notai subito il piccolo che giocava in terra con dei sassi, circondato dalla confortante presenza dei due genitori.
Andai subito verso la tenda dello sciamano, ma era vuota.
Mentre mi allontanavo dalla tenda, lo vidi arrivare da un sentiero sulla destra, sembrava molto stanco, come se non avesse dormito per tutta la notte: era pallido, aveva il contorno degli occhi in risalto...
Di colpo lo mi vide anche lui: si fermò ed iniziò a guardarmi; la sua espressione era di incertezza e di interrogazione assieme: immaginai che volesse sapere del bambino, ed infatti gli dissi, con una certa incertezza e indicando col pollice dietro di me: "Ora sta bene..."
Finalmente sorrise, soddisfatto.
Quel giorno non mi riuscì di parlargli a lungo: mi disse infatti che voleva riposare, ma non mi disse nulla sulla sera precedente.
Non pensai più all'accaduto. Tornato a Fargo trovai del lavoro arretrato presso gli uffici del giornale in cui lavoravo.
Passarono così dieci giorni dall'ultima volta che ero stato nella riserva indiana. Poi, l'undicesimo giorno, e per la precisione la sera, intorno alle dieci, sentii l'atmosfera tesa: ero convinto che stesse per succedere qualcosa, ma non capivo cosa.
A quell'ora avevo appena finito di lavorare, ed uscivo dall'ufficio per prendere la macchina e tornare a casa.
Eh, già: adoro fare le ore piccole al lavoro... invece che tornare a casa alle sette, come tutte le persone normali, volevo continuare un articolo per il giorno dopo relativo agli attentati all'associazione dei pescatori.
Salii in macchina, la sensazione di tensione aumentò: avevo appena messo in moto ed ero lì, seduto, che mi guardavo attorno quasi in preda al panico, poi successe.
Di fronte a me. Mi impaurì, ma non riuscii a pensarci più di tanto.
Lupo delle Montagne. O forse una sua immagine, un'allucinazione.
Ingranai la marcia e partii di corsa, dirigendomi verso il bar di Louis.
Talvolta quel locale è frequentato da alcuni indiani della riserva, che vanno lì per bere e giocare a carte, o per parlare del più e del meno, insomma per far scorrere la serata.
Stavo correndo. Avevo superato il limite di velocità, non capivo perché, ma sapevo che era necessario.
Prendendo la statale che si dirige fuori dalla città iniziai a portarmi dietro una macchina dello sceriffo.
Sapevo che sarebbe stato meglio fermarmi, ma non c'era tempo: dovevo correre. E per fortuna il vicesceriffo Haldan sapeva che quando corro così lo faccio perché è successo qualcosa di grave e che voglio averne l'esclusiva per il giornale, e allora mi seguiva per evitare che mi cacciassi in qualche guaio.
Magari quella sera, pensavo, me la sarei cavata con un rimprovero, esagerando anche con un paio di giorni in cella.
Ma continuavo a correre, finché giunsi a circa 300 metri dal bivio che porta poi a destra fuori dalla città, a sinistra al bar di Louis.
Mi fermai con una violenta frenata. Stavo sudando freddo. Haldan scese dalla macchina e fece per avvicinarsi, urlo: "Robert? Tutto bene?", ma non fece in tempo ad arrivare vicino allo sportello posteriore della mia macchina che io subito mi lanciai fuori, urlando come un ossesso: "È qui! Fra l'erba! Presto! Sono sicuro che è qui! Presto!".
Mi tuffai fra i cespugli a lato della strada. Haldan era lì, in mezzo alla strada, immobile, con la mano destra sull'impugnatura della pistola: non sapeva se spararmi o seguirmi.
Furono pochi secondi, poi lo trovai, un giovane indiano, ferito, forse investito da un auto e sbalzato in mezzo alle sterpaglie.
Continuavo a sudare freddo. Richiamai Haldan: "Presto! Un'ambulanza! Lo ho trovato! Presto! Lo ho trovato!".
Haldan indietreggio leggermente, accese il dicroico e me lo puntò addosso, vedendo che stavo tenendo sorretto un uomo ferito, sporco di sangue e sotto shock. Subito si tuffò dentro l'auto attraverso il finestrino e, afferrato il microfono della radio, chiese allo sceriffo di chiamare un'ambulanza.
Mentre aspettavamo l'ambulanza, Haldan mi chiese: "Come facevi a saperlo?"
"Beh... Non lo so... ho avuto una specie di premonizione..."
Non mi chiese altro. Forse perché ormai abituato a non chiedere ad un giornalista l'origine delle sue notizie; oppure perché mi aveva creduto, o non mi aveva creduto affatto, era lo stesso: capii che qualcosa lo aveva indotto a darmi corda.
Giunse l'ambulanza, il giovane fu caricato: ci accorgemmo, alla luce delle lampade (Dopo che gli fu sciacquata la faccia dal sangue), che veniva dalla riserva.
Un giovane indiano, con un paio di jeans e una camicia rossa strappata.
Restai con lui tutta la notte, all'ospedale di Minneapolis, fino a quando, all'alba circa, riprese conoscenza.
Parlava un po' di americano, alché riuscii a fargli capire che lo avevo trovato fra i cespugli e lo avevo soccorso.
Non sembrava molto contento di trovarsi in un ospedale, ma le sue condizioni fisiche non gli permettevano di lamentarsi più di tanto.
Finalmente la sera stessa fu dimesso, fasciato ed incerottato un po' ovunque: per fortuna oltre la tanta paura, non si era fatto nulla di grave.
Mi spiegò che si era lanciato fra i cespugli per evitare un camion, e cadendo aveva battuto la testa contro qualcosa, e supponeva di essere svenuto.
Partimmo quella stessa mattina alla volta di Fargo e della riserva: ci aspettava un tragitto molto lungo.
Durante il tragitto venni a sapere che il giovane si chiamava Charlie, in tribù famoso come Gufo dal Becco Ritto.
Al tramonto stavamo entrando nella riserva. Fummo accolti subito da Cane Solitario, che era stato informato dell'assenza di Charlie e si era preoccupato.
Lasciai il capo e il giovane indiano da soli, a parlare, ed andai a cercare Lupo delle Montagne; improvvisamente mi accorsi che stavo sudando, nonostante non fosse per niente caldo.
Lo sciamano era nella sua tenda, mi fece entrare. Stava fumando qualcosa di non ben identificato, che a primo acchitto mi ricordò quello che c'era nel calumet, ma chiaramente misto al dolciastro odore del cannabis.
Rimasi in silenzio un po', osservandolo, poi finalmente gli chiesi: "L'altra sera ti ho visto, vicino al mio ufficio..."
Mi interruppe: "Sicuro? Ero proprio io?"
Non potei fare a meno di scuotere la testa.
Lui continuò: "So che hai fatto qualcosa che non sai spiegarti. Gli dei mi hanno confidato che avevi bisogno di una spinta per riuscirci, e te la hanno data... loro..."
Capivo sempre meno. Ero convinto che si stesse inventando tutto.
Improvvisamente fui assalito da una serie di sospetti incredibili, tipo che magari il tipo alla guida del camion era lui, che poi mi aveva ipnotizzato mentre fumavamo il calumet per portarmi proprio in quel punto, e tantissime altre cose: ero completamente invaso da una incredibile serie di paranoie.
Per quella sera rinunciai al mio intento di capire cosa fosse successo.
Passarono pochi giorni dacché incontrai di nuovo Charlie "Gufo dal becco ritto", proprio lì al bar di Louis.
Era con una comitiva di gente del posto, stavano bevendo teqila, come è buona abitudine da quelle parti.
Non appena entrai nel locale si allontanò dal gruppo, mi si avvicino e mi disse, nel suo americano passato in terra come uno strofinaccio: "Fra quattro giorni gli dei scenderanno su di noi dai Totem. Io vorrei che tu viene con me e fa entrare dei anche in tuo corpo. Sciamano poi unire sangue..."
Il suo sforzo di farsi capire fu ripagato appieno, dato che riuscii a comprendere in quale antico rito indiano voleva portarmi: il Totem, e poi l'Unione di Sangue.
Non capivo cosa c'entrasse lo sciamano, ma poi venni a sapere che era lo sciamano che mi ammirava e che voleva dimostrarmi la sua grande amicizia con l'unione del sangue...
Già, l'unione del sangue. Un rito antichissimo che ammiro: quando due persone vogliono dimostrare la loro amicizia l'un l'altro, si feriscono leggermente un braccio ed uniscono le due ferite in modo che parte del sangue dell'uno vada ad unirsi con il sangue dell'altro.
Fratelli di sangue.
Non conosco una forma di amicizia così radicata fra gli uomini bianchi...
Beh forse in questi anni che comincia a praticarsi la donazione di sangue se ne può parlare, ma questo, devo riconoscerlo, è molto più elevato.
La partecipazione al totem fu per me una esperienza gratificante: con o senza l'aiuto di sostanze, ogni giovane della tribù può tirare fuori il suo spirito, combattente e temerario o timido e pauroso senza che nessuno lo giudichi nel bene o nel male.
L'osservazione dei giovani invasati che cantavano ed urlavano al cielo era quasi liberatoria. e riconosco anche di essermi commosso nel pensare poi al momento in cui il giovane va di fronte allo sciamano; alla destra dello sciamano il capotribù, alla sinistra il più anziano della tribù dopo il capo.
Il giovane si prostra, lo sciamano interroga gli dei, e poi dice al giovane il suo nuovo nome, quello con cui da ora in poi sarà conosciuto in tutta la tribù. Mi stupì pensare che Gufo dal becco ritto si facesse chiamare ancora Charlie, ma era ovvio che ormai le tradizioni si stavano affievolendo fra i giovani così come molte altre abitudini, e già il solo fatto che i pellerossa andassero a caccia con archi e fucili era sintomo di questo decadimento... eppure ancora non tutto era perduto: ancora si respirava l'atmosfera...
Quando tutti i giovani furono giudicati all'ombra del totem, giunse il momento che stava aspettando Lupo delle Montagne, e che forse stavo aspettando anche io.
La tribù era riunita in cerchio (più che altro in ellissi) con al centro un grande fuoco e la statua multicolore intagliata nel legno.
Lo sciamano si portò al centro fra il fuoco e il totem, osservato da tutta la tribù, e mi fece un cenno.
Dopo un attimo di esitazione mi mossi, seguito dal capo tribù Cane Solitario, che teneva in mano qualcosa; quando si avvicino a noi e fu illuminato dal fuoco, vidi che era una freccia.
Il capo disse qualcosa in antica lingua indiana, poi mi guardò, mentre Lupo delle Montagne gentilmente faceva da interprete: "Cane Solitario dice che questo è un momento molto importante per la vita di un Fremecho: l'amicizia che lega due Fratelli di Sangue non può essere spezzata per nessun motivo, e dura per tutta la vita ed oltre."
Sorrisi, abbassando la testa in segno di assenso verso Cane Solitario, che mi rispose allo stesso modo.
Lo sciamano prese la freccia dalle mani del capo tribù con la mano sinistra e, lentamente, con una leggera smorfia di dolore, punse il braccio destro all'interno del polso.
Subito ne venne fuori un rivoletto di sangue che cominciò a gocciolare in terra. Mi passò la freccia, e feci altrettanto.
Mentre mi pungevo il polso con l'affilata punta della freccia, mi venne in mente che la ferita si sarebbe infettata, alché mi misi mentalmente a ridere, dato che al massimo avrei potuto metterci dell'acqua ossigenata al ritorno a casa... Ma tu guarda che cosa penso in questo momento!
Tenevo la freccia con la mano sinistra, il capo villaggio mi fece un cenno e consegnai la freccia ad un anziano che era venuto dietro di noi.
Subito il capo mi prese l'avambraccio braccio destro; lo stesso fece con quello di Lupo delle Montagne, e quindi li avvicino, costringendo le due ferite a combaciarsi.
In realtà non fece alcuna fatica, dato che non opponevamo resistenza ma anzi lo accompagnavamo nel movimento.
Non appena le due ferite si toccarono tutti gli uomini e le donne in cerchio esultarono.
Restammo così, con le braccia unite e sollevate, per circa dieci secondi, poi le abbassamo, mentre intorno a noi i giovani intrecciavano danze e gli anziani intonavano canti antichi.
Lo sciamano mi guardò, poi estrasse dai jeans il bandana, ne strappò meta e me la porse.
Presi il pezzo di stoffa e lo vidi che si fasciava il polso con la sua metà, e feci lo stesso. Ritornammo in cerchio, e restammo li, intorno al fuoco, danzando, camminando, pregando e facendo tantissime altre cose a libero sfogo, fino all'alba.
Peraltro accettai di buon grado di farmi dipingere la faccia con i colori di guerra; c'erano molti uomini che si dipingevano da soli, e molte donne che aiutavano alcuni uomini poco esperti, una di esse aiutò me, dipingendomi sulla faccia varie striscie nere e rosse.
Il giorno dopo avevo il polso leggermente dolorante, ma mi sentivo in piena forma: per fortuna era domenica e non sarei dovuto andare a lavorare alle otto; quando mi svegliai alle undici e mezzo non avevo alcuna fretta.
Mi guardai il polso: la ferita cominciava a dolermi, e credo che si fosse infettata; mi alzai lentamente, andai in bagno e gli versai sopra un po' di acqua ossigenata, che subito divenne sul buco una schiuma biancastra, portandomi un poco di sollievo.
Erano trascorsi solo tre giorni da quella sera dei totem, quando, mentre in redazione stavo torturando una vecchia Hermes 3000 che faticava a darmi le maiuscole che metteva rigorosamente uno spazio dopo ogni lettera "a": ne uscivano gustosi siparietti come "A sentire il nostro invia to credia mo che questa situa zione possa essere risolta dopo un lungo esa me...", proprio lì in redazione entrò una collega con un telex da New York.
"Hanno trovato il petrolio nella riserva indiana, da New York vogliono trasferire gli indiani e sfruttare il giacimento..."
Smisi di colpo di battere. Rimasi in ascolto, incredulo. "...e faranno di tutto perché se ne venga a sapere il meno possibile, ma il presidente li ha fregati, ed ora abbiamo la notizia. Rob te ne occupi tu?"
Mi alzai e mi feci consegnare il foglio della telescrivente, poi mi sedetti sulla scrivania e cominciai a leggere attentamente il telex.
Stava succedendo di nuovo, di nuovo l'uomo bianco voleva spostare gli indiani per approfittare dei suoi terreni. Di nuovo voleva interrompere tradizioni secolari, di nuovo voleva violare le riserve indiane. E voleva farlo di nascosto, come nei primi mesi del 74.
Mi infuriai, accartocciai il telex, ma poi mi trattenni dallo stracciarlo perché volevo che lo leggessero alla riserva, per cui dissi a tutti che per prima cosa sarei andato presso il villaggio per avvertire la gente di quello che stava per succedere, portandomelo dietro.
Così feci, guidando nervosamente fino alla riserva, ma poco prima di giungere, frenai di botto, per non investire un bambino, a circa due miglia dalla riserva.
Ero convinto di conoscerlo, mi sembrava quello che avevo "ritrovato" qualche tempo prima. Era lì, in mezzo alla strada, che mi sorrideva.
Scesi dalla macchina e andai per prenderlo, ma corse nei boschi e in pochi secondi sparì nella macchia senza lasciare tracce.
Restai fermo per alcuni minuti, guardandomi intorno, confuso. Poi risalii in macchina e ripartii, giungendo dopo pochi minuti alla riserva. Sembrava tutto normale, cercai subito il capo tribù e lo sciamano per comunicare loro la notizia: del bambino mi sarei occupato più tardi.
Trovai Charlie e gli chiesi dello sciamano, e lui mi indirizzò presso una tenda, lì vicino.
Dentro c'erano Lupo delle Montagne e Cane Solitario, immersi in preghiera. Davanti a loro il bambino che avevo visto nei boschi, che sembrava addormentato. Impiegai alcuni secondi per notare che non respirava: era morto.
Lupo delle Montagne mi notò, ed uscì subito dalla tenda, mentre Cane Solitario restava prostrato in terra a recitare una qualche antica litania. Ero molto più confuso di prima, dissi subito: "Senti, quel bambino, cosa gli è successo? Forse potevo salvarlo..."
Ma Lupo delle Montagne mi guardò stupito, poi mi disse: "Lo abbiamo trovato all'alba, che non riusciva a respirare, ha raggiunto gli dei poco dopo che lo avevamo trovato. Cosa intendi dire con forse potevo salvarlo?"
"All'alba...? Ho visto un bambino in giro per i boschi, qualche minuto fa, mi era sembrato lui... Allora vuol dire che un altro bambino è scappato dal villaggio, dobbiamo cercarlo..."
Feci per muovermi verso la macchina, ma Lupo delle Montagne mi fermò, mi guardò dritto negli occhi, e mi chiese: "Sei veramente sicuro che il bambino fosse quello che hai visto nella tenda? Dico, veramente?"
Sottolineo l'ultima parola con molta enfasi. Io ripensai al sorriso del piccolo in mezzo alla strada, poi al corpicino disteso dentro la tenda, e poi dissi: "Sì, sono sicuro, era lo stesso bambino, sono certo di non sbagliarmi."
Lo sciamano sorrise. Mi spiegò che quel segno indicava che gli dei avevano ben accettato l'anima del piccolo, forse per farne qualcosa di importante, ma comunque non era quello il problema del quale mi preoccupavo.
Al momento c'era qualcosa di molto più importante: il telex. Gli chiesi di chiamare il capo tribù: dovevamo parlare di qualcosa di importante.
Dopo pochi minuti avevo avvertito entrambi della situazione che si era creata. Cane Solitario mi disse peraltro che alcuni cacciatori della tribù gli avevano riferito di aver notato alcuni uomini bianchi che facevano rilevazioni nel terreno ai confini con la riserva.
Dissi che mi sarei impegnato per fare in modo che la situazione venisse a galla, così come l'altra volta, ma stavolta Lupo delle Montagne mi fermò: "È tutto inutile. Ci saranno mille altre occasioni per cui l'uomo bianco tenterà di appropriarsi delle nostre terre, e non potrai esserci sempre tu a portare avanti questa impari lotta. Sarà meglio che la storia faccia il suo corso. Ormai noi ci siamo rassegnati a subire questi spostamenti. Sono fiducioso che prima o poi troveremo la terra promessa, dove potremo stabilirci senza che nessun uomo bianco interferisca."
Pensai per qualche minuto alle parole dello sciamano, poi risposi: "C'è una cosa che vorrei mi dicessi: dove si trova il vostro cimitero? È importante, perché cercherò di fare in modo che almeno le vostre tombe non vengano profanate..."
"Nessun uomo bianco è mai stato al corrente della posizione dei nostri cimiteri; questo ha portato a scoperte improvvise e volontarie di tombe... Devo chiedere agli dei se ti daranno il permesso di conoscerne l'ubicazione: in fondo lo scopo per cui tu vuoi conoscere questo segreto è degno di ammirazione, e non di rimproveri."
Tornai al lavoro, cestinai il telex sgualcito con una punta di ribrezzo. In fondo non gli avevo proposto un pugno in un occhio, ma di salvare le loro terre. Ero quasi deciso di scrivere l'articolo comunque, anche se sapevo che in fondo Lupo delle Montagne non aveva tutti i torti. E poi, si trattava di loro problemi, giustamente erano loro a doverlo decidere. Io il mio dovere di avvertirli lo avevo espletato, quello di fare in modo che non gli toccassero il cimitero cercavo di portarlo in atto.
Tutto stava poi alla risposta dello sciamano, ovvero degli dei per interposta persona...
Non so dire se tenere in considerazione la religione indiana come reale, o pensare che si tratta di una serie di riti antichi senza troppo valore. Eppure c'era un motivo che mi aveva spinto a chiedere del cimitero: ricordo ancora adesso di un cantiere in ex territorio indiano a poche miglia da Minneapolis; durante gli scavi furono ritrovati i resti di un cimitero. I minatori trovarono delle ossa e, a chiaro scopo di sfregio (erano anni che dicevano che i pellerossa si limitavano a fregare terre allo stato per farci le loro cazzate sopra), si erano messi a giocare con quelle ossa. Percuotevano due femori su una cassa toracica, come una specie di macabro tamburo; altri mettevano alcune ossa in fila su una tavola e, lanciando altre ossa, facevano una sorta di macabro tiro al bersaglio.
Il loro divertimento durò però solo tre giorni, il quarto erano tutti a casa, febbricitanti.
Il capocantiere, preoccupato si era allora rivolto allo stregone della tribù Joka Cheyenne, tribù che occupava quelle terre prima di uno di quei traslochi richiesti (imposti?) dagli uomini bianchi.
Più avanti il capocantiere disse che lo sciamano sentiva nell'aria qualcosa di "malvagio" ancora nelle vicinanze del cantiere, e ancora non gli aveva spiegato il motivo della sua chiamata.
Lo stregone disse che le ossa trovate dovevano venire ricomposte e risotterrate, lontano dagli scavi ed in un posto che non venisse mai toccato né da quelli né da altri scavi. Nel farlo, le ossa dovevano venire trattate con rispetto, trasportate con attenzione, con il timore ed il rispetto che si porta verso le reliquie sacre, e non come se fossero pezzi di legno da portare in segheria.
Così fu fatto. Inspiegabilmente (o forse si può spiegare?) lo stesso giorno che tutte le ossa furono sotterrate da alcuni minatori, ed ebbero ricevuto la benedizione da un pastore avventista e dallo stregone, proprio quello stesso giorno tutti i minatori ammalati guarirono misteriosamente.
Ma torniamo a noi: quella sera mi diressi di nuovo verso il villaggio, volevo tentare di convincere Lupo delle Montagne e Cane Solitario che era il caso di tentare, ma poi decisi, a metà strada, che forse non era il caso.
L'indecisione mi fece guidare fino al bar di Louis. Entrai, arrivai al banco ed ordinai una birra; in quella cominciarono a giungere dalla riserva dei lamenti.
Erano ululati di lupo, ma sembravano particolarmente profondi e tristi. La cosa che mi colpì di più, fu peraltro il fatto che, non appena cominciarono questi ululati, i pochi indiani che erano nel bar avevano cominciato, silenziosamente, ad alzarsi, lasciando le loro bevande a metà, si avvicinavano alla cassa e pagavano, per poi uscire. Qualcuno un po' brillo aveva fatto cadere il bicchiere in terra, si era alzato e si era diretto fuori. Notai che gli ultimi che uscivano pagarono anche le cose ordinati dagli ubriachi usciti direttamente senza pagare.
Sembravano tutti in trance: si muovevano lentamente, guardando verso le colline con una specie di espressione preoccupata, un'espressione del volto che non avevo mai visto prima e che non saprei descrivere. Forse non proprio preoccupata, diciamo un misto di paura, preoccupazione, serietà e rabbia.
In pochi minuti se n'erano andati fuori tutti.
Finita la birra uscii anche io, presi la macchina e decisi che volevo andare in fondo alla cosa, per cui mi diressi verso la riserva, ma fui costretto a fermarmi.
Praticamente poche centinaia di metri dopo aver imboccato la sterrata che conduceva alla riserva, non potevo avanzare.
C'erano dei lupi. Centinaia di lupi.
Grigi, o bruni, maculati. Mi fissavano con i loro occhietti che brillavano nel buio, tagliato dai fari della macchina.
Scesi dall'auto, ammutolito: non si muovevano, non davano segno di timore o ferocia, non facevano alcun verso, anche se in sottofondo continuavo a sentire, più vicini, gli ululati tristi di un singolo lupo.
Provai a suonare il clacson, ma nulla.
Non batterono ciglio.
Se avessi voluto passare avrei dovuto investirli, e non sono tipo da farlo.
Inoltre, pensai, data la loro enorme quantità (mio Dio... dicevano che i lupi si stanno estinguendo, ma io per almeno cinquanta metri davanti a me vedevo solo un enorme tappeto di pelliccia, sulla strada e sull'erba. Sono *centinaia*, forse anche mille), avrebbero potuto anche assalirmi se avessi tentato una operazione simile.
Rientrai in auto e mi diressi indietro. Tornai verso casa.
Due giorni dopo mi presentai di nuovo a Lupo delle Montagne, ormai il tempo stringeva.
Scesi dall'auto e mi diressi verso la sua tenda, lo trovai lì, immerso nella lettura di un libro americano sui cowboys, sorrisi pensando che in fondo era una lettura che ci si poteva aspettare da un purosangue indiano.
Alzò gli occhi e mi notò, poggiò il libro in terra, aperto alla pagina che stava leggendo, e mi disse: "Gli dei hanno acconsentito che tu veda dove si trova il nostro cimitero, a condizione che poi faccia in modo che non venga profanato."
"Farò del mio meglio. Lo prometto", annunciai solennemente.
"So che sarà così."
Cominciammo a passeggiare nel bosco, giungendo ad una radura fra gli alberi, a circa un miglio dal nucleo del villaggio.
Memorizzai il posto, e poi salutai Lupo delle Montagne e mi diressi al lavoro.
Dopo pochissimi giorni la tribù Fremecho fu costretta a traslocare, in piena notte, come era pessima abitudine del periodo, lontano da occhi indiscreti. Però molti avevano visto. Se non gli indiani che se ne andavano sui camion e sui carri con le loro poche cose, tutti quanti avevano notato i grandi camion della Shell che andavano verso la riserva.
La stessa mattina successiva al trasloco, mi recai presso la riserva, o forse dovevo dire il cantiere...
Giunto lì andai subito dal capocantiere, il quale, non appena entrai nella sua roulotte, mi riconobbe: "Oh, il signor Furihan... buon giorno, mi dica: qual buon vento la spinge a presentarsi qui a quest'ora del mattino?"
Esordii immediatamente con parole dure: "Buono non è certo. Direi vento di burrasca. Ho molto a cuore la situazione delle tribù indiane che vengono spostate a destra e a sinistra come un mobile inutile che passa di soffitta in soffitta."
"Sì, lo so: ho letto molti suoi articoli, ma vede il problema è che io mi limito a sottostare a degli ordini, e chi me li da ha anche lui qualcuno più in alto che..."
"Sì, sì, certo: fino ad arrivare a Dio, che magari ha qualcuno sopra di lui, l'importante è che tutti eseguiamo degli ordini e non è mai colpa di nessuno se le cose accadono. Certo, certo, sono d'accordo..."
"Andiamo, sempre questo discorso polemico..."
"Perché, tutti che dicono: eseguo degli ordini non è polemico forse?"
Il capocantiere interruppe bruscamente la discussione, con un pizzico d'ira in volto: sapeva che è pericoloso mettersi contro i giornalisti, e comunque fu meglio per tutti interrompere quella discussione che stava per sfociare in lite. Dopo qualche secondo mi chiese: "Perché è venuto qui?"
La mia risposta fu più pacata: "Ho una specie di missione da compiere: ho promesso una cosa a quella tribù, e voglio fare in modo che venga mantenuta. Ho promesso loro che non verrà toccato il loro cimitero."
Il capocantiere si fece improvvisamente scuro in volto, la sua voce cominciò ad avere un tono più basso e preoccupato: "E... dove si troverebbe questo cimitero?"
"Venga con me, glielo mostrerò."
Giungemmo, assieme a due operai, alla radura. Subito il tipo disse ai due uomini di recintare quella zona tenendosi larghi di circa cinque o sei metri, e ordino di far sapere che nessuno doveva, per nessun motivo, superare la recinzione, e men che meno scavare in quel luogo, o lasciarvi attrezzi.
Mentre tornavamo verso il cantiere, i due uomini attaccavano del nastro giallo agli alberi, in attesa di apporre una recinzione migliore. A metà strada, finalmente, il responsabile mi confesso che era stato a capo di quel cantiere in territorio indiano, quello del 71, dove trovarono le ossa.
Non voleva ripetere un'esperienza simile, perché ne era stato profondamente colpito.
Tutti vedevano chiaramente, dopo qualche tempo, i pozzi che crescevano intorno alle colline, ed in fondo non si lamentavano: i prezzi del carburante cominciavano a scendere.
Era trascorso un mese da quel trasferimento. Non sapevo dove fossero finiti gli Fremechos, ma sapevo che probabilmente non avrei più rivisto Cane Solitario, né Lupo delle Montagne, né Gufo dal becco ritto, né nessun altro della tribù...
Proprio un mese dopo, in un freddo pomeriggio di metà ottobre, mi trovavo nei boschi dove una volta era vissuta quella tribù, in un appezzamento di terreno intorno ai pozzi della Shell, che per miracolo non era stato toccato dal progresso, grazie a naturalisti che si erano incatenati agli alberi secolari da abbattere.
Bella forza. Gli alberi si, i pellerossa no. Già: gli alberi sono secolari, sono belli, sono pezzi di storia dei boschi. Gli indiani invece cosa sono? Non sono forse anche loro pezzi di storia secolare? Loro e le lotte ingaggiate con l'uomo bianco? Loro e le loro tradizioni antiche?
Ero seduto sull'erba, a pensare a queste cose, grattandomi distrattamente la cicatrice che avevo sul polso destro, quando venni interrotto. Dal sottobosco apparve un lupo, grigio e con il muso maculato. Si avvicinò lentamente a me, fino a circa due o tre metri, poi si accucciò.
Mi guardò, poi guardò in direzione del polso che mi stavo grattando, poi si mise seduto e cominciò a leccarsi la zampa destra.
Notai un segno rosso sulla zampa: il sangue si era ormai rappreso, ma la crosta c'era, e una cicatrice la avrebbe sostituita in breve tempo, e gli sarebbe rimasta a lungo.
Era particolare il fatto che la ferita sulla zampa aveva una forma circolare ed una punta allungata verso l'alto, come se fosse stata procurata con una lama tonda, la punta di una freccia, poi tolta piegando la freccia verso l'alto. Ma non sembrava profonda.
Notai la somiglianza della ferita alla zampa del lupo con quella che avevo sul polso.
Il lupo dopo qualche secondo smise di leccarsi la zampa e cominciò a fissarmi con i suoi occhietti azzurri.
Lo guardai, dritto negli occhi, e restammo così a lungo.

giovedì 4 dicembre 2008

Cracking di una macchinetta del caffè

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A un mio amico (e cliente) hanno portato una macchinetta del caffè a capsule. Ora: tecnicamente ne aveva già una, che in questi giorni si è guastata, per cui gli hanno spedito la sostitutiva.

E qui casca l'asino [e si fa anche la bua... (-: ] perché questa nuova macchinetta ha sul bordo sinistro un lettore per smart card. La smart card serve fisicamente ad abilitare il comando per fare il caffè: conta infatti il numero di capsule che vengono fatte: senza smart card, o se la stessa decide che le capsule sono finite, automagicamente il comando per fare il caffè non si abilita e il cliente è invitato (costretto?) a chiamare per ordinare un'altra scatola di capsule (fornita con relativa nuova smart card). Non fosse per il piccolo problema che il mio cliente ha altre cinque scatole di capsule da parte (senza smart card sostitutive), fornite prima di fornirgli questa macchinetta con lettore di card...

Ma dato che siamo cattivelli, ne discutiamo un po' e poi spiego al mio cliente come smontare la macchina ["Ci sono due viti sul fondo e un incastro del coperchio superiore..." e nel giro di 3 secondi ci troviamo davanti alla macchina tirata a telaro e al relativo groviglio di fili elettrici (((-: ].
La smontiamo, poi la guardiamo ben bene: la scheda elettronica che legge la smart card è stata fissata al bordo della macchinetta con delle viti autoperforanti (peraltro un lavoro inquietante), sulla scheda c'è un connettore con quattro fili (uno blu, uno marrone, uno bianco e uno rosso). Il tester ci dice che su questi fili arrivano 220V, ma il cliente non ha ben chiaro come funziona il meccanismo del consenso. Tuttavia aprendo invece il fatto si chiarisce: due fili portano la 220 ad alimentare la scheda, gli altri due danno il consenso.
In pratica il sistema funziona in questo modo: un interruttore rotativo da al primo scatto l'accensione della macchinetta, ed al secondo avvia fisicamente il caffè. Ci arrivano tre fili: il comune, il consenso all'accensione della macchina e il terzo che è materialmente il comando ad avviare la pompetta per dare l'acqua calda. Il terzo filo anziché finire direttamente alla pompetta, è il filo bianco che entra alla scheda con smart card. Il filo rosso che esce dalla scheda va infine al motorino: quando c'è il consenso c'è continuità fra il filo bianco e quello rosso.

Morale della favola: un semplicissimo ponticello e magicamente la macchinetta fa tutti i caffè che vogliamo senza bisogno di smart-card di sorta. (((-:

martedì 2 dicembre 2008

Pagamento in natura

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Primi anni '50. I miei nonni vivono ancora a Solarino, mio padre non è ancora adolescente.
E come ogni bravo bambino di famiglia, mio padre ogni giorno va al forno a comprare il pane.
E come spesso avveniva (o dovrei dire *avviene*? So che c'è chi lo fa tuttora) quando mio padre metteva le cento lire sul banco per pagarne ottantacinque di pane, cinque lire mancavano e al posto della monetina il fornaio metteva una caramella.
Caramella oggi, caramella domani, mio padre si conservò tutto il malloppo e...

... una bella mattina dopo aver preso quaranta lire di pane, gli piantò sul banco un'ottantina di caramelle!!!

E al fornaio, che fu costretto ad accettare *solo* *quello* come pagamento, passò la cattiva abitudine, e da quel momento le monetine del resto c'erano sempre tutte... (-:

domenica 30 novembre 2008

Un orsacchiotto mi protegge, VI

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[Potrei averlo sognato. Potrebbe essere stato un colpo di sonno, ma ciò non toglie il merito a Leonard]
Estate. Agosto, sabato notte. Sono stato in giro con un paio di amici a farmi una birretta dopo Mattarello, ora sto guidando in direzione di casa, a Cadine. Deve essere mezzanotte e mezza, sono stanco e mezzo assonnato.
A Trento Sud prendo la tangenziale, per arrivare verso la Gardesana Occidentale saltando di passare in città. Dopo aver affrontato la rotonda all'ingresso sud di Trento, e mentre sto imboccando la corsia verso la zona Ghiaie, quasi meccanicamente dopo aver scalato di marcia allungo la mano in direzione di Leonard, per dargli una leggera grattatina al mento.
Un dolore incredibile all'indice destro, come se qualcosa me lo avesse preso sopra e sotto.
Come un morso.
Ritiro indietro la mano tirando un porcone, e contemporaneamente pianto un frenatone, spaventato: che mi abbia punto un'ape? Non credo di essere allergico, ma chi può saperlo? Ho la chiara impressione del dito umido, come se sanguinasse.
Sono ancora sulla rampa e ad una ventina di metri dall'uscita del complesso sportivo Ghiaie, ho appena lasciato metà dei copertoni a terra e sono fermo praticamente in mezzo alla strada, ma è un'attimo: una punto bianca si fionda fuori dal bivio di Ghiaie una frazione di secondo dopo, a tutta velocità.
L'autista guida come un pilota di formula uno, ma l'asfalto non lo aiuta e perde il controllo dell'auto, mancando di impattare contro il guard-rail di sinistra per un capello e un quarto. Poi accelera stridendo e va in avanti zigzagando pericolosamente, a chiaro sintomo che deve essere ubriaco come un bucaniere dopo una settimana di razzie e grog.
Stendo la mano destra davanti a me, mi guardo l'indice destro, che è perfetto e non riporta alcun segno, alcuna puntura né altro. E mi rendo conto che non mi fa più male. Metto la prima, riparto. Se non avessi frenato, quel cretino mi sarebbe finito sul sedile passeggero con tutta la macchina.
Ho detto "Grazie Leonard", ma per quella sera non mi sono azzardato a grattargli di nuovo il musino...

venerdì 28 novembre 2008

Un orsacchiotto mi protegge, V

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[Questo non è un racconto: *GIURO* che questo è realmente accaduto]
Inverno inoltrato, diciamo primi giorni di gennaio. Mia madre è a Trento, io sono solo a casa. Sono stanco, sono le 23:30 e ho appena finito di spolpare un libro giallo di Agatha Cristie. La mia collezione di orsacchiotti di peluche non è ancora molto ampia, ma i miei gesti sono già chiaro sintomo ed appannaggio di qualche serio problema esistenziale.
Poso il libro sul comodino. Sono stanco e gli occhi mi danno fastidio (e poi, l'anno dopo, sono venuti gli occhiali...), per cui spengo la luce e mi giro sul fianco sinistro, stringendo fra le braccia Philippe. Nel farlo, meccanicamente come faccio tutte le sere, auguro la buona notte al giro di orsacchiotti di peluche intorno al letto fra comodino e mensola: "Buona notte ragazzi, sogni d'oro".
Una voce. Chiara. Cristallina, non molto forte e chiaramente dentro la mia stanza mi risponde: "Buona notte anche a te"
Zompo in piedi e riaccendo la luce. Mi guardo intorno. Guardo sotto il letto. Guardo tutti i pupazzi sulla mensola e sul comodino.

Chi mi ha risposto? Io un'idea me la sono fatta, comunque: sono convinto che mi abbia risposto Tasia.
Nessun altra voce mi ha risposto da allora, sebbene io tuttora auguri la buona notte ai miei cuccioli prima di addormentarmi.

mercoledì 26 novembre 2008

Dalle sette alle otto

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[Non è un racconto: questa è verità, signori]
Mi è successo diversi anni fa. Tuttora non ne trovo una spiegazione razionale e valida.
Mi sveglio. La radiosveglia segnala che sono le 7:10 del mattino. So che sono le sette e dieci perché oltre ad aver guardato la radiosveglia, ho guardato anche l'orologio al polso: non mi tolgo l'orologio manco per dormire, e spesso guardo l'ora compulsivamente solo per sapere che l'orologio è ancora li ed è funzionante.
Mi alzo, peraltro, proprio mentre guardo l'orologio da polso. Mi alzo, appunto, e in pigiama vado in bagno.
In bagno mi limito a tre operazioni semplici: faccio pipi', poi tiro l'acqua e mi lavo i denti.
Esco in cucina per tornare in camera da letto indeciso se tornare a dormire (è domenica mattina), ma mentre esco dal bagno il mio occhio destro cade sull'orologio della cucina, che fa le 7:50 passate.
Quasi le otto meno cinque. Resto fermo per qualche istante, sicuro di vedere la lancetta dei secondi ferma (deve essersi fermato ieri sera, ovviamente!), ma la stessa va avanti tranquillamente.
E come può l'orologio essere avanti di quasi tre quarti d'ora? Guardo l'orologio da polso. Anche lui fa le otto meno cinque.
Guardo di nuovo l'orologio da polso, poi quello della cucina. Torno in camera da letto. La radiosveglia dice, laconicamente: 7:56.
Non sono convinto, riguardo l'orologio da polso. Poi addirittura telefono per sentire l'ora esatta, e lo faccio alle 7:59.
Insomma, per quanto non riesca a spiegarmelo, da quando sono entrato in bagno a quando ne sono usciti dovrebbero essere passati tre quarti d'ora.
Tuttora non riesco a trovare una spiegazione plausibile.