Gefrano. Un paesino di montagna sul fondo di una piccola vallata circondata di montagne. Una sola strada che, attraverso una lunga galleria, porta in città [l'idea che mi sono fatto (sapete come sono i sogni, no?) è che si trovi nell'hinterland pavese, peraltro proprio a un tiro di schioppo dal capoluogo. Il classico agglomerato di casupole in una specie di periferia estremamente scostata, punto ideale per operai e impiegati in pensione che cercano solo un luogo tranquillo in cui curare l'orticello e giocare a bocce o a carte nel bar locale]. Casetta di montagna: piccola, accogliente, unifamiliare ma ricca di ogni comfort.
Salotto.
Una televisione accesa, su un canale locale. Passa uno spot pubblicitario, con degli sportivi in casacca da gioco che corrono per una cittadina, in mezzo ai palazzi. Ogni tanto qualcuno inforca un portone d'ingresso e si eclissa, mentre il claim recita: "Caldaie a gas metano e allaccio in tutti i luoghi: palazzi antichi, condomini, villette unifamiliari: PROPONETECI LA VOSTRA SFIDA!"
Mentre il claim si conclude, appaiono cucine a gas e caldaie ritagliate in ogni spazio di case signorili di fine settecento, inserite nell'arredamento con le stesse sensazioni che avrebbe dato un quadro antico.
La signora spegne la televisione, ed esce di casa.
Quando ritorna, diverse ore dopo, il sole è tramontato, l'ora di cena si avvicina e il marito, seduto su una poltrona vicino al camino, sta leggendo con calma e relax un libro.
-Ciao, cara. Hai preso appuntamento con l'idraulico, alla fine?
-Molto meglio.
Dicendo queste due criptiche parole, tirò fuori dalla borsa una carpetta bianca con il marchio di una società del mercato libero dell'energia.
L'uomo strabuzzò gli occhi: -Ma... Marta, che significa?
-Ho ordinato una caldaia a gas metano. Verranno in settimana a fare l'allaccio: mi hanno detto che non c'è nessun problema!
-L'allaccio? Ma... ma come avrebbero intenzione di fare?
La signora è convintissima di quello che ha fatto scendendo in città: -Non c'è nessun problema: ci portano il gas tranquillamente fin dentro casa!
-Il gas? Quale gas? Marta qui a Gefrano non c'è la rete del metano, cavoli!
Il problema della mancanza del gas nella frazione, diventa il minore. Quello più importante si visualizza pochi giorni dopo, quando la finanziaria che ha avviato la pratica per l'acquisto della caldaia chiede e pretende il pagamento delle rate. Tutto per l'acquisto di una caldaia che, tra l'altro, non può neppure essere convertita per funzionare a GPL, mentre la società che si occupa della distribuzione del metano e dell'installazione delle caldaie (ah, il mercato libero!) rifiuta di onorare l'accordo con un laconico "la vostra richiesta di allaccio è andata in KO".
Passano alcuni mesi. Alcuni mesi durante i quali la famiglia si trova a dover sbattere contro il muro di gomma della società del gas, contro quello della finanziaria, contro quello, infine, di non poter manco dichiarare risoluto il contratto perché la società chiede una pesantissima penale in caso di recesso senza allaccio.
Poi intervengono i giornali, e la famiglia viene contattata da un avvocato di un movimento nazionale consumatori che offre gratuitamente il suo patrocinio in questo caso, riuscendo a trascinare in tribunale le società coinvolte (anzi no, la società coinvolta, perché la finanziaria, non appena arriva il primo avviso di atti giudiziari dichiara concluso il finanziamento e rilascia immediatamente abbondante ed esaustiva liberatoria).
In tribunale, il giudice di pace determina delle cose inquietanti.
Anzitutto il contratto stipulato fra la famiglia e la società è assolutamente privo di qualsivoglia valenza per una serie impressionante di clausole palesemente vessatorie, compreso il prevedere una penale da parte dell'utente in caso di recesso anticipato, ma non trattando in nessun caso l'impossibilità della controparte a dar seguito al contratto per mancato o impossibile allaccio.
In solo due udienze (la prima rinviata per consentire alla società di produrre della documentazione aggiuntiva), la società viene condannata senza pietà al pagamento di una cospicua multa, oltre a dover risarcire tutti i danni morali e materali alla famiglia con una cifra contente diversi zeri.
Come secondo punto, moltissimi abitanti dei paesi limitrofi segnalano all'Autorità per le Garanzie sulla Concorrenza e il Mercato lo spot pubblicitario che riempie i canali televisivi locali del circondario, il quale viene immediatamente sospeso e sanzionato perché palesemente ingannevole.
Altre situazioni, lentamente, vengono a galla, e decine di casi del tutto simili a quelli della famigliola di Gefrano diventano di dominio pubblico, gettando se possibile ancora più fango sull'immagine della società, portandola lentamente sull'orlo del tracollo...
Suona la sveglia. Sono le cinque e dieci di mattina. Arruffo la testa a Philippe: -Cos'era? Il sogno di uno che non fa altro che sbattere la testa contro le ingiustizie fino a coinvolgere le unioni consumatori?
Però mi sono divertito. E voi no?
Il luogo (e lo spazio) dei più pesanti, discutibili e profondi deliri di Grizzly: alcuni di essi potrebbero urtare la sensibilità di chi legge, pertanto le Pagine Oscure sono in secondo piano.
Comunque, come sul Diario di Viaggio sarete ospiti ben graditi.
Pagine importanti
mercoledì 26 gennaio 2011
lunedì 24 gennaio 2011
The bug and the bank
Il signor Frank M. Valletto entrò nel suo ufficio di mattina presto, per respirare ancora il residuo odore della nuova pittura murale.
Direttore di filiale da solo un giorno: un gran risultato per un uomo che in banca c'era entrato una decina di anni prima facendo la gavetta con l'inizio dalla cassa.
Un gran risultato, indubbiamente. E questo nuovo sistema informatico installato da appena una settimana aveva reso l'efficienza della rete bancaria ancora più affidabile: tutte le filiali collegate con la sede in tempo reale, e controlli duplici su ogni singola transazione.
Quel lunedì passò come era normale, senza alcun problema, e alla chiusura alle 17 l'italo-americano Valletto tornò nella sua villa patronale poco fuori New York.
I problemi cominciarono il martedì mattina, quando tutti i terminali della filiale semplicemente non volevano aprirsi, con un laconico "Errore 219".
La mattina andava male, e fino alle 10:30 non si riusciva a venirne a capo, nonostante l'immediato intervento di un team tecnico altamente specializzato, ci vollero diversi reset, ripristini e recovery di km e km di nastri di backup per cercare di venirne a capo, ma almeno il geniale direttore Valletto verso le 9 di quella stessa mattina, vista la folla non indifferente di gente che premeva agli sportelli, aveva deciso intanto di operare manualmente e telefonicamente: certo, le cose non andavano ad una velocità decente, ma potevano funzionare.
Le operazioni in contanti erano però limitate, perché la cassaforte temporizzata, collegata anch'essa al sistema elettronico, non voleva saperne di aprirsi...
Finalmente verso le 11:30 il sistema si piegò al volere del team tecnico e, con molta lentezza, decise di collaborare e anche la cassaforte decise di aprirsi.
Il mercoledì andrò peggio.
Dopo aver trovato il medesimo difetto del giorno prima, i tecnici tentarono subito la strada avviata il giorno precedente, ma dopo qualche istante di sblocco, il sistema tornava ad essere caparbiamente congelato. Fu un giorno inutile, e costò non soltanto molte lamentele da parte di tutti i clienti, ma anche la perdita di qualcuno.
Al termine di una giornata non facile, il team tecnico aveva identificato il baco nella procedura del database dipendenti, ma non erano venuti a capo del motivo per cui la procedura si incartasse non appena andava a leggere l'elenco dei nomi, ove peraltro non apparivano errori di inserimento o codice sql malevolo iniettato in giro.
Ma pur non avendo in mente il motivo di questo blocco, il giovedì mattina il sistema era stato ripristinato usando la forza bruta: l'agenzia doveva saltare il controllo del database dipendenti, e grazie a questa forzatura la giornata andò avanti tranquilla e il povero Valletto riuscì a riprendere fiato.
La catastrofe, però, era dietro l'angolo. E venne venerdì mattina sulla scrivania del direttore, sotto forma di una bella lettera in procedura automatica: licenziamento in tronco del direttore Frank M. Valletto per "violazione della procedura 219".
Frank andò su tutte le furie e passò il tempo a farsi rimpallare fra i vari uffici dell'amministrazione, ove praticamente tutti i consiglieri cascavano dalle nuvole, e alla disperata ricerca del segretario che aveva firmato la lettera di licenziamento.
Ma neanche trovare quel segretario servì a molto: aveva firmato la lettera perché era giunta con la normale procedura interna postale, assieme a decine di altre comunicazioni, per cui si era attenuto semplicemente alla procedura di portare alla firma del presidente tutti gli incartamenti della giornata, e quindi aveva inviato per posta tutto quanto.
Quella mattina, nel frattempo, finalmente uno dei tecnici del team venne a capo di quella oscura "direttiva 219": significa "Bisogna imparare con l'esperienza".
Il punto è che attenendosi a questo regolamento interno del team di programmazione del sistema, un programmatore con seri problemi aveva realizzato nella procedura di controllo dei nominativi di clienti e dipendenti una blacklist basata su determinati nomi. Fra cui "Mussolini", ossia il secondo nome dell'attuale direttore di filiale Frank Mussolini Valletto. La scheda di Valletto era stata caricata il martedì, quando il sistema era già stato avviato, e per questo non c'erano stati problemi. Viceversa il mercoledì il sistema non si era voluto avviare fino a venirne convinto con la forza dai tecnici, e il giovedì addirittura praticando la regola di imparare dall'esperienza, aveva bloccato anche le procedure usuali di sblocco manuale.
La situazione non era semplice, e il direttore si sentì discriminato palesemente e trascinò in causa il CdA della banca.
Durante il processo si determinò che la lettera di licenziamento era palesemente non valida, perché non esisteva una specifica richiesta da parte del CdA, bensì era stata emessa automaticamente dal computer, e nessuno si era preoccupato di visionarla, limitandosi a porre le firme e i contrassegni necessari per validarla. La cosa inquietante che si scoprì dopo pochi giorni dall'inizio del processo fu che invece molte delle persone coinvolte nella lettera non si fossero poste alcun dubbio sull'operato dei colleghi nell'emettere un licenziamento in tronco, supponendo che si trattasse di una giusta sanzione disciplinare nei confronti di Frank Mussolini Valletto, perché la filiale era rimasta chiusa due giorni di fila, e diversi clienti avevano chiuso i loro conti correnti e le loro linee di credito. Nessuno si era posto il problema che, nonostante la rigida e severa procedura interna, non fosse stata convocata alcuna assemblea dei membri per deliberare su un argomento tanto scottante.
Mesi dopo, il processo si conclude, e con esso il gigantesco tracollo finanziario della banca ormai boicottata da metà degli Stati Uniti per via del suo comportamento palesemente xenofobo.
Frank entrò nell'ufficio spoglio e si trovò faccia a faccia con quello che ormai era il suo ex presidente. Questi firmò un assegno di oltre 260 milioni di dollari, come risarcimento previsto dalla corte federale per il comportamento tenuto, e la lettera di licenziamento inviata con tanta leggerezza.
Era una cifra importante, ma soprattutto era l'ultima cifra che il gruppo bancario poteva permettersi. Per sempre, visto che Frank Valletto uscì da quell'ufficio con l'assegno ben nascosto nel taschino della giacca, e un sorriso sardonico a un lato della bocca, mentre una nutrita schiera di ufficiali giudiziari entrava nell'ufficio sequestrando, peraltro, la sedia del presidente del gruppo, nonché la stessa scrivania su cui l'uomo aveva appena firmato quell'assegno.
Poi mi girai sulla destra, ritornando sul mio letto e sentendo il caldo pancino di Rafael contro il mio torace. Le cinque di mattina: è ora di alzarsi e non pensare più a questi sogni assurdi ((-:
Direttore di filiale da solo un giorno: un gran risultato per un uomo che in banca c'era entrato una decina di anni prima facendo la gavetta con l'inizio dalla cassa.
Un gran risultato, indubbiamente. E questo nuovo sistema informatico installato da appena una settimana aveva reso l'efficienza della rete bancaria ancora più affidabile: tutte le filiali collegate con la sede in tempo reale, e controlli duplici su ogni singola transazione.
Quel lunedì passò come era normale, senza alcun problema, e alla chiusura alle 17 l'italo-americano Valletto tornò nella sua villa patronale poco fuori New York.
I problemi cominciarono il martedì mattina, quando tutti i terminali della filiale semplicemente non volevano aprirsi, con un laconico "Errore 219".
La mattina andava male, e fino alle 10:30 non si riusciva a venirne a capo, nonostante l'immediato intervento di un team tecnico altamente specializzato, ci vollero diversi reset, ripristini e recovery di km e km di nastri di backup per cercare di venirne a capo, ma almeno il geniale direttore Valletto verso le 9 di quella stessa mattina, vista la folla non indifferente di gente che premeva agli sportelli, aveva deciso intanto di operare manualmente e telefonicamente: certo, le cose non andavano ad una velocità decente, ma potevano funzionare.
Le operazioni in contanti erano però limitate, perché la cassaforte temporizzata, collegata anch'essa al sistema elettronico, non voleva saperne di aprirsi...
Finalmente verso le 11:30 il sistema si piegò al volere del team tecnico e, con molta lentezza, decise di collaborare e anche la cassaforte decise di aprirsi.
Il mercoledì andrò peggio.
Dopo aver trovato il medesimo difetto del giorno prima, i tecnici tentarono subito la strada avviata il giorno precedente, ma dopo qualche istante di sblocco, il sistema tornava ad essere caparbiamente congelato. Fu un giorno inutile, e costò non soltanto molte lamentele da parte di tutti i clienti, ma anche la perdita di qualcuno.
Al termine di una giornata non facile, il team tecnico aveva identificato il baco nella procedura del database dipendenti, ma non erano venuti a capo del motivo per cui la procedura si incartasse non appena andava a leggere l'elenco dei nomi, ove peraltro non apparivano errori di inserimento o codice sql malevolo iniettato in giro.
Ma pur non avendo in mente il motivo di questo blocco, il giovedì mattina il sistema era stato ripristinato usando la forza bruta: l'agenzia doveva saltare il controllo del database dipendenti, e grazie a questa forzatura la giornata andò avanti tranquilla e il povero Valletto riuscì a riprendere fiato.
La catastrofe, però, era dietro l'angolo. E venne venerdì mattina sulla scrivania del direttore, sotto forma di una bella lettera in procedura automatica: licenziamento in tronco del direttore Frank M. Valletto per "violazione della procedura 219".
Frank andò su tutte le furie e passò il tempo a farsi rimpallare fra i vari uffici dell'amministrazione, ove praticamente tutti i consiglieri cascavano dalle nuvole, e alla disperata ricerca del segretario che aveva firmato la lettera di licenziamento.
Ma neanche trovare quel segretario servì a molto: aveva firmato la lettera perché era giunta con la normale procedura interna postale, assieme a decine di altre comunicazioni, per cui si era attenuto semplicemente alla procedura di portare alla firma del presidente tutti gli incartamenti della giornata, e quindi aveva inviato per posta tutto quanto.
Quella mattina, nel frattempo, finalmente uno dei tecnici del team venne a capo di quella oscura "direttiva 219": significa "Bisogna imparare con l'esperienza".
Il punto è che attenendosi a questo regolamento interno del team di programmazione del sistema, un programmatore con seri problemi aveva realizzato nella procedura di controllo dei nominativi di clienti e dipendenti una blacklist basata su determinati nomi. Fra cui "Mussolini", ossia il secondo nome dell'attuale direttore di filiale Frank Mussolini Valletto. La scheda di Valletto era stata caricata il martedì, quando il sistema era già stato avviato, e per questo non c'erano stati problemi. Viceversa il mercoledì il sistema non si era voluto avviare fino a venirne convinto con la forza dai tecnici, e il giovedì addirittura praticando la regola di imparare dall'esperienza, aveva bloccato anche le procedure usuali di sblocco manuale.
La situazione non era semplice, e il direttore si sentì discriminato palesemente e trascinò in causa il CdA della banca.
Durante il processo si determinò che la lettera di licenziamento era palesemente non valida, perché non esisteva una specifica richiesta da parte del CdA, bensì era stata emessa automaticamente dal computer, e nessuno si era preoccupato di visionarla, limitandosi a porre le firme e i contrassegni necessari per validarla. La cosa inquietante che si scoprì dopo pochi giorni dall'inizio del processo fu che invece molte delle persone coinvolte nella lettera non si fossero poste alcun dubbio sull'operato dei colleghi nell'emettere un licenziamento in tronco, supponendo che si trattasse di una giusta sanzione disciplinare nei confronti di Frank Mussolini Valletto, perché la filiale era rimasta chiusa due giorni di fila, e diversi clienti avevano chiuso i loro conti correnti e le loro linee di credito. Nessuno si era posto il problema che, nonostante la rigida e severa procedura interna, non fosse stata convocata alcuna assemblea dei membri per deliberare su un argomento tanto scottante.
Mesi dopo, il processo si conclude, e con esso il gigantesco tracollo finanziario della banca ormai boicottata da metà degli Stati Uniti per via del suo comportamento palesemente xenofobo.
Frank entrò nell'ufficio spoglio e si trovò faccia a faccia con quello che ormai era il suo ex presidente. Questi firmò un assegno di oltre 260 milioni di dollari, come risarcimento previsto dalla corte federale per il comportamento tenuto, e la lettera di licenziamento inviata con tanta leggerezza.
Era una cifra importante, ma soprattutto era l'ultima cifra che il gruppo bancario poteva permettersi. Per sempre, visto che Frank Valletto uscì da quell'ufficio con l'assegno ben nascosto nel taschino della giacca, e un sorriso sardonico a un lato della bocca, mentre una nutrita schiera di ufficiali giudiziari entrava nell'ufficio sequestrando, peraltro, la sedia del presidente del gruppo, nonché la stessa scrivania su cui l'uomo aveva appena firmato quell'assegno.
Poi mi girai sulla destra, ritornando sul mio letto e sentendo il caldo pancino di Rafael contro il mio torace. Le cinque di mattina: è ora di alzarsi e non pensare più a questi sogni assurdi ((-:
lunedì 27 dicembre 2010
My Christmas Carol
Dicembre 2010, Londra. Vigilia di Natale. Mattina
E.S., presidente di una grossa corporazione che gestisce centri commerciali in metà Europa è nel suo ufficio. Sono le nove di mattina.
Improvvisamente bussano alla porta: una persona trafelata si fionda quindi dentro l'ufficio con una serie di cartellette e incartamenti in mano: -Mi scusi, signore: c'è un traffico tremendo per via della vigilia, ed ho trovato pure la neve per strada.
E.S. alza lo sguardo dallo schermo del portatile che ha sulla scrivania, e tira un'occhiataccia al suo segretario, poi ritorna con lo sguardo e la concentrazione alle immagini del computer.
Mentre l'uomo appena arrivato deposita tutte le cartellette sulla scrivania accanto a quella presidenziale, e si avvicina alla parete per appendere il cappottone imbiancato dalla neve che sta cercando di togliersi velocemente, però, E.S. riprende la parola senza distogliere lo sguardo: -Lo so che c'è confusione, Mike. Ma lo sapevi anche tu che sarebbe stato così oggi. Potevi organizzarti meglio e partire qualche minuto prima, o forse vorresti dirmi che dovevi accompagnare i tuoi figli a scuola?
Mike si ferma vicino alla parete con la giacca in mano: -Ha ragione, signore. Mi scusi, non si ripeterà più.
-È già pronto tutto? Lo sai che domani non possiamo sbagliare. Ci sarà un sacco da lavorare, però.
Il repentino cambio di argomento da parte di E.S. lascia per un istante il giovane segretario con le sopracciglia alzate, ma poi torna l'abitudine al lavoro e subito risponde: -Naturalmente. Tutto organizzato sin nei minimi dettagli: domani mattina alle otto in punto saremo tutti quanti qui; non un solo dipendente si è azzardato di proporre scuse o prendere giorni di malattia. Sappiamo tutti quanti che ci sarà del lavoro duro da fare, ma siamo tutti pronti, stia sicuro, signore.
Il presidente accenna una specie di abbozzo di sorriso e poi i due cominciano la giornata analizzando conti e studiando strategie commerciali da applicarsi con l'anno nuovo.
Giunge finalmente la sera, si fanno le 19 e il grande edificio di uffici chiude. Mike e il presidente escono dallo stabile deserto.
-Uff, si è fatto tardi, ma è la sera della Vigilia. Signore, è sicuro di non voler venire da noi in questa cena di Natale?
Mike si rivolge con un sorriso amichevole al suo presidente, nonostante l'espressione stanca di entrambi, ma quest'ultimo lo guarda di sottecchi con un'espressione scura: -Sai bene cosa ne penso di Natale, per cui lasciami perdere. A domani.
E.S. arriva davanti alla casa, un po' defilata dal centro città. Grande, austera e vuota. Si avvicina alla porta e guarda il battacchio di ottone in stile antico. Il solito leone che tiene l'anello gli fa l'occhiolino.
E.S. rimane surgelato davanti alla porta e comincia a guardare il fregio, che appare statico e freddo come al solito. L'uomo fa spallucce e varca la porta d'ingresso, chiudendosela alle spalle con un colpo secco.
Serata. E.S. è da solo, in casa, in vestaglia e davanti al caminetto acceso in un salone molto grande. Si siede in poltrona con un bicchiere di brandy in mano, quando all'improvviso sente un rumore secco che risuona dalla stanza adiacente.
-Ma che...?
La porta si spalanca con un colpo secco e una figura evanescente si fionda dentro la camera, trascinandosi appresso delle catene attaccate a dei grossi macigni.
E.S. è letteralmente paralizzato da questa visione: l'uomo si avvicina al piano-bar, si versa una copiosa dose di scotch in un bicchiere e poi si posiziona malamente sulla poltrona da cui E.S. è schizzato via quando ha assistito a quella visione assurda.
Una veloce sgargarozzata di quasi tutto il bicchiere, un commentaccio a proposito del bicchiere che il fantasma continua a tenere con la mano sinistra, e poi stende il braccio puntandolo verso l'uomo, che sta abbandonando il terrore per cercare di capire chi sia quell'entità. Poi il fantasma comincia a parlare, come un fiume in piena avvolge l'uomo di parole: -Ebenizer Scrooge: suppongo che tu ti stia ricordando di me, sono Jacob, il tuo vecchio socio. Sono qui per lanciarti un messaggio: non fare il mio stesso errore, mio buon amico. Non isolarti e non morire da solo come ho fatto io. Non puoi portarti i soldi nella tomba, e finirai come me e a cercare di vedere la luce nell'oscurità dell'aldilà, senza una meta fino alla fine dei tempi. Questa notte riceverai la visita di altri tre spiriti, come me, che ti mostreranno come puoi cambiare. Ora devo andare, vecchio bastardo. Ricordati delle mie parole: i tuoi soldi non ti seguiranno nella tomba.
La figura evanescente scompare come in una specie di dissolvenza. Il bicchiere che stringeva in mano con un residuo di whisky cade sulla moquette con un tonfo sordo e macchiando in terra. Ci vogliono diversi minuti prima che E.S., sconvolto, si riscossa dalla sua catatonia.
-Il mio ex socio... Jacob?
Passano un paio d'ore, l'uomo molto preoccupato da questa strana storia è ormai in camera da letto, e sta per infilarsi fra il calore del piumone, quando uno scricchiolio scuote il corridoio fuori dalla camera.
La porta della camera da letto (chiusa a chiave, nonostante l'uomo fosse da solo) si spalanca di schianto con un rumore violentissimo. Ne entra una figura simile a una bambina di neanche dodici anni, meno incorporea del fantasma che ha visitato l'uomo solo un paio d'ore prima; si avvicina, gli acchiappa una mano e comincia: -Buona sera, Ebenizer. Io sono lo spirito dei natali passati e sono qui per farti rivedere come hai vissuto questo periodo dell'anno nel passato.
-Ma, ma io...
-Oh, taci, abbiamo fretta.
La ragazzina da uno strattone al braccio di E.S., la stanza cade nell'oscurità e improvvisamente i due si trovano sul balcone di un grosso condominio. La bambina continua: -Non possono vederci, né toccarci, ma noi potremo vivere questa storia in tempo reale, come un film. Vieni, Ebenizer: entriamo.
-Ma io...
-Non discutere, brutto idiota, guarda che cosa succedeva a Natale quando eri piccolo. Vedrai se non ti commuoverai quando rivedrai i tuoi genitori!
La scena è molto semplice: i due genitori e il ragazzino dai lineamenti molto simili a quelli di E.S. sono seduti intorno alla tavola. Su un mobile alla parete un televisore a colori da 28" manda in onda il telegiornale della sera. Uno sparuto albero di natale con quattro palline e quattro luci è nell'angolo opposto della cucina. Padre e figlio stanno discutendo piacevolmente.
-Papà... io glielo ho spiegato che pensare ad essere buoni una volta l'anno, e dimenticarsi degli affetti per il resto dell'anno è molto ipocrita, ma non ci sono santi di farglielo capire a quella testaccia dura.
-Sai bene che gli atei come noi sono sempre visti di cattivo occhio da chi non riesce a guardare oltre il lume del proprio naso, ma che cosa ci vuoi fare?
-Niente: l'importante è andare avanti per la propria strada tenendo il massimo rispetto per coloro i quali hanno invece deciso di seguire altre strade. Finché c'è rispetto, c'è tutto.
-Bravo, belle parole. E tanto ormai negli ultimi anni il valore spirituale di questa festa è andato sempre più scemando, in favore del valore commerciale. E secondo me invece non dovresti sottovalutare questa funzione, specie in vista di future ipotesi lavorative nel campo della grande distribuzione.
-Ma certo! Un'occasione del genere non ho nessuna intenzione di farmela sfuggire. Vaben, io sono stanco, finiamo di mangiare che vado a dormire.
La bambina guarda E.S. sconvolta: -Ma... ma.... ma che razza di cena della Vigilia sarebbe mai questa?
-Ma noi da sempre siamo at...
E.S. si interrompe, mentre la bambina comincia a singhiozzare rumorosamente, e quindi scoppia in un pianto disperato, prende per il braccio E.S. e lo tira indietro. Un istante di buio e i due si trovano di nuovo nella camera da letto di E.S., che si avvicina alla bambina e cerca di abbracciarla per rincuorarla un po', ma scopre che ella è evanescente come un fantasma, e non è in grado di toccarla.
Passano pochissimi istanti, e una seconda figura supera la porta della camera da letto. È un uomo altissimo, quasi un gigante: sarà alto almeno due metri e trenta, ha dovuto piegarsi in avanti per passare dall'uscio e ora rischia di dare una sonora capocciata al lampadario in vetro di Murano che scende dal tetto della camera. Non è solo altissimo, è letteralmente enorme: ha una rotondità non indifferente e il fisico di un camionista norvegese in piena attività. Non appena entra e assiste a quella scena, diventa furioso: -Ma che cosa succede? Ma questo non mi era mai successo! Ebenizer, che cosa hai combinato?
-Ma io non...
Afferra l'esile (in confronto...) E.S. per il braccio sinistro e lo scuote violentemente: -A quanto pare con te sarà più difficile del previsto, eh? Bene, niente paura: io sono lo spirito del natale presente e ti farò scoprire che cosa ne pensa di te chi lavora con te, i tuoi collaboratori e soprattutto... vieni con me!
Un altro strattone, di nuovo buio, e di nuovo luce. In mezzo alla strada, nel quartiere dove abita Mike. Lo spirito del Natale presente prende E.S. di peso e lo spinge contro la porta di casa. E.S. la attraversa come un fantasma, ma poi si spalma contro la parete opposta a circa un metro con un tonfo secco.
Mentre il povero E.S. si allontana dalla parete e comincia a tastarsi il naso per capire se è tutto intero (rendendosi conto che la sua immagine non si riflette nello specchio accanto al punto ove è andato a sbattere) il fantasma lo prende per l'avambraccio destro e lo tira sulla sua destra, fino a raggiungere il salone della casa di Mike.
La tavola è apparecchiata, e sono presenti varie decorazioni natalizie, compreso un albero di natale piacevolmente decorato, delle calze rosse attaccate a una mensola sulla parete e persino due palline rosse attaccate alla carrozzina parcheggiata a capotavola.
Mike e la moglie sono in piedi ai lati della carrozzina, su cui è seduto un bambino dell'apparente età di otto anni, senza capelli né sopraciglia, con degli occhi di un blu così profondo che potresti annegare nel suo sguardo. La sua espressione è molto serafica, e mentre gli altri parenti stanno discutendo del posto di lavoro di Mike, prende la parola con qualche difficoltà ma un tono risoluto: -Smettetela. D'accordo, non è venuto qui, ma ha comunque rispetto di noi, e noi dobbiamo rispettare le sue scelte spirituali. Prima di tutto perché noi non possiamo giudicare un uomo solo perché ha deciso di non festeggiare il Santo Natale, giudicare è un compito di Dio. Secondo, perché comunque è Natale, e dobbiamo mostrarci comprensivi e rispettosi per il nostro prossimo, soprattutto per l'uomo che ha fatto così tanto per la nostra famiglia.
Commenti di approvazione girano per la tavola, sopra tutti quanti quello della madre: -Bravo Timmy. Belle parole, le tue. E in fondo anche se domani tuo padre sarà in ufficio già di mattina presto, sarà comunque un Natale splendido.
Lo spirito del natale presente guarda la scena strabuzzando gli occhi, poi si gira di scatto verso E.S.: -Ebenizer vuoi spiegarmi che diavolo significa?
Gli da uno spintone e in un breve istante di oscurità ritornano nella camera da letto, dove la bambina è ancora lì in lacrime. Una terza figura con un saio nero e incappucciato entra nella stanza, mentre E.S. prende la parola: -È quello che sto cercando di dire da un pezzo. Prima di tutto io...
E.S. si ferma osservando la figura incappucciata che lo guarda puntandogli contro una mano ossuta che fa capolino da una manica troppo larga.
-Spirito del natale futuro, eh? E vuoi portare Ebenizer Scrooge con te a mostrargli che cosa lo aspetta nel natale del futuro, giusto? Bene. Aspetta uno stramaledetto istante, adesso.
Un ruggito cupo risuona per la stanza, ma lo spirito del natale presente gli indica la bambina che piange e gli fa: -Un minuto, Bruce. C'è qualcosa che non va...
-Ecco, appunto. Intanto io non so chi diavolo sia questo Ebenizer Scrooge che continuate a cercare, anche perché io mi chiamo Erbert Soorce! E avevo cercato di spiegarlo a quell'altro squinternato di... come si chiama, Jack?
-Jacob- lo corregge lo spirito del natale futuro con una voce cupa.
-Sì, Jacob. Il mio ex socio? Ma quale ex socio? Io vinsi alla lotteria dieci anni fa e ho aperto i grandi magazzini Soorce da solo! Quale cavolo di socio?
Si gira, guardando in direzione del terzo spirito: -E ora? Vuoi farmi vedere il natale futuro? Andiamo pure! Vuoi mostrarmi Mike e la moglie che piangono sulla tomba del piccolo Timmy? Lo so già. Lo sappiamo già tutti quanti: Timmy è un malato terminale di cancro. Gli hanno amputato le gambe, e ogni settimana si sottopone a massacranti cicli di chemioterapia e radioterapia, che lo lasciano debilitato anche per due giorni. Eppure lui per primo se ne è fatta una ragione. Ha una forza incredibile, quel povero bambino: il suo semplice sorriso mi ha insegnato più cose di quante abbiate cercato di farmene imparare voi tre, anzi quattro squinternati in una intera stramaledetta serata. Altrimenti perché pensate che sono io a pagare tutte le sue costosissime spese mediche?
La bambina, continando a singhiozzare, alza lo sguardo e chiede, incredula: -Sei tu che paghi le sue spese mediche?
-Andiamo: Mike con il solo stipendio di segretario non riuscirebbe a donare alla sua famiglia quella dignità che li fa andare avanti ogni giorno! Lo considero un brav'uomo, che non merita di vivere un dolore così grande!
Dalla porta spuntò Jacob, puntando baldanzoso il dito contro Erbert: -Ma Mike domani sarà al lavoro, anzi lo saranno tutti quanti. L'hai detto tu stamattina, e lui l'ha confermato. Avete detto che ci sarà molto da lavorare! Mike sarà lontano dalla famiglia...
-E certo! Le decorazioni non si metteranno da sole in sala, e c'è bisogno di cucinare per tutti i dipendenti, ma siamo tutti quanti felici di poter passare una giornata in compagnia e in allegria, forse in nome del natale, ma soprattutto in nome del rapporto di fiducia e amicizia che ci lega tutti quanti. Mike mi ha promesso che con molti dipendenti verranno di mattina presto, mentre i familiari ci raggiungeranno solo a ora di pranzo!
-Cosa?
-Domani abbiamo il pranzo aziendale di natale, nonché la festa per tutti i figli dei dipendenti. Come ho già fatto negli ultimi cinque anni mi vestirò da Babbo Natale e consegnerò regali a tutti i bambini dei dipendenti.- Erbert si fermò, fece un sospiro e i suoi occhi divennero lucidi. -Me lo chiese Timmy quando era più piccolo, e io non ho avuto bisogno di pensarci un solo istante, prima di promettergli che avrei organizzato la festa di natale aziendale ogni anno. Visto? Non c'è bisogno di spiritualità per fare delle buone azioni.
I quattro fantasmi uscirono dalla stanza, visibilmente commossi, tenendosi spalla su spalla. Aver sbagliato il proprio lavoro è seccante, ma aver cercato di lanciare un messaggio a una persona come Erbert Soorce era stato l'errore più stupido che mai si potesse fare. L'ultima frase che echeggiò nella stanza, prima che la porta si richiudesse, fu quella di Erbert, che concludeva: -Ad ogni modo, se vorrete unirvi a noi domani, ne saremo molto lieti tutti quanti. Per me il natale non è altro che un giorno festivo sul calendario, in cui si chiude bottega. Ma questo non ci proibisce di riunirci tutti insieme per un momento di spensieratezza, lontani dallo stress e dal tran tran quotidiano del lavoro, riscoprendo l'altissimo valore dell'amicizia, e della famiglia.
E.S., presidente di una grossa corporazione che gestisce centri commerciali in metà Europa è nel suo ufficio. Sono le nove di mattina.
Improvvisamente bussano alla porta: una persona trafelata si fionda quindi dentro l'ufficio con una serie di cartellette e incartamenti in mano: -Mi scusi, signore: c'è un traffico tremendo per via della vigilia, ed ho trovato pure la neve per strada.
E.S. alza lo sguardo dallo schermo del portatile che ha sulla scrivania, e tira un'occhiataccia al suo segretario, poi ritorna con lo sguardo e la concentrazione alle immagini del computer.
Mentre l'uomo appena arrivato deposita tutte le cartellette sulla scrivania accanto a quella presidenziale, e si avvicina alla parete per appendere il cappottone imbiancato dalla neve che sta cercando di togliersi velocemente, però, E.S. riprende la parola senza distogliere lo sguardo: -Lo so che c'è confusione, Mike. Ma lo sapevi anche tu che sarebbe stato così oggi. Potevi organizzarti meglio e partire qualche minuto prima, o forse vorresti dirmi che dovevi accompagnare i tuoi figli a scuola?
Mike si ferma vicino alla parete con la giacca in mano: -Ha ragione, signore. Mi scusi, non si ripeterà più.
-È già pronto tutto? Lo sai che domani non possiamo sbagliare. Ci sarà un sacco da lavorare, però.
Il repentino cambio di argomento da parte di E.S. lascia per un istante il giovane segretario con le sopracciglia alzate, ma poi torna l'abitudine al lavoro e subito risponde: -Naturalmente. Tutto organizzato sin nei minimi dettagli: domani mattina alle otto in punto saremo tutti quanti qui; non un solo dipendente si è azzardato di proporre scuse o prendere giorni di malattia. Sappiamo tutti quanti che ci sarà del lavoro duro da fare, ma siamo tutti pronti, stia sicuro, signore.
Il presidente accenna una specie di abbozzo di sorriso e poi i due cominciano la giornata analizzando conti e studiando strategie commerciali da applicarsi con l'anno nuovo.
Giunge finalmente la sera, si fanno le 19 e il grande edificio di uffici chiude. Mike e il presidente escono dallo stabile deserto.
-Uff, si è fatto tardi, ma è la sera della Vigilia. Signore, è sicuro di non voler venire da noi in questa cena di Natale?
Mike si rivolge con un sorriso amichevole al suo presidente, nonostante l'espressione stanca di entrambi, ma quest'ultimo lo guarda di sottecchi con un'espressione scura: -Sai bene cosa ne penso di Natale, per cui lasciami perdere. A domani.
E.S. arriva davanti alla casa, un po' defilata dal centro città. Grande, austera e vuota. Si avvicina alla porta e guarda il battacchio di ottone in stile antico. Il solito leone che tiene l'anello gli fa l'occhiolino.
E.S. rimane surgelato davanti alla porta e comincia a guardare il fregio, che appare statico e freddo come al solito. L'uomo fa spallucce e varca la porta d'ingresso, chiudendosela alle spalle con un colpo secco.
Serata. E.S. è da solo, in casa, in vestaglia e davanti al caminetto acceso in un salone molto grande. Si siede in poltrona con un bicchiere di brandy in mano, quando all'improvviso sente un rumore secco che risuona dalla stanza adiacente.
-Ma che...?
La porta si spalanca con un colpo secco e una figura evanescente si fionda dentro la camera, trascinandosi appresso delle catene attaccate a dei grossi macigni.
E.S. è letteralmente paralizzato da questa visione: l'uomo si avvicina al piano-bar, si versa una copiosa dose di scotch in un bicchiere e poi si posiziona malamente sulla poltrona da cui E.S. è schizzato via quando ha assistito a quella visione assurda.
Una veloce sgargarozzata di quasi tutto il bicchiere, un commentaccio a proposito del bicchiere che il fantasma continua a tenere con la mano sinistra, e poi stende il braccio puntandolo verso l'uomo, che sta abbandonando il terrore per cercare di capire chi sia quell'entità. Poi il fantasma comincia a parlare, come un fiume in piena avvolge l'uomo di parole: -Ebenizer Scrooge: suppongo che tu ti stia ricordando di me, sono Jacob, il tuo vecchio socio. Sono qui per lanciarti un messaggio: non fare il mio stesso errore, mio buon amico. Non isolarti e non morire da solo come ho fatto io. Non puoi portarti i soldi nella tomba, e finirai come me e a cercare di vedere la luce nell'oscurità dell'aldilà, senza una meta fino alla fine dei tempi. Questa notte riceverai la visita di altri tre spiriti, come me, che ti mostreranno come puoi cambiare. Ora devo andare, vecchio bastardo. Ricordati delle mie parole: i tuoi soldi non ti seguiranno nella tomba.
La figura evanescente scompare come in una specie di dissolvenza. Il bicchiere che stringeva in mano con un residuo di whisky cade sulla moquette con un tonfo sordo e macchiando in terra. Ci vogliono diversi minuti prima che E.S., sconvolto, si riscossa dalla sua catatonia.
-Il mio ex socio... Jacob?
Passano un paio d'ore, l'uomo molto preoccupato da questa strana storia è ormai in camera da letto, e sta per infilarsi fra il calore del piumone, quando uno scricchiolio scuote il corridoio fuori dalla camera.
La porta della camera da letto (chiusa a chiave, nonostante l'uomo fosse da solo) si spalanca di schianto con un rumore violentissimo. Ne entra una figura simile a una bambina di neanche dodici anni, meno incorporea del fantasma che ha visitato l'uomo solo un paio d'ore prima; si avvicina, gli acchiappa una mano e comincia: -Buona sera, Ebenizer. Io sono lo spirito dei natali passati e sono qui per farti rivedere come hai vissuto questo periodo dell'anno nel passato.
-Ma, ma io...
-Oh, taci, abbiamo fretta.
La ragazzina da uno strattone al braccio di E.S., la stanza cade nell'oscurità e improvvisamente i due si trovano sul balcone di un grosso condominio. La bambina continua: -Non possono vederci, né toccarci, ma noi potremo vivere questa storia in tempo reale, come un film. Vieni, Ebenizer: entriamo.
-Ma io...
-Non discutere, brutto idiota, guarda che cosa succedeva a Natale quando eri piccolo. Vedrai se non ti commuoverai quando rivedrai i tuoi genitori!
La scena è molto semplice: i due genitori e il ragazzino dai lineamenti molto simili a quelli di E.S. sono seduti intorno alla tavola. Su un mobile alla parete un televisore a colori da 28" manda in onda il telegiornale della sera. Uno sparuto albero di natale con quattro palline e quattro luci è nell'angolo opposto della cucina. Padre e figlio stanno discutendo piacevolmente.
-Papà... io glielo ho spiegato che pensare ad essere buoni una volta l'anno, e dimenticarsi degli affetti per il resto dell'anno è molto ipocrita, ma non ci sono santi di farglielo capire a quella testaccia dura.
-Sai bene che gli atei come noi sono sempre visti di cattivo occhio da chi non riesce a guardare oltre il lume del proprio naso, ma che cosa ci vuoi fare?
-Niente: l'importante è andare avanti per la propria strada tenendo il massimo rispetto per coloro i quali hanno invece deciso di seguire altre strade. Finché c'è rispetto, c'è tutto.
-Bravo, belle parole. E tanto ormai negli ultimi anni il valore spirituale di questa festa è andato sempre più scemando, in favore del valore commerciale. E secondo me invece non dovresti sottovalutare questa funzione, specie in vista di future ipotesi lavorative nel campo della grande distribuzione.
-Ma certo! Un'occasione del genere non ho nessuna intenzione di farmela sfuggire. Vaben, io sono stanco, finiamo di mangiare che vado a dormire.
La bambina guarda E.S. sconvolta: -Ma... ma.... ma che razza di cena della Vigilia sarebbe mai questa?
-Ma noi da sempre siamo at...
E.S. si interrompe, mentre la bambina comincia a singhiozzare rumorosamente, e quindi scoppia in un pianto disperato, prende per il braccio E.S. e lo tira indietro. Un istante di buio e i due si trovano di nuovo nella camera da letto di E.S., che si avvicina alla bambina e cerca di abbracciarla per rincuorarla un po', ma scopre che ella è evanescente come un fantasma, e non è in grado di toccarla.
Passano pochissimi istanti, e una seconda figura supera la porta della camera da letto. È un uomo altissimo, quasi un gigante: sarà alto almeno due metri e trenta, ha dovuto piegarsi in avanti per passare dall'uscio e ora rischia di dare una sonora capocciata al lampadario in vetro di Murano che scende dal tetto della camera. Non è solo altissimo, è letteralmente enorme: ha una rotondità non indifferente e il fisico di un camionista norvegese in piena attività. Non appena entra e assiste a quella scena, diventa furioso: -Ma che cosa succede? Ma questo non mi era mai successo! Ebenizer, che cosa hai combinato?
-Ma io non...
Afferra l'esile (in confronto...) E.S. per il braccio sinistro e lo scuote violentemente: -A quanto pare con te sarà più difficile del previsto, eh? Bene, niente paura: io sono lo spirito del natale presente e ti farò scoprire che cosa ne pensa di te chi lavora con te, i tuoi collaboratori e soprattutto... vieni con me!
Un altro strattone, di nuovo buio, e di nuovo luce. In mezzo alla strada, nel quartiere dove abita Mike. Lo spirito del Natale presente prende E.S. di peso e lo spinge contro la porta di casa. E.S. la attraversa come un fantasma, ma poi si spalma contro la parete opposta a circa un metro con un tonfo secco.
Mentre il povero E.S. si allontana dalla parete e comincia a tastarsi il naso per capire se è tutto intero (rendendosi conto che la sua immagine non si riflette nello specchio accanto al punto ove è andato a sbattere) il fantasma lo prende per l'avambraccio destro e lo tira sulla sua destra, fino a raggiungere il salone della casa di Mike.
La tavola è apparecchiata, e sono presenti varie decorazioni natalizie, compreso un albero di natale piacevolmente decorato, delle calze rosse attaccate a una mensola sulla parete e persino due palline rosse attaccate alla carrozzina parcheggiata a capotavola.
Mike e la moglie sono in piedi ai lati della carrozzina, su cui è seduto un bambino dell'apparente età di otto anni, senza capelli né sopraciglia, con degli occhi di un blu così profondo che potresti annegare nel suo sguardo. La sua espressione è molto serafica, e mentre gli altri parenti stanno discutendo del posto di lavoro di Mike, prende la parola con qualche difficoltà ma un tono risoluto: -Smettetela. D'accordo, non è venuto qui, ma ha comunque rispetto di noi, e noi dobbiamo rispettare le sue scelte spirituali. Prima di tutto perché noi non possiamo giudicare un uomo solo perché ha deciso di non festeggiare il Santo Natale, giudicare è un compito di Dio. Secondo, perché comunque è Natale, e dobbiamo mostrarci comprensivi e rispettosi per il nostro prossimo, soprattutto per l'uomo che ha fatto così tanto per la nostra famiglia.
Commenti di approvazione girano per la tavola, sopra tutti quanti quello della madre: -Bravo Timmy. Belle parole, le tue. E in fondo anche se domani tuo padre sarà in ufficio già di mattina presto, sarà comunque un Natale splendido.
Lo spirito del natale presente guarda la scena strabuzzando gli occhi, poi si gira di scatto verso E.S.: -Ebenizer vuoi spiegarmi che diavolo significa?
Gli da uno spintone e in un breve istante di oscurità ritornano nella camera da letto, dove la bambina è ancora lì in lacrime. Una terza figura con un saio nero e incappucciato entra nella stanza, mentre E.S. prende la parola: -È quello che sto cercando di dire da un pezzo. Prima di tutto io...
E.S. si ferma osservando la figura incappucciata che lo guarda puntandogli contro una mano ossuta che fa capolino da una manica troppo larga.
-Spirito del natale futuro, eh? E vuoi portare Ebenizer Scrooge con te a mostrargli che cosa lo aspetta nel natale del futuro, giusto? Bene. Aspetta uno stramaledetto istante, adesso.
Un ruggito cupo risuona per la stanza, ma lo spirito del natale presente gli indica la bambina che piange e gli fa: -Un minuto, Bruce. C'è qualcosa che non va...
-Ecco, appunto. Intanto io non so chi diavolo sia questo Ebenizer Scrooge che continuate a cercare, anche perché io mi chiamo Erbert Soorce! E avevo cercato di spiegarlo a quell'altro squinternato di... come si chiama, Jack?
-Jacob- lo corregge lo spirito del natale futuro con una voce cupa.
-Sì, Jacob. Il mio ex socio? Ma quale ex socio? Io vinsi alla lotteria dieci anni fa e ho aperto i grandi magazzini Soorce da solo! Quale cavolo di socio?
Si gira, guardando in direzione del terzo spirito: -E ora? Vuoi farmi vedere il natale futuro? Andiamo pure! Vuoi mostrarmi Mike e la moglie che piangono sulla tomba del piccolo Timmy? Lo so già. Lo sappiamo già tutti quanti: Timmy è un malato terminale di cancro. Gli hanno amputato le gambe, e ogni settimana si sottopone a massacranti cicli di chemioterapia e radioterapia, che lo lasciano debilitato anche per due giorni. Eppure lui per primo se ne è fatta una ragione. Ha una forza incredibile, quel povero bambino: il suo semplice sorriso mi ha insegnato più cose di quante abbiate cercato di farmene imparare voi tre, anzi quattro squinternati in una intera stramaledetta serata. Altrimenti perché pensate che sono io a pagare tutte le sue costosissime spese mediche?
La bambina, continando a singhiozzare, alza lo sguardo e chiede, incredula: -Sei tu che paghi le sue spese mediche?
-Andiamo: Mike con il solo stipendio di segretario non riuscirebbe a donare alla sua famiglia quella dignità che li fa andare avanti ogni giorno! Lo considero un brav'uomo, che non merita di vivere un dolore così grande!
Dalla porta spuntò Jacob, puntando baldanzoso il dito contro Erbert: -Ma Mike domani sarà al lavoro, anzi lo saranno tutti quanti. L'hai detto tu stamattina, e lui l'ha confermato. Avete detto che ci sarà molto da lavorare! Mike sarà lontano dalla famiglia...
-E certo! Le decorazioni non si metteranno da sole in sala, e c'è bisogno di cucinare per tutti i dipendenti, ma siamo tutti quanti felici di poter passare una giornata in compagnia e in allegria, forse in nome del natale, ma soprattutto in nome del rapporto di fiducia e amicizia che ci lega tutti quanti. Mike mi ha promesso che con molti dipendenti verranno di mattina presto, mentre i familiari ci raggiungeranno solo a ora di pranzo!
-Cosa?
-Domani abbiamo il pranzo aziendale di natale, nonché la festa per tutti i figli dei dipendenti. Come ho già fatto negli ultimi cinque anni mi vestirò da Babbo Natale e consegnerò regali a tutti i bambini dei dipendenti.- Erbert si fermò, fece un sospiro e i suoi occhi divennero lucidi. -Me lo chiese Timmy quando era più piccolo, e io non ho avuto bisogno di pensarci un solo istante, prima di promettergli che avrei organizzato la festa di natale aziendale ogni anno. Visto? Non c'è bisogno di spiritualità per fare delle buone azioni.
I quattro fantasmi uscirono dalla stanza, visibilmente commossi, tenendosi spalla su spalla. Aver sbagliato il proprio lavoro è seccante, ma aver cercato di lanciare un messaggio a una persona come Erbert Soorce era stato l'errore più stupido che mai si potesse fare. L'ultima frase che echeggiò nella stanza, prima che la porta si richiudesse, fu quella di Erbert, che concludeva: -Ad ogni modo, se vorrete unirvi a noi domani, ne saremo molto lieti tutti quanti. Per me il natale non è altro che un giorno festivo sul calendario, in cui si chiude bottega. Ma questo non ci proibisce di riunirci tutti insieme per un momento di spensieratezza, lontani dallo stress e dal tran tran quotidiano del lavoro, riscoprendo l'altissimo valore dell'amicizia, e della famiglia.
giovedì 23 dicembre 2010
L'edificio
Il paese non è molto grande, mi ricorda una via di mezzo fra Città Giardino e Borgo Valsugana. Sulla stradina fra le case c'è il classico groviglio di auto parcheggiate, uno, forse due posti liberi già da tempo. Ma noi stiamo aspettando nascosti nella mia Ford parcheggiata dal pomeriggio.
Poi, finalmente, arriva. Si tratta di una vecchissima Peugeot 205 rossa, mezza arrugginita, mezza scassata e con i segni di un tamponamento sulla fiancata anteriore sinistra molto violento, riparato alla pene di segugio, e con segni di ruggine che fanno intendere si tratti di un incidente molto vecchio.
Gaetano ha attirato la mia attenzione indicandomi l'auto che arranca verso un parcheggio poco scostato davanti a noi: -È il momento. Tieniti pronto e andiamo.
Guardo l'auto con molta indecisione: mi viene molto difficile credere che sia la porta verso quella che promette di essere un'avventura, ma non solo per rappresentare un modo interessante di trascorrere una notte, quanto piuttosto per capire una volta per tutte che cosa succede lì sotto in Ortigia, dove dovremmo essere diretti fra poco.
La persona che scende dalla 205 è un uomo basso, tarchiato, sulla sessantina. Pochi capelli bianco-giallognoli e una barba incolta che incornicia una faccia piena di rughe e nei; due occhietti neri e sorcini che sembrano scrutare in tutte le direzioni. Sbatte in malo modo lo sportello e si allontana in direzione di un portone sulla sinistra. Ci sono delle palazzine di due-tre piani che sembrano il risultato dell'edilizia moderna degli anni '90, e appaiono con colori gradevoli che non si stagliano bene nell'oscurità, e l'interno dell'androne da cui si riesce a vedere dall'esterno le pareti di cemento armato lasciate grezze e con il segno delle assi di carpenteria che hanno creato il box per il calcestruzzo.
Restiamo fermi in auto, in attesa. La luce sulla scala si spegne e rimane solo la fioca illuminazione interna. Non guardo Gaetano, sul sedile del passeggero, ma è a lui che mi rivolgo: -Ma... non l'ha neppure chiusa a chiave?
-Non credo che la serratura dello sportello funzioni. Anzi: guarda in che condizioni la tiene: pensa che nessuno potrebbe mai rubargliela.
Gaetano esce silenziosamente dall'auto. Lo seguo e ci avviciniamo con fare furtivo a quel catorcio, poi quasi strisciando la raggiungiamo e montiamo a bordo. Solo un attimo, e poco prima che Gaetano provi a strappare i cavetti per accenderla, mi scopro a fare un gesto molto americano: abbasso il parasole consunto sul lato guidatore, e il mazzo di chiavi ne salta fuori laconico.
Ci guardiamo nell'oscurità, soffocando una risata, poi con molta attenzione Gaetano inserisce le chiavi e accende il quadro. Un respiro profondo e gira la chiave. Il motore parte al primo colpo: retromarcia e ci allontaniamo lentamente e silenziosamente, poi usciamo dal palazzo e via a tutta velocità.
Percorriamo strade non ben identificate, in mezzo ad agglomerati di case, per quasi un'ora, giungendo infine a Siracusa dal lato del Villaggio Miano. Gaetano continua tranquillo in direzione di Ortigia, poi finalmente prendiamo la sopraelevata che, accanto al ponte umbertino, sale in direzione del retro di Ortigia.
L'isola di Ortigia appare come un agglomerato di periferia di un ambiente modernissimo. Ci sono grattacieli, ma in mezzo sbucano palazzi antichi e reperti archeologici (la sopraelevata ha un gigantesco pilone di metallo che si spalma al centro del Tempio di Apollo (mafia e interessi economici hanno prevaricato sull'interesse storico?). Arriviamo quasi all'altezza del lungomare, e ci fermiamo. Qualcuno arriva da un bugigattolo fra due grattacieli, ove appare una piccola costruzione mezza diroccata. Non facciamo domande, e neanche lui ne fa a noi: si limita ad accompagnarci dentro la costruzione.
Prendiamo una scala, e scendiamo subito sotto al livello della strada. A questo punto percorriamo un corridoio molto lungo, scarsamente illuminato e con diverse infiltrazioni d'acqua e macchie di muffa in giro, anche se appare come di muratura.
Dopo diversi minuti di camminata arriviamo davanti ad una porta. Il tizio che ci accompagna apre la porta e ci fa cenno di entrare, poi la chiude rimanendo fuori.
Siamo in una specie di montacarichi in metallo arrugginito. C'è una sola lampadina che pende dal tetto: Gaetano mi guarda con un'espressione interrogativa. Io mi avvicino alla porta, ove c'è una pulsantiera consunta con solo due tasti. Premo quello più in alto e il montacarichi si avvia con uno scossone e una serie inquietante di cigolii di metallo: -Ormai siamo arrivati a questo punto, non possiamo fermarci...
L'ascensore si muove ad una velocità più o meno normale, e davanti all'ingresso scorre solo una parete impolverata e bisunta. Passano almeno cinque minuti, quando finalmente ci troviamo davanti ad un'apertura con la porta scardinata e una serie di fili elettrici che vengono fuori dalla serratura. Stiamo per saltare fuori al volo, ma l'ascensore si ferma all'altezza di questo strano piano. Scendiamo e giriamo lungo un corridoio che ha una parete sulla destra e una serie di finestre sulla sinistra. Dalle finestre filtra la luce notturna, ma il cielo appare lentamente illuminarsi, e mentre camminiamo il sole comincia molto lentamente ad alzarsi.
In contrasto con la porta dell'ascensore arrugginita e scardinata, questo ambiente appare molto pulito e ordinato.
Passano ancora diversi minuti di percorso, poi il corridoio finisce su una specie di porta-finestra che da su una passerella di metallo. Apro questa porta e continuiamo lungo la passerella, mentre i primi raggi di sole rossastri sulla nostra sinistra stanno illuminando l'ambiente.
Non siamo ad un'altezza eccessiva (più o meno all'altezza di un quarto piano medio), e la passerella finisce sul tetto dell'edificio di fronte a noi. Dietro di noi c'è un grattacielo di vetro e cemento, la costruzione ove ci dirigiamo invece cade letteralmente a pezzi.
Appena lasciamo la passerella e cominciamo a calpestare la terrazza, ci sono diversi inquietanti scricchiolii che vengono dal pavimento: diverse volte ci muoviamo con molta circospezione, trattenendo letteralmente il respiro. Finalmente arriviamo in una specie di costruzione con una porta, e la apriamo trovando una scala che scende al piano inferiore. Entriamo tranquillamente e scendiamo, trovandoci in un ambiente molto grande. Sulla sinistra c'è una specie di porta-finestra che da su un balcone a raso (praticamente una vecchia ringhiera su una struttura di 10cm). Sul lato destro vicino alla finestra scende una scala, mentre al centro della grande stanza c'è una struttura stranissima. All'altezza di circa 50cm dal pavimento c'è un grosso piano inclinato, che appare come una specie di gigantesco scivolo che percorre verso il piano inferiore. Sulla superficie appaiono delle scritte in vernice bianca con delle frecce che indicano la discesa e un paio di volte appare la parola "USCITA".
Davanti a noi, avvicinandosi a questo piano, c'è un punto dal quale si potrebbe saltare, e c'è una specie di ringhiera di metallo dipinta di giallo, alta 15-20cm rispetto al piano, e mi sono avvicinato ad un punto in cui c'è un cartello di lamiera metallizzata con un cartello di senso vietato e le parole "DIVIETO DI ACCESSO".
Mi giro verso Gaetano: -Io non sono qui per rispettare dei divieti. Andiamo di qua, o vuoi prendere le scale e vediamo come va a finire?
Gaetano mi risponde con circospezione: -Preferisco affrontare le scale.
Quindi si gira e torna indietro verso la rampa di scale. Lo seguo con lo sguardo finché sparisce, poi mi guardo intorno nell'ambiente e, infine, salgo sulla struttura e metto la mano destra sul corrimano sopra il cartello di divieto per spingermi e scavalcarlo, ma in quella una voce mi fa girare di scatto: -Da lì non è consentito. Conosci le regole del gioco, dobbiamo fare le scale.
C'è una ragazza. Capelli biondi, lisci, lunghi fino alle spalle. È vestita in modo pressoché normale, ed ha in mano una cartelletta con, legato in punta, una specie di apparecchio.
-A dire il vero non mi sono state spiegate bene le regole, e comunque non credevo di fare niente di male.
-Non mi interessa. Devo multarti: mi devi cinque euro.
La ragazza preme qualche tasto sull'apparato nella cartelletta, poi si avvicina tendendo la mano destra verso di me. Infilo una mano in tasca e le rispondo: -Allora dammi tu quindici euro, perché ne ho venti addosso.
-Non c'è problema.
La ragazza si infila la mano in tasca, prende il portafogli e ne toglie due banconote: una da dieci e una da cinque.
Io prendo il portafogli, guardo i venti euro, poi le restituisco i dieci euro che mi ha dato lei: -Ah, no. Ricordavo male: ho dieci euro. Tengo i cinque di resto.
Lei non batte ciglio e riprende in mano i dieci euro, li rimette nel portafogli soddisfatta e poi mi indica la scala da cui è sparito Gaetano un minuto prima: -Vogliamo andare, adesso?
-Naturalmente.
La seguo. Cominciamo a scendere la scala: sono due rampe contrapposte che riportano davanti alla porta-finestra del balcone del terzo piano, ma a questo punto l'ambiente appare come un piccolo androne di piano, con delle pareti accanto alla finestra e delle porte di legno. Il legno appare marcio, bucato e danneggiato dal tempo e dall'umidità. Mi avvicino alla continuazione della rampa per scendere di un altro piano, ma la ragazza mi ferma: -Aspetta. Sai che dobbiamo tirare i dadi ogni volta, e dovresti raccogliere qualcosa da ogni piano.
La ragazza si infila una mano in tasca e ne estrae tre dadi (sono tre sassolini scolpiti a forma di cubo alla peggio, con i puntini sulle facce che sembrano piuttosto delle macchie di unto). Li getta e li raccoglie non appena si fermano, mentre io mi avvicino alla porta-finestra e la apro con attenzione. La porta si scardina e acchiappo al volo il vetro che sta per cadere. Lo poggio a terra, poi mi inginocchio e guardo la base della ringhiera, dove il balcone appare diroccato e seminato di sassolini. Prendo un sasso grosso come mezzo limone, e lo porgo alla ragazza: -Dammi subito quei dadi, d'ora in avanti li tengo io. Tu tieni questo.
Mi guarda con stizza, come se le avessi rovinato il gioco, ma mi porge i dadi. Le do il sasso e mi dirigo di nuovo sulla scala. Scendiamo al secondo piano e lancio i dadi in terra. Cinque, cinque, due. Dodici, li raccolgo con la mano destra, mentre con la sinistra prendo una scheggia di vetro che c'è per terra e la porgo di nuovo alla ragazza. Lei la prende in silenzio, ma mentre mi avvicino alla scala per scendere ancora, lei tira un calcio ben assestato alla porta finestra. Una delle due ante di legno e la ringhiera si staccano di netto e precipitano rumorosamente. Guardo la ragazza con un'espressione stupita, ma lei mi supera sulle scale e scende al piano inferiore. Lì le scale sono finite, e la porta finestra conduce a una specie di pozzo luce. Da una porta a sinistra delle scale esce Gaetano, in silenzio. Non mi guarda neppure, né da qualche cenno di saluto, e io faccio altrettanto. La ragazza esce sul pozzo luce, camminando tranquillamente sulle macerie della porta e della ringhiera cadute dal piano superiore. Noto che sta calzando degli stivaletti di pelliccia nera. Usciamo io e Gaetano, e raggiungiamo un punto sul terrazzino che da su una specie di grosso tombino segmentato sul lato opposto alla finestra.
Gaetano e io ci avviniamo al lato sinistro di questo tombino, largo una settantina di centimetri e lungo un paio di metri. Ci sono una quindicina di coperchi di metallo che sembrano collegati fra di loro, con una specie di meccanismo telescopico.
Affrontiamo il primo coperchio, che ha una specie di serratura arrugginita: un paio di calci ben assestati e si sgancia. Cominciamo a far scorrere tutti questi coperchi sulla sinistra, che si sovrappongono uno sull'altro.
Subito sotto appare una specie di scaletta pieghevole: sull'estremo destro c'è un gancio che molliamo, e lentamente facciamo scendere questa scaletta, che si appoggia a una scala in muratura poco più larga che appare in basso.
Io e Gaetano ci guardiamo, e in quella la ragazza mi si fionda letteralmente addosso, gridando: -Fermi! Non possiamo andare avanti, non prima di aver tirato i dadi! Non sappiamo che cosa potrebbe succedere!
Mi strappa letteralmente di mano i dadi e li lancia a casaccio, tanto che uno casca proprio dentro questo tombino e finisce da basso, ma ora lei appare più tranquilla.
Guardo in alto: i balconi appaiono molto vicini sulla nostra destra (meno di due metri) e dall'esterno è molto più evidente la condizione precaria in cui si trova l'intero palazzo. Faccio un segno a Gaetano, che mi fa subito il segno del pollice in alto, poi si infila nel tombino senza toccare la scala e mette i piedi sul lato destro della scala di muratura, nel poco spazio che c'è fra la scala stessa e la struttura di metallo che ci si è appoggiata sopra. Guardiamo in basso: sotto la scala c'è una specie di vetrata a gradini, e sotto la vetrata appare la Carrozza del Senato.
-Eh? Ma siamo finiti a Palazzo Vermexio?
Gaetano scuote la testa: -No, ma siamo comunque vicini: già da qualche anno era stata nascosta. Però c'è qualcosa che non mi convince.
Gaetano si piega sulle ginocchia, e appoggia con molta delicatezza una mano al centro di uno scalino della scala metallica, premendo verso il basso. Subito uno scricchiolio sinistro e un piccolo fiotto di polvere bianca si molla da sotto la scala e si spalma sul vetro sotto di noi: -È in condizioni disastrate: forse la scala di metallo regge, ma quella sotto crollerà di netto seppellendo la carrozza.
-Certo, e guarda in alto- lo interrompo. -Tutti i balconi sono cadenti, e la vibrazione di quel crollo tirerà giù tutto il resto. Anche questa brava ragazza ha tentato di smuovere le acque con quella pedata.
La ragazza ci guarda con un'espressione inquientata, e poi si gira per scappare in direzione della porta-finestra da cui siamo usciti, ma subito Gaetano balza fuori e la spinge in avanti, mentre le stendo la gamba sinistra davanti ai piedi, facendola inciampare e cadere con violenza a terra.
Cerca di rialzarsi, ma Gaetano le è sulla schiena subito. Riesce ad alzare la testa (il naso le comincia a sanguinare lentamente) e mi guarda, mentre io prendo la radio dalla giacca e chiamo: -Ok, potete raggiungerci tutti subito. Situazione sotto controllo.
Mentre giunge un "ricevuto" dall'altra parte, la ragazza, sconvolta, mi chiede quasi gridando: -Ma come? Non è possibile! Conoscevi le regole: niente telefonini cellulari.
La guardo con un sorriso: -Primo, le regole le conosce quel cretino a cui abbiamo fregato la macchina un paio d'ore fa. Secondo, questo non è un cellulare, e terzo non dovevo rispettare nessuna regola, e non l'ho fatto sin dall'inizio: mi hai fatto una multa di cinque euro, ma sei tu che hai pagato cinque euro a me, e non io a te.
Mi guarda, e io mi giro di nuovo a guardare i balconi sopra di noi.
Poi il buio
Apro gli occhi, e cerco di mettere a fuoco la proiezione dell'ora: sono le quattro e venti di mattina... sento il caldo di Lucky sotto al braccio, lo tiro un po' su: -Buongiorno Lucky. Io sono stanco di dirti che non è possibile che mi fai fare sogni del genere ogni volta che ti permetto di dormire insieme a me... ma ti rendi conto che adesso perderò diverse ore solo per digitarlo? (-:
Ma come sempre, mi sono divertito molto! ((-:
Poi, finalmente, arriva. Si tratta di una vecchissima Peugeot 205 rossa, mezza arrugginita, mezza scassata e con i segni di un tamponamento sulla fiancata anteriore sinistra molto violento, riparato alla pene di segugio, e con segni di ruggine che fanno intendere si tratti di un incidente molto vecchio.
Gaetano ha attirato la mia attenzione indicandomi l'auto che arranca verso un parcheggio poco scostato davanti a noi: -È il momento. Tieniti pronto e andiamo.
Guardo l'auto con molta indecisione: mi viene molto difficile credere che sia la porta verso quella che promette di essere un'avventura, ma non solo per rappresentare un modo interessante di trascorrere una notte, quanto piuttosto per capire una volta per tutte che cosa succede lì sotto in Ortigia, dove dovremmo essere diretti fra poco.
La persona che scende dalla 205 è un uomo basso, tarchiato, sulla sessantina. Pochi capelli bianco-giallognoli e una barba incolta che incornicia una faccia piena di rughe e nei; due occhietti neri e sorcini che sembrano scrutare in tutte le direzioni. Sbatte in malo modo lo sportello e si allontana in direzione di un portone sulla sinistra. Ci sono delle palazzine di due-tre piani che sembrano il risultato dell'edilizia moderna degli anni '90, e appaiono con colori gradevoli che non si stagliano bene nell'oscurità, e l'interno dell'androne da cui si riesce a vedere dall'esterno le pareti di cemento armato lasciate grezze e con il segno delle assi di carpenteria che hanno creato il box per il calcestruzzo.
Restiamo fermi in auto, in attesa. La luce sulla scala si spegne e rimane solo la fioca illuminazione interna. Non guardo Gaetano, sul sedile del passeggero, ma è a lui che mi rivolgo: -Ma... non l'ha neppure chiusa a chiave?
-Non credo che la serratura dello sportello funzioni. Anzi: guarda in che condizioni la tiene: pensa che nessuno potrebbe mai rubargliela.
Gaetano esce silenziosamente dall'auto. Lo seguo e ci avviciniamo con fare furtivo a quel catorcio, poi quasi strisciando la raggiungiamo e montiamo a bordo. Solo un attimo, e poco prima che Gaetano provi a strappare i cavetti per accenderla, mi scopro a fare un gesto molto americano: abbasso il parasole consunto sul lato guidatore, e il mazzo di chiavi ne salta fuori laconico.
Ci guardiamo nell'oscurità, soffocando una risata, poi con molta attenzione Gaetano inserisce le chiavi e accende il quadro. Un respiro profondo e gira la chiave. Il motore parte al primo colpo: retromarcia e ci allontaniamo lentamente e silenziosamente, poi usciamo dal palazzo e via a tutta velocità.
Percorriamo strade non ben identificate, in mezzo ad agglomerati di case, per quasi un'ora, giungendo infine a Siracusa dal lato del Villaggio Miano. Gaetano continua tranquillo in direzione di Ortigia, poi finalmente prendiamo la sopraelevata che, accanto al ponte umbertino, sale in direzione del retro di Ortigia.
L'isola di Ortigia appare come un agglomerato di periferia di un ambiente modernissimo. Ci sono grattacieli, ma in mezzo sbucano palazzi antichi e reperti archeologici (la sopraelevata ha un gigantesco pilone di metallo che si spalma al centro del Tempio di Apollo (mafia e interessi economici hanno prevaricato sull'interesse storico?). Arriviamo quasi all'altezza del lungomare, e ci fermiamo. Qualcuno arriva da un bugigattolo fra due grattacieli, ove appare una piccola costruzione mezza diroccata. Non facciamo domande, e neanche lui ne fa a noi: si limita ad accompagnarci dentro la costruzione.
Prendiamo una scala, e scendiamo subito sotto al livello della strada. A questo punto percorriamo un corridoio molto lungo, scarsamente illuminato e con diverse infiltrazioni d'acqua e macchie di muffa in giro, anche se appare come di muratura.
Dopo diversi minuti di camminata arriviamo davanti ad una porta. Il tizio che ci accompagna apre la porta e ci fa cenno di entrare, poi la chiude rimanendo fuori.
Siamo in una specie di montacarichi in metallo arrugginito. C'è una sola lampadina che pende dal tetto: Gaetano mi guarda con un'espressione interrogativa. Io mi avvicino alla porta, ove c'è una pulsantiera consunta con solo due tasti. Premo quello più in alto e il montacarichi si avvia con uno scossone e una serie inquietante di cigolii di metallo: -Ormai siamo arrivati a questo punto, non possiamo fermarci...
L'ascensore si muove ad una velocità più o meno normale, e davanti all'ingresso scorre solo una parete impolverata e bisunta. Passano almeno cinque minuti, quando finalmente ci troviamo davanti ad un'apertura con la porta scardinata e una serie di fili elettrici che vengono fuori dalla serratura. Stiamo per saltare fuori al volo, ma l'ascensore si ferma all'altezza di questo strano piano. Scendiamo e giriamo lungo un corridoio che ha una parete sulla destra e una serie di finestre sulla sinistra. Dalle finestre filtra la luce notturna, ma il cielo appare lentamente illuminarsi, e mentre camminiamo il sole comincia molto lentamente ad alzarsi.
In contrasto con la porta dell'ascensore arrugginita e scardinata, questo ambiente appare molto pulito e ordinato.
Passano ancora diversi minuti di percorso, poi il corridoio finisce su una specie di porta-finestra che da su una passerella di metallo. Apro questa porta e continuiamo lungo la passerella, mentre i primi raggi di sole rossastri sulla nostra sinistra stanno illuminando l'ambiente.
Non siamo ad un'altezza eccessiva (più o meno all'altezza di un quarto piano medio), e la passerella finisce sul tetto dell'edificio di fronte a noi. Dietro di noi c'è un grattacielo di vetro e cemento, la costruzione ove ci dirigiamo invece cade letteralmente a pezzi.
Appena lasciamo la passerella e cominciamo a calpestare la terrazza, ci sono diversi inquietanti scricchiolii che vengono dal pavimento: diverse volte ci muoviamo con molta circospezione, trattenendo letteralmente il respiro. Finalmente arriviamo in una specie di costruzione con una porta, e la apriamo trovando una scala che scende al piano inferiore. Entriamo tranquillamente e scendiamo, trovandoci in un ambiente molto grande. Sulla sinistra c'è una specie di porta-finestra che da su un balcone a raso (praticamente una vecchia ringhiera su una struttura di 10cm). Sul lato destro vicino alla finestra scende una scala, mentre al centro della grande stanza c'è una struttura stranissima. All'altezza di circa 50cm dal pavimento c'è un grosso piano inclinato, che appare come una specie di gigantesco scivolo che percorre verso il piano inferiore. Sulla superficie appaiono delle scritte in vernice bianca con delle frecce che indicano la discesa e un paio di volte appare la parola "USCITA".
Davanti a noi, avvicinandosi a questo piano, c'è un punto dal quale si potrebbe saltare, e c'è una specie di ringhiera di metallo dipinta di giallo, alta 15-20cm rispetto al piano, e mi sono avvicinato ad un punto in cui c'è un cartello di lamiera metallizzata con un cartello di senso vietato e le parole "DIVIETO DI ACCESSO".
Mi giro verso Gaetano: -Io non sono qui per rispettare dei divieti. Andiamo di qua, o vuoi prendere le scale e vediamo come va a finire?
Gaetano mi risponde con circospezione: -Preferisco affrontare le scale.
Quindi si gira e torna indietro verso la rampa di scale. Lo seguo con lo sguardo finché sparisce, poi mi guardo intorno nell'ambiente e, infine, salgo sulla struttura e metto la mano destra sul corrimano sopra il cartello di divieto per spingermi e scavalcarlo, ma in quella una voce mi fa girare di scatto: -Da lì non è consentito. Conosci le regole del gioco, dobbiamo fare le scale.
C'è una ragazza. Capelli biondi, lisci, lunghi fino alle spalle. È vestita in modo pressoché normale, ed ha in mano una cartelletta con, legato in punta, una specie di apparecchio.
-A dire il vero non mi sono state spiegate bene le regole, e comunque non credevo di fare niente di male.
-Non mi interessa. Devo multarti: mi devi cinque euro.
La ragazza preme qualche tasto sull'apparato nella cartelletta, poi si avvicina tendendo la mano destra verso di me. Infilo una mano in tasca e le rispondo: -Allora dammi tu quindici euro, perché ne ho venti addosso.
-Non c'è problema.
La ragazza si infila la mano in tasca, prende il portafogli e ne toglie due banconote: una da dieci e una da cinque.
Io prendo il portafogli, guardo i venti euro, poi le restituisco i dieci euro che mi ha dato lei: -Ah, no. Ricordavo male: ho dieci euro. Tengo i cinque di resto.
Lei non batte ciglio e riprende in mano i dieci euro, li rimette nel portafogli soddisfatta e poi mi indica la scala da cui è sparito Gaetano un minuto prima: -Vogliamo andare, adesso?
-Naturalmente.
La seguo. Cominciamo a scendere la scala: sono due rampe contrapposte che riportano davanti alla porta-finestra del balcone del terzo piano, ma a questo punto l'ambiente appare come un piccolo androne di piano, con delle pareti accanto alla finestra e delle porte di legno. Il legno appare marcio, bucato e danneggiato dal tempo e dall'umidità. Mi avvicino alla continuazione della rampa per scendere di un altro piano, ma la ragazza mi ferma: -Aspetta. Sai che dobbiamo tirare i dadi ogni volta, e dovresti raccogliere qualcosa da ogni piano.
La ragazza si infila una mano in tasca e ne estrae tre dadi (sono tre sassolini scolpiti a forma di cubo alla peggio, con i puntini sulle facce che sembrano piuttosto delle macchie di unto). Li getta e li raccoglie non appena si fermano, mentre io mi avvicino alla porta-finestra e la apro con attenzione. La porta si scardina e acchiappo al volo il vetro che sta per cadere. Lo poggio a terra, poi mi inginocchio e guardo la base della ringhiera, dove il balcone appare diroccato e seminato di sassolini. Prendo un sasso grosso come mezzo limone, e lo porgo alla ragazza: -Dammi subito quei dadi, d'ora in avanti li tengo io. Tu tieni questo.
Mi guarda con stizza, come se le avessi rovinato il gioco, ma mi porge i dadi. Le do il sasso e mi dirigo di nuovo sulla scala. Scendiamo al secondo piano e lancio i dadi in terra. Cinque, cinque, due. Dodici, li raccolgo con la mano destra, mentre con la sinistra prendo una scheggia di vetro che c'è per terra e la porgo di nuovo alla ragazza. Lei la prende in silenzio, ma mentre mi avvicino alla scala per scendere ancora, lei tira un calcio ben assestato alla porta finestra. Una delle due ante di legno e la ringhiera si staccano di netto e precipitano rumorosamente. Guardo la ragazza con un'espressione stupita, ma lei mi supera sulle scale e scende al piano inferiore. Lì le scale sono finite, e la porta finestra conduce a una specie di pozzo luce. Da una porta a sinistra delle scale esce Gaetano, in silenzio. Non mi guarda neppure, né da qualche cenno di saluto, e io faccio altrettanto. La ragazza esce sul pozzo luce, camminando tranquillamente sulle macerie della porta e della ringhiera cadute dal piano superiore. Noto che sta calzando degli stivaletti di pelliccia nera. Usciamo io e Gaetano, e raggiungiamo un punto sul terrazzino che da su una specie di grosso tombino segmentato sul lato opposto alla finestra.
Gaetano e io ci avviniamo al lato sinistro di questo tombino, largo una settantina di centimetri e lungo un paio di metri. Ci sono una quindicina di coperchi di metallo che sembrano collegati fra di loro, con una specie di meccanismo telescopico.
Affrontiamo il primo coperchio, che ha una specie di serratura arrugginita: un paio di calci ben assestati e si sgancia. Cominciamo a far scorrere tutti questi coperchi sulla sinistra, che si sovrappongono uno sull'altro.
Subito sotto appare una specie di scaletta pieghevole: sull'estremo destro c'è un gancio che molliamo, e lentamente facciamo scendere questa scaletta, che si appoggia a una scala in muratura poco più larga che appare in basso.
Io e Gaetano ci guardiamo, e in quella la ragazza mi si fionda letteralmente addosso, gridando: -Fermi! Non possiamo andare avanti, non prima di aver tirato i dadi! Non sappiamo che cosa potrebbe succedere!
Mi strappa letteralmente di mano i dadi e li lancia a casaccio, tanto che uno casca proprio dentro questo tombino e finisce da basso, ma ora lei appare più tranquilla.
Guardo in alto: i balconi appaiono molto vicini sulla nostra destra (meno di due metri) e dall'esterno è molto più evidente la condizione precaria in cui si trova l'intero palazzo. Faccio un segno a Gaetano, che mi fa subito il segno del pollice in alto, poi si infila nel tombino senza toccare la scala e mette i piedi sul lato destro della scala di muratura, nel poco spazio che c'è fra la scala stessa e la struttura di metallo che ci si è appoggiata sopra. Guardiamo in basso: sotto la scala c'è una specie di vetrata a gradini, e sotto la vetrata appare la Carrozza del Senato.
-Eh? Ma siamo finiti a Palazzo Vermexio?
Gaetano scuote la testa: -No, ma siamo comunque vicini: già da qualche anno era stata nascosta. Però c'è qualcosa che non mi convince.
Gaetano si piega sulle ginocchia, e appoggia con molta delicatezza una mano al centro di uno scalino della scala metallica, premendo verso il basso. Subito uno scricchiolio sinistro e un piccolo fiotto di polvere bianca si molla da sotto la scala e si spalma sul vetro sotto di noi: -È in condizioni disastrate: forse la scala di metallo regge, ma quella sotto crollerà di netto seppellendo la carrozza.
-Certo, e guarda in alto- lo interrompo. -Tutti i balconi sono cadenti, e la vibrazione di quel crollo tirerà giù tutto il resto. Anche questa brava ragazza ha tentato di smuovere le acque con quella pedata.
La ragazza ci guarda con un'espressione inquientata, e poi si gira per scappare in direzione della porta-finestra da cui siamo usciti, ma subito Gaetano balza fuori e la spinge in avanti, mentre le stendo la gamba sinistra davanti ai piedi, facendola inciampare e cadere con violenza a terra.
Cerca di rialzarsi, ma Gaetano le è sulla schiena subito. Riesce ad alzare la testa (il naso le comincia a sanguinare lentamente) e mi guarda, mentre io prendo la radio dalla giacca e chiamo: -Ok, potete raggiungerci tutti subito. Situazione sotto controllo.
Mentre giunge un "ricevuto" dall'altra parte, la ragazza, sconvolta, mi chiede quasi gridando: -Ma come? Non è possibile! Conoscevi le regole: niente telefonini cellulari.
La guardo con un sorriso: -Primo, le regole le conosce quel cretino a cui abbiamo fregato la macchina un paio d'ore fa. Secondo, questo non è un cellulare, e terzo non dovevo rispettare nessuna regola, e non l'ho fatto sin dall'inizio: mi hai fatto una multa di cinque euro, ma sei tu che hai pagato cinque euro a me, e non io a te.
Mi guarda, e io mi giro di nuovo a guardare i balconi sopra di noi.
Poi il buio
Apro gli occhi, e cerco di mettere a fuoco la proiezione dell'ora: sono le quattro e venti di mattina... sento il caldo di Lucky sotto al braccio, lo tiro un po' su: -Buongiorno Lucky. Io sono stanco di dirti che non è possibile che mi fai fare sogni del genere ogni volta che ti permetto di dormire insieme a me... ma ti rendi conto che adesso perderò diverse ore solo per digitarlo? (-:
Ma come sempre, mi sono divertito molto! ((-:
mercoledì 10 novembre 2010
Questa me la devo segnare...
Pensavo di aver visto tutto, ma oggi ho scoperto di più: oggi ho scoperto che al peggio non c'è mai fine.
Antefatto: a Siracusa l'acqua di rubinetto è potabile molto al limite, un po' troppo ricca di calcio e calcare e, soprattutto, ha un saporaccio.
Siamo quindi costretti a bere acqua minerale, in sintesi.
Ora, ci sono decine e centinaia di marche di acqua da cui scegliere, e nel tempo ho provato non voglio dire tutte, ma quasi tutte.
Fino a trovare un punto di equilibrio: da quattro anni a questa parte compro l'acqua Fabrizia (in bottiglie da due litri viene fra gli €0,33 e gli €0,38 a bottiglia, a seconda del periodo). Non è fra le più economiche ma, posso dirlo con il cuore, la trovo di buon sapore, di buon valore diuretico (mi calo circa 3~4 litri d'acqua al giorno), e soprattutto non ha retrogusti strani come altre acque minerali disponibili in zona, sia più economiche che più costose.
Stamattina, dato che ho finito l'acqua, mi sono recato al supermercato dove la prendo di solito (non è facile trovarla in giro a Siracusa, se devo essere sincero), ossia il Simply di via Lentini.
Parcheggio, prendo un carrello, mi avvicino alla postazione e prendo tre confezioni d'acqua. Poi scendo in cassa.
Mentre aspetto il turno della persona che mi precede, chiedo al cassiere se ha bisogno che salga una confezione sul nastro o ha il codice. Lui è laconico:
Ca: "Di acqua ne può prendere solo due confezioni."
Io: "Eh? Come solo due, scusi?"
Ca: "Solo due confezioni, sono le disposizioni..."
Io: "E una che faccio? Gliela lascio?"
Ca: "Lei può fare quello che vuole. E comunque è scritto anche sul volantino."
Io: "Volantino? E chi l'ha visto il volantino? Perché, c'è qualche offerta con due? Non mi interessa l'offerta, gliele pago piene, e se no gliele lascio tutte, eh? [ancora ho toni pacati, ma risoluti, ndG]"
Ca: "Queste sono le disposizioni, non la posso aiutare"
Io: "Le disposizioni? E perché non le avete messe all'ingresso o vicino all'acqua? Io mica l'ho letto il volantino..."
Ca: "Ci sono scritte in entrambi i posti"
Con fatica (il braccio destro è zifolino, ricordate?) tolgo una confezione e la metto sul nastro dell'altra cassa, imprecando: "AHI! Ma guarda che mi tocca fare..."
Ca: "E ora me ne metta una sul nastro, che non ho il codice..."
Io: "Scusa, ma... giochiamo? Lo vedi il braccio? Ma che devo fare su e giù? Sai che c'è di buono? Tienitele tutte! [tono seccato]"
Alzo le altre due confezioni e le metto assieme alla prima.
Ca: "E che me le lasci sulla cassa? [stizzito]"
Io: "Ma lo vedi il braccio? Ho una spalla in pezzi, ma devo continuare a fare su e giù? Ti ho detto di tenertela, non andare avanti. Non mi interessa la vostra acqua"
Ca: "Ma a me cosa interessa se..."
Io: "Ancora! Ho una spalla in pezzi, ma ti pare che mi sono venuto a comprare l'acqua per farti una cortesia? Tienitela e non dire altro, che è meglio!"
Mi allontano con il carrello vuoto, questo continua a richiamarmi nervosamente, e a questo punto esplodo, a voce molto alta.
Io: "Basta così. Basta, o chiamo la finanza. Ma che stiamo scherzando? Basta, smettila, non hai altro da dire, questo è assurdo! Con una spalla rotta mi devo mettere anche a seguire le tue direttive? Basta! Smettila o chiamo la finanza subito."
Uscendo controllo bene l'ingresso, ove non c'è nessuna indicazione sul limite di due confezioni d'acqua, e sinceramente non ricordo d'averlo visto neanche in prossimità dell'acqua. Ma ciò non toglie che ho detto chiaramente "Non mi interessa l'offerta, gliele pago piene", per cui se l'offerta è per massimo due confezioni, io ne prendo tre e te le pago a prezzo pieno, stop. Altro che togliere acqua dal carrello.
Ma quando mai s'è visto che uno deve togliere la roba dal carrello perché non gli permettono di pagarla? Anche questa dovevo vedere, eh?
Me ne vado, arrivo in ufficio e sono ancora alquanto incavolato, per cui penso bene di fare quello che so fare bene in questi casi: lamentarmi.
Prendo il sito del Simply, e alla voce "Contatti" trovo, oltre al form, il numero verde (800-82 40 39).
Chiamo il numero verde, mi risponde un'operatrice gentilissima a cui spiego che vorrei esprimere un reclamo per quanto mi è appena successo.
Tranquillamente lascio il mio nome e cognome, il mio numero di cellulare e il mio indirizzo e-mail, identifichiamo il punto vendita (tecnicamente è in via Lentini, ma alla sede centrale risulta "viale Scala Greca") e ripeto questa storia punto per punto, sottolineando come a me interessava comprare l'acqua, e dato che non mi interessava l'offerta bensì le tre confezioni, ero disposto a pagarla a prezzo pieno; ma sottolineando anche che con una spalla rotta non potevo fare su e giù con le confezioni d'acqua (che pesano) perché a dire del cassiere la direttiva è che "devo togliere dal carrello le confezioni d'acqua in eccesso".
La signorina si emette in una giusta profusione di scuse, mi assicura che quanto prima saranno presi provvedimenti ma, soprattutto, mi lascia un numero di segnalazione, così che sarò sicuro che tale segnalazione sarà presa in visione (come d'altronde mi era successo in passato per cose differenti).
Resta il fatto che l'offerta sull'acqua Fabrizia finirà il 13 novembre, e a questo punto non andrò a comprarla fino a giorno 13, alla fine dell'offerta, salvo contatti da parte dell'assistenza clienti per chiarire questa storia.
[Aggiornamento: 14 novembre 2010]
Ieri mattina mi ha chiamato il direttore di filiale al cellulare. Si è scusato per il comportamento del cassiere e mi ha spiegato la direttiva delle due confezioni per aderire all'offerta, ma io ho sottolineato: "sono d'accordo, ma se voi praticate un'offerta su un massimo di due confezioni, nel caso in cui io richieda più di due confezioni, e sono d'accordo a non far praticare l'offerta, lei non può farmi ingollare l'offerta con il cucchiaino. Le pago le confezioni d'acqua che ritengo opportuno mi servano, e gliele pago a prezzo intero, stop."
Non c'è stato uno specifico chiarimento, e io a questo punto sono stato risoluto.
Io: "Senta, facciamo una cosa: l'offerta è dal 3 al 13 novembre, se io vengo giorno 14 posso comprare l'acqua a prezzo pieno?"
Dir: "Ma lei può venire anche oggi, non c'è problema se percaso..."
Io: "No, no: io per per principio voglio comprare l'acqua senza offerte né limitazioni, mi da conferma che l'offerta finisce il 13, e io giorno 14 posso venire e trovarla senza l'offerta?"
Il direttore, profondendosi ancora in scuse [anche lui è d'accordo che se c'era questa situazione della spalla e delle due confezioni 1) il cassiere poteva girare e sollevarsi lui una confezione sul nastro e, soprattutto 2) poteva sollevare una confezione lasciandomene due sul carrello, usare quella sul nastro per il codice e mettersela di lato, anziché farmene tirare su due], mi conferma, per cui stamattina (domenica 14 novembre) sono andato a fare un po' di spesa, prendere quattro fesserie e quattro confezioni di acqua.
C'è scritto molto chiaramente "ACQUA FABRIZIA, sottocosto € 0,19/bottiglia, max 12 bottiglie, dal 3 al 13 novembre".
Passano in cassa, prendo lo scontrino e... magia; "24 x FABRIZIA 2lt €0,40 = 9,60; sconto a valore: € 5,04".
Beh, vale il principio, per cui ho restituito le quattro confezioni d'acqua, anche perché mi hanno detto "no, l'offerta termina lunedì". Riproviamo lunedì, se no amen.
Antefatto: a Siracusa l'acqua di rubinetto è potabile molto al limite, un po' troppo ricca di calcio e calcare e, soprattutto, ha un saporaccio.
Siamo quindi costretti a bere acqua minerale, in sintesi.
Ora, ci sono decine e centinaia di marche di acqua da cui scegliere, e nel tempo ho provato non voglio dire tutte, ma quasi tutte.
Fino a trovare un punto di equilibrio: da quattro anni a questa parte compro l'acqua Fabrizia (in bottiglie da due litri viene fra gli €0,33 e gli €0,38 a bottiglia, a seconda del periodo). Non è fra le più economiche ma, posso dirlo con il cuore, la trovo di buon sapore, di buon valore diuretico (mi calo circa 3~4 litri d'acqua al giorno), e soprattutto non ha retrogusti strani come altre acque minerali disponibili in zona, sia più economiche che più costose.
Stamattina, dato che ho finito l'acqua, mi sono recato al supermercato dove la prendo di solito (non è facile trovarla in giro a Siracusa, se devo essere sincero), ossia il Simply di via Lentini.
Parcheggio, prendo un carrello, mi avvicino alla postazione e prendo tre confezioni d'acqua. Poi scendo in cassa.
Mentre aspetto il turno della persona che mi precede, chiedo al cassiere se ha bisogno che salga una confezione sul nastro o ha il codice. Lui è laconico:
Ca: "Di acqua ne può prendere solo due confezioni."
Io: "Eh? Come solo due, scusi?"
Ca: "Solo due confezioni, sono le disposizioni..."
Io: "E una che faccio? Gliela lascio?"
Ca: "Lei può fare quello che vuole. E comunque è scritto anche sul volantino."
Io: "Volantino? E chi l'ha visto il volantino? Perché, c'è qualche offerta con due? Non mi interessa l'offerta, gliele pago piene, e se no gliele lascio tutte, eh? [ancora ho toni pacati, ma risoluti, ndG]"
Ca: "Queste sono le disposizioni, non la posso aiutare"
Io: "Le disposizioni? E perché non le avete messe all'ingresso o vicino all'acqua? Io mica l'ho letto il volantino..."
Ca: "Ci sono scritte in entrambi i posti"
Con fatica (il braccio destro è zifolino, ricordate?) tolgo una confezione e la metto sul nastro dell'altra cassa, imprecando: "AHI! Ma guarda che mi tocca fare..."
Ca: "E ora me ne metta una sul nastro, che non ho il codice..."
Io: "Scusa, ma... giochiamo? Lo vedi il braccio? Ma che devo fare su e giù? Sai che c'è di buono? Tienitele tutte! [tono seccato]"
Alzo le altre due confezioni e le metto assieme alla prima.
Ca: "E che me le lasci sulla cassa? [stizzito]"
Io: "Ma lo vedi il braccio? Ho una spalla in pezzi, ma devo continuare a fare su e giù? Ti ho detto di tenertela, non andare avanti. Non mi interessa la vostra acqua"
Ca: "Ma a me cosa interessa se..."
Io: "Ancora! Ho una spalla in pezzi, ma ti pare che mi sono venuto a comprare l'acqua per farti una cortesia? Tienitela e non dire altro, che è meglio!"
Mi allontano con il carrello vuoto, questo continua a richiamarmi nervosamente, e a questo punto esplodo, a voce molto alta.
Io: "Basta così. Basta, o chiamo la finanza. Ma che stiamo scherzando? Basta, smettila, non hai altro da dire, questo è assurdo! Con una spalla rotta mi devo mettere anche a seguire le tue direttive? Basta! Smettila o chiamo la finanza subito."
Uscendo controllo bene l'ingresso, ove non c'è nessuna indicazione sul limite di due confezioni d'acqua, e sinceramente non ricordo d'averlo visto neanche in prossimità dell'acqua. Ma ciò non toglie che ho detto chiaramente "Non mi interessa l'offerta, gliele pago piene", per cui se l'offerta è per massimo due confezioni, io ne prendo tre e te le pago a prezzo pieno, stop. Altro che togliere acqua dal carrello.
Ma quando mai s'è visto che uno deve togliere la roba dal carrello perché non gli permettono di pagarla? Anche questa dovevo vedere, eh?
Me ne vado, arrivo in ufficio e sono ancora alquanto incavolato, per cui penso bene di fare quello che so fare bene in questi casi: lamentarmi.
Prendo il sito del Simply, e alla voce "Contatti" trovo, oltre al form, il numero verde (800-82 40 39).
Chiamo il numero verde, mi risponde un'operatrice gentilissima a cui spiego che vorrei esprimere un reclamo per quanto mi è appena successo.
Tranquillamente lascio il mio nome e cognome, il mio numero di cellulare e il mio indirizzo e-mail, identifichiamo il punto vendita (tecnicamente è in via Lentini, ma alla sede centrale risulta "viale Scala Greca") e ripeto questa storia punto per punto, sottolineando come a me interessava comprare l'acqua, e dato che non mi interessava l'offerta bensì le tre confezioni, ero disposto a pagarla a prezzo pieno; ma sottolineando anche che con una spalla rotta non potevo fare su e giù con le confezioni d'acqua (che pesano) perché a dire del cassiere la direttiva è che "devo togliere dal carrello le confezioni d'acqua in eccesso".
La signorina si emette in una giusta profusione di scuse, mi assicura che quanto prima saranno presi provvedimenti ma, soprattutto, mi lascia un numero di segnalazione, così che sarò sicuro che tale segnalazione sarà presa in visione (come d'altronde mi era successo in passato per cose differenti).
Resta il fatto che l'offerta sull'acqua Fabrizia finirà il 13 novembre, e a questo punto non andrò a comprarla fino a giorno 13, alla fine dell'offerta, salvo contatti da parte dell'assistenza clienti per chiarire questa storia.
[Aggiornamento: 14 novembre 2010]
Ieri mattina mi ha chiamato il direttore di filiale al cellulare. Si è scusato per il comportamento del cassiere e mi ha spiegato la direttiva delle due confezioni per aderire all'offerta, ma io ho sottolineato: "sono d'accordo, ma se voi praticate un'offerta su un massimo di due confezioni, nel caso in cui io richieda più di due confezioni, e sono d'accordo a non far praticare l'offerta, lei non può farmi ingollare l'offerta con il cucchiaino. Le pago le confezioni d'acqua che ritengo opportuno mi servano, e gliele pago a prezzo intero, stop."
Non c'è stato uno specifico chiarimento, e io a questo punto sono stato risoluto.
Io: "Senta, facciamo una cosa: l'offerta è dal 3 al 13 novembre, se io vengo giorno 14 posso comprare l'acqua a prezzo pieno?"
Dir: "Ma lei può venire anche oggi, non c'è problema se percaso..."
Io: "No, no: io per per principio voglio comprare l'acqua senza offerte né limitazioni, mi da conferma che l'offerta finisce il 13, e io giorno 14 posso venire e trovarla senza l'offerta?"
Il direttore, profondendosi ancora in scuse [anche lui è d'accordo che se c'era questa situazione della spalla e delle due confezioni 1) il cassiere poteva girare e sollevarsi lui una confezione sul nastro e, soprattutto 2) poteva sollevare una confezione lasciandomene due sul carrello, usare quella sul nastro per il codice e mettersela di lato, anziché farmene tirare su due], mi conferma, per cui stamattina (domenica 14 novembre) sono andato a fare un po' di spesa, prendere quattro fesserie e quattro confezioni di acqua.
C'è scritto molto chiaramente "ACQUA FABRIZIA, sottocosto € 0,19/bottiglia, max 12 bottiglie, dal 3 al 13 novembre".
Passano in cassa, prendo lo scontrino e... magia; "24 x FABRIZIA 2lt €0,40 = 9,60; sconto a valore: € 5,04".
Beh, vale il principio, per cui ho restituito le quattro confezioni d'acqua, anche perché mi hanno detto "no, l'offerta termina lunedì". Riproviamo lunedì, se no amen.
domenica 24 ottobre 2010
Fumatrici inca...te: "lli" o "zza"? (-:
Capisco che bisogna mettere dei messaggi sulle confezioni dei tabacchi da fumo, e capisco che spesso questi messaggi sono precaricati sulla macchina tipografica che stampa le confezioni, e vengono quindi fuori senza una logica ben precisa, ma...
... con tutta la buona volontà, di persone incinte che fumano ne ho viste, ma sono sicuro che se mai incontrassi una tizia col pancione che si spippa un toscanello quattro paroline non molto dolci gliele direi... anche se non ci fosse scritto sulla scatola.
... con tutta la buona volontà, di persone incinte che fumano ne ho viste, ma sono sicuro che se mai incontrassi una tizia col pancione che si spippa un toscanello quattro paroline non molto dolci gliele direi... anche se non ci fosse scritto sulla scatola.
lunedì 18 ottobre 2010
Un orsacchiotto mi protegge, IX
Sera. Siamo un gruppo di amici, sul balcone dello studio di casa mia.
Il gruppo di amici è molto eterogeneo (oddio, in realtà ci sono molte persone, compresa mia madre, ma a parte lei so di conoscere tutti gli altri, ma nessuno di essi è uno dei miei amici "classici". Tuttavia è presente un ragazzo basso che ho già visto altre volte: in altri sogni. Appena mi giro verso di lui durante la discussione mi fa l'occhiolino e con un gesto molto leggero si indica la mano destra. Guardo la mia mano destra, e mancano anello ed orologio: alle solite... Uno sguardo d'intesa e lascio che la discussione scorra. Da quel momento sulla sedia del ragazzo basso, io vedo solo Lucky, pacioso, che ascolta con interesse tutta la discussione.
Stiamo parlando di una storia. Non so bene se sia un film, o un fatto reale del periodo della guerra, sta di fatto che mentre parliamo di questa storia, davanti ai miei occhi scorre la ricostruzione di questa storia come se fosse un film. Fisicamente un film, dato che vedo come personaggi principali della vicenda Massimo Troisi e un attrice italiana che ha il volto molto noto ma della quale proprio non mi viene il nome.
La vicenda è questa: si parla di un paesino da difendere durante gli attacchi tedeschi. Questo paesino, di qualche striminzita provincia siciliana, è famoso per la presenza di alcuni cannoni molto precisi e micidiali.
L'attrice si presenta in paese, di notte, dicendo d'essere un'esperta in bocche da fuoco, mandata da un gruppo di partigiani per cercare di sostenere la difesa del paesino in prossimità di una possibile liberazione dall'invasore tedesco. Troisi (in realtà nel sogno costui ha un altro nome, ma non me lo ricordo), invece è venuto la stessa notte portandosi da solo quattro compatte bocche da fuoco, e i due si sono incontrati in campagna vicino alle mura fortificate. La ragazza spiega il motivo per cui è lì, ma chiede al giovane per quale motivo stia faticando tutta la nottata trascinandosi quei compatti cannoni da almeno una quarantina di chili l'uno, per tutta la campagna notturna.
La risposta di Troisi lascia senza parole: il paese non ha mai avuto nessun cannone a baluardo di difesa. Le immagini rubate dalle spie tedesche durante le notti d'estate sono state di... tronchi d'albero cavi dipinti di scuro e posizionati come cannoni lungo le mura fortificate fuori città. Era una manovra psicologica, ma ora che il pericolo si fa reale, lentamente sono stati fatti arrivare dei pezzi d'artiglieria in bronzo e ferro, compatti ma funzionali.
La scena continua: i due si sono incontrati di notte, ma in realtà non è proprio notte inoltrata (saranno appena le 22, forse le 22:30) per cui i due dopo aver lasciato i cannoni e fatto amicizia, prima di cominciare a montarli, per superare il freddo della sera vanno nella vicina osteria e si fanno lasciare una fiaschetta di vino. La scena successiva vede Troisi che guarda la ragazza mentre posiziona uno dei cannoni lungo la base di un muro come se pesasse un grammo (ma per mezzo di un sistema di corde e contrappesi sapientemente ben fatto, a piena dimostrazione che non solo sa il fatto suo, ma soprattutto che effettivamente è l'esperta di armi che dice d'essere).
Troisi a questo punto l'avverte, con la voce vagamente impastata dall'alcol, che non è sicuro della funzionalità di quei pezzi d'artiglieria: -Il sindaco li ha fatti venire da Messina, e dopo ha ordinato i proiettili, ma al momento non si ricorda manco se c'è una corrispondenza della... oddio... dimensione dell'interno.
Il giovane barcolla un po' mentre la ragazza solleva la fiaschetta e si ingola una robusta dose di vino, prima di rispondere con la voce ancora più impastata: -Il calibro, eh? E allora lo proviamo.
Vedo l'immagine di un piccolo cannone inquadrato dall'alto; un affare a retrocarica di un calibro ampiamente fuori-standard che appare come una sorta di 65mm di bocca per 1500mm di lunghezza volta-culatta.
La giovane inserisce perfettamente nell'imboccatura un affare di metallo colorato di rosso che appare come la via di mezzo fra un proiettile da caccia cal 12 troppo cresciuto e un bossolo da carro armato molto più corto. Si tratta di un monoblocco di metallo (direi: ottone) dipinto di rossiccio minio. Sembra terminare senza la palla, ma quando lo inserisce lo piega verso il basso evidenziando un cilindro a ogiva ficcato dentro la punta del proiettile per farlo a raso con il margine (forse per permettere un più agevole trasporto?) e il colpo si appaia perfettamente alla canna.
L'impressione è che sia per un'arma automatica, ma poi i due danno fondo alla fiaschetta e quindi la ragazza chiude la culatta (è piegata in basso sul cannone, e sembra sostenuta da delle corde) e ci ficca una miccia a lenta combustione.
Troisi la guarda con preoccupazione, e questa accende un fiammifero contro la culatta e ci si butta sulla miccia, che comincia a bruciare malamente.
Si sentono voci tedesche in lontananza, e la giovane mentre la miccia sta bruciando prende il cannone con le mani e, sfruttando il sistema di contrappesi, lo gira in direzione della strada, sulla sinistra e in basso, poi si allontana per raggiungere Troisi e urla: -Tappati le orecchie!
In una scena grottesca vedo il giovane, appoggiato a delle botti di una specie di polveriera, che guarda con soggezione il cannone a una decina di metri avanti a sé, si infila le dita nelle orecchie e, improvvisamente, con una strana sensazione si toglie l'indice destro e lo guarda, poi lo striscia sul coperchio della botticella che ha davanti a sé (quella su cui teneva la mano appoggiata) e lo guarda strabuzzando gli occhi: -Ehi! Ma questa non è polvere da sparo: è polvere d'oro! Ma che diavolo sta succedendo?
La scena ritorna sul balcone, sulla sedia davanti a me appare mio padre, che a quanto pare sino a quel momento è rimasto ad ascoltare la ricostruzione (un po' da parte di tutti) in silenzio, ma che ora all'improvviso con molta convinzione e molta maleducazione comincia a criticare tutti quanti dicendo che nessuno dei fatti raccontati è vero.
Tutti (meno me e Lucky) sembrano rassegnati. Mia madre non c'è (credo sia entrata in casa), ma io improvvisamente mi prendo la situazione di petto: -Piantala!
Mio padre mi guarda con rammarico: -Guarda che non ti devi permettere di interromperm....
Lucky mi passa il maniglione per aprire la tenda del balcone, che punto contro mio padre con stizza praticamente davanti all'occhio destro: -Sei tu che sta interrompendo il mio sogno, e se non sparisci facciamo l'esperimento di vedere se riesco a spaccarti la testa, o se sei impalpabile come un fantasma. Sono io che sto sognando, e non mi pare di averti invitato, sai?
Mi guarda con preoccupazione, allunga una mano per allontanarsi il maniglione dalla faccia, ma subito io annuncio: -Non ci riuscirai neanche volendo: non puoi toccarlo.
Mi sarei aspettato una scena di attraversamento del metallo come un fantasma, invece mio padre ritira indietro la mano come se tenessi un pungolo ad altissima tensione elettrica. Mi giro verso Lucky con espressione interrogativa, ma lui mi rassicura: -Tranquillo, non è manco uno spirito maligno... a malapena sarà un fondo di ricordo di qualcosa.
Quando mi giro di nuovo in direzione opposta, sto tenendo il maniglione puntato a una sedia vuota.
Sbuffo in un sorriso, poi poso quell'affare e annuncio ai ragazzi: -Ok. E ora: che ne dite di una partitina a carte?
Voci di approvazione, ma in mezzo a queste Lucky che zompetta sul tavolo e mi si avvicina: -Sarebbe bello, ma...
Lo interrompo: -Lo so, lo so... cavoli è già ora di svegliarsi, eh? Va bene, va bene...
Gli afferro la testa e gliela arruffo energicamente, poi chiudo gli occhi e mi ritrovo sul letto. La proiezione dell'ora segna 4:57.
Ma sì: aveva ragione Lucky: ieri sera la cena cinese era buona, ma i tre tazzotti di sake caldo ingurgitati coll'antico metodo dei monaci shinto o della yakuza [no, non ve lo spiego, chiedete al vostro amico nipponico di fiducia ((-: ] mi hanno fatto veramente costruire qualcosa di assurdo...
... però quella della spranga di ferro è stato, a parer mio, veramente geniale! ((-:
Il gruppo di amici è molto eterogeneo (oddio, in realtà ci sono molte persone, compresa mia madre, ma a parte lei so di conoscere tutti gli altri, ma nessuno di essi è uno dei miei amici "classici". Tuttavia è presente un ragazzo basso che ho già visto altre volte: in altri sogni. Appena mi giro verso di lui durante la discussione mi fa l'occhiolino e con un gesto molto leggero si indica la mano destra. Guardo la mia mano destra, e mancano anello ed orologio: alle solite... Uno sguardo d'intesa e lascio che la discussione scorra. Da quel momento sulla sedia del ragazzo basso, io vedo solo Lucky, pacioso, che ascolta con interesse tutta la discussione.
Stiamo parlando di una storia. Non so bene se sia un film, o un fatto reale del periodo della guerra, sta di fatto che mentre parliamo di questa storia, davanti ai miei occhi scorre la ricostruzione di questa storia come se fosse un film. Fisicamente un film, dato che vedo come personaggi principali della vicenda Massimo Troisi e un attrice italiana che ha il volto molto noto ma della quale proprio non mi viene il nome.
La vicenda è questa: si parla di un paesino da difendere durante gli attacchi tedeschi. Questo paesino, di qualche striminzita provincia siciliana, è famoso per la presenza di alcuni cannoni molto precisi e micidiali.
L'attrice si presenta in paese, di notte, dicendo d'essere un'esperta in bocche da fuoco, mandata da un gruppo di partigiani per cercare di sostenere la difesa del paesino in prossimità di una possibile liberazione dall'invasore tedesco. Troisi (in realtà nel sogno costui ha un altro nome, ma non me lo ricordo), invece è venuto la stessa notte portandosi da solo quattro compatte bocche da fuoco, e i due si sono incontrati in campagna vicino alle mura fortificate. La ragazza spiega il motivo per cui è lì, ma chiede al giovane per quale motivo stia faticando tutta la nottata trascinandosi quei compatti cannoni da almeno una quarantina di chili l'uno, per tutta la campagna notturna.
La risposta di Troisi lascia senza parole: il paese non ha mai avuto nessun cannone a baluardo di difesa. Le immagini rubate dalle spie tedesche durante le notti d'estate sono state di... tronchi d'albero cavi dipinti di scuro e posizionati come cannoni lungo le mura fortificate fuori città. Era una manovra psicologica, ma ora che il pericolo si fa reale, lentamente sono stati fatti arrivare dei pezzi d'artiglieria in bronzo e ferro, compatti ma funzionali.
La scena continua: i due si sono incontrati di notte, ma in realtà non è proprio notte inoltrata (saranno appena le 22, forse le 22:30) per cui i due dopo aver lasciato i cannoni e fatto amicizia, prima di cominciare a montarli, per superare il freddo della sera vanno nella vicina osteria e si fanno lasciare una fiaschetta di vino. La scena successiva vede Troisi che guarda la ragazza mentre posiziona uno dei cannoni lungo la base di un muro come se pesasse un grammo (ma per mezzo di un sistema di corde e contrappesi sapientemente ben fatto, a piena dimostrazione che non solo sa il fatto suo, ma soprattutto che effettivamente è l'esperta di armi che dice d'essere).
Troisi a questo punto l'avverte, con la voce vagamente impastata dall'alcol, che non è sicuro della funzionalità di quei pezzi d'artiglieria: -Il sindaco li ha fatti venire da Messina, e dopo ha ordinato i proiettili, ma al momento non si ricorda manco se c'è una corrispondenza della... oddio... dimensione dell'interno.
Il giovane barcolla un po' mentre la ragazza solleva la fiaschetta e si ingola una robusta dose di vino, prima di rispondere con la voce ancora più impastata: -Il calibro, eh? E allora lo proviamo.
Vedo l'immagine di un piccolo cannone inquadrato dall'alto; un affare a retrocarica di un calibro ampiamente fuori-standard che appare come una sorta di 65mm di bocca per 1500mm di lunghezza volta-culatta.
La giovane inserisce perfettamente nell'imboccatura un affare di metallo colorato di rosso che appare come la via di mezzo fra un proiettile da caccia cal 12 troppo cresciuto e un bossolo da carro armato molto più corto. Si tratta di un monoblocco di metallo (direi: ottone) dipinto di rossiccio minio. Sembra terminare senza la palla, ma quando lo inserisce lo piega verso il basso evidenziando un cilindro a ogiva ficcato dentro la punta del proiettile per farlo a raso con il margine (forse per permettere un più agevole trasporto?) e il colpo si appaia perfettamente alla canna.
L'impressione è che sia per un'arma automatica, ma poi i due danno fondo alla fiaschetta e quindi la ragazza chiude la culatta (è piegata in basso sul cannone, e sembra sostenuta da delle corde) e ci ficca una miccia a lenta combustione.
Troisi la guarda con preoccupazione, e questa accende un fiammifero contro la culatta e ci si butta sulla miccia, che comincia a bruciare malamente.
Si sentono voci tedesche in lontananza, e la giovane mentre la miccia sta bruciando prende il cannone con le mani e, sfruttando il sistema di contrappesi, lo gira in direzione della strada, sulla sinistra e in basso, poi si allontana per raggiungere Troisi e urla: -Tappati le orecchie!
In una scena grottesca vedo il giovane, appoggiato a delle botti di una specie di polveriera, che guarda con soggezione il cannone a una decina di metri avanti a sé, si infila le dita nelle orecchie e, improvvisamente, con una strana sensazione si toglie l'indice destro e lo guarda, poi lo striscia sul coperchio della botticella che ha davanti a sé (quella su cui teneva la mano appoggiata) e lo guarda strabuzzando gli occhi: -Ehi! Ma questa non è polvere da sparo: è polvere d'oro! Ma che diavolo sta succedendo?
La scena ritorna sul balcone, sulla sedia davanti a me appare mio padre, che a quanto pare sino a quel momento è rimasto ad ascoltare la ricostruzione (un po' da parte di tutti) in silenzio, ma che ora all'improvviso con molta convinzione e molta maleducazione comincia a criticare tutti quanti dicendo che nessuno dei fatti raccontati è vero.
Tutti (meno me e Lucky) sembrano rassegnati. Mia madre non c'è (credo sia entrata in casa), ma io improvvisamente mi prendo la situazione di petto: -Piantala!
Mio padre mi guarda con rammarico: -Guarda che non ti devi permettere di interromperm....
Lucky mi passa il maniglione per aprire la tenda del balcone, che punto contro mio padre con stizza praticamente davanti all'occhio destro: -Sei tu che sta interrompendo il mio sogno, e se non sparisci facciamo l'esperimento di vedere se riesco a spaccarti la testa, o se sei impalpabile come un fantasma. Sono io che sto sognando, e non mi pare di averti invitato, sai?
Mi guarda con preoccupazione, allunga una mano per allontanarsi il maniglione dalla faccia, ma subito io annuncio: -Non ci riuscirai neanche volendo: non puoi toccarlo.
Mi sarei aspettato una scena di attraversamento del metallo come un fantasma, invece mio padre ritira indietro la mano come se tenessi un pungolo ad altissima tensione elettrica. Mi giro verso Lucky con espressione interrogativa, ma lui mi rassicura: -Tranquillo, non è manco uno spirito maligno... a malapena sarà un fondo di ricordo di qualcosa.
Quando mi giro di nuovo in direzione opposta, sto tenendo il maniglione puntato a una sedia vuota.
Sbuffo in un sorriso, poi poso quell'affare e annuncio ai ragazzi: -Ok. E ora: che ne dite di una partitina a carte?
Voci di approvazione, ma in mezzo a queste Lucky che zompetta sul tavolo e mi si avvicina: -Sarebbe bello, ma...
Lo interrompo: -Lo so, lo so... cavoli è già ora di svegliarsi, eh? Va bene, va bene...
Gli afferro la testa e gliela arruffo energicamente, poi chiudo gli occhi e mi ritrovo sul letto. La proiezione dell'ora segna 4:57.
Ma sì: aveva ragione Lucky: ieri sera la cena cinese era buona, ma i tre tazzotti di sake caldo ingurgitati coll'antico metodo dei monaci shinto o della yakuza [no, non ve lo spiego, chiedete al vostro amico nipponico di fiducia ((-: ] mi hanno fatto veramente costruire qualcosa di assurdo...
... però quella della spranga di ferro è stato, a parer mio, veramente geniale! ((-:
martedì 12 ottobre 2010
Pirati... del mediterraneo
La goletta beccheggia dolcemente nella più profonda oscurità notturna. Intorno a noi solo mare, il cielo poco stellato e molto nuvoloso. Il primo ufficiale sta governando il timone, il mozzo zompetta sul ponte lentamente fumando una mezza pipa di tabacco e oppio, ed io solo da qualche minuto ho lasciato la mia cabina di poppa per salire e prendere un po' di fresco. Gli uomini, frattanto, sono tutti sottocoperta in frenetiche attività: il primo turno sta andando a dormire, mentre il secondo si sta preparando a tornare all'erta per gestire la notte.
Tutto quanto appare rilassato. Ho seguito con lo sguardo per un po' il mio primo ufficiale, poi mi sono allontanato e seduto sulla parete di margine, lasciando che la piacevole brezza notturna mi rinfrancasse dal terribile caldo estivo di quella mattinata.
-Capitano, intravedo qualcosa dietro di lei...
La voce del primo ufficiale era suonata attenta e preoccupata. Mi voltai dandogli la schiena e strinsi gli occhi per meglio sceverare nell'oscurità di quella notte senza luna, ma poi notai chiaramente i riflessi rossastri delle lampade di quell'imbarcazione lontana, ma non troppo.
-Non mi piace. Non mi piace per niente.
Afferrai da sotto il piantone del timone un cannocchiale, e lo aprii guardando verso nord, in direzione di quelle luci. Fu solo un breve bagliore delle lanterne ad illuminarne il Jolly Roger sul pennone dell'albero maestro, ma bastò per farmi provare un brivido lungo la schiena.
Il mozzo comparve in timoneria, in una nuvola di dolciastro fumo di pipa, guardandoci con espressione tesa.
-Signor Lancardi, suonate la campana: un brigantino pirata si avvicina da nord.
Il marinaio impallidì, fece letteralmente cascare la pipa sul pavimento e si caracollò giù dalle scale afferrando la stoppa del campanaccio che prese a suonare scoordinatamente.
Tutti gli uomini del secondo turno apparvero da sottocoperta ancora impastati di sonno, ma ben pronti ad agire, seguiti da uno sparuto ma efficace gruppo di ragazzi del primo turno.
-Comandante, che succede?
-Una nave pirata non identificata si avvicina da nord. Non sappiamo che intenzioni abbiano, per cui voglio tutti quanti pronti ai posti di difesa.
Il primo ufficiale continuò a tenere il timone con espressione serafica, e quando gli uomini cominciarono a spostarsi verso i cannoni e la polveriera, disse, rivolto a nessuno in particolare: -Adesso abbiamo paura anche dei nostri fratelli?
Lo guardai cercando di mantenere la sua stessa calma: -Siamo pirati, è vero. Ma come noi andiamo alla ricerca di un valido bottino, non è detto che gli altri si accontentino di qualche avventura o invece non preferiscano piuttosto depredare chi ha fatto la maggior fatica a recuperare l'oro e i gioielli. Sai bene che non considero fratelli gli altri pirati.
-E tu sai bene che non è stato sempre così, mio capitano.
Lo guardai con un po' di stizza, poi feci un respiro profondo e riportai l'attenzione con il cannocchiale a nord. Poi indietreggiai lentamente di qualche passo, abbassando il cannocchiale: -No.
Il mozzo e i pochi uomini rimasti sul ponte videro il mio gesto provando quasi terrore.
-Lancardi! Va subito da quell'ubriacone del cannoniere. Digli di ricordarsi di quella maledetta notte di maggio: otto cannoni di babordo pronti a fare fuoco appena li avremo a portata: si affiancheranno a poche decine di metri in qualche minuto! Sbrigati.
Di nuovo il mozzo si caracollò sottocoperta per raggiungere il livello dei cannoni, mentre gli uomini cominciarono a caricare i moschetti e sfoderarono le spade. Con stizza li ripresi tutti: -Mettete immediatamente via le armi, e le spade. Molti di voi ricordano quella maledetta notte, e chi non lo sapesse, non discuta: via tutto quanto.
Sei o sette uomini posarono i fucili scoppiando a ridere rocamente, mentre altri due o tre li guardarono tenendo le sciabole sguainate, con espressione interrogativa.
-Avete sentito il capitano: via tutte le armi. Fidatevi del nostro comandante, sa quello che sta facendo.
Al piano dei cannoni giunse il mozzo, che subito si rivolse al cannoniere: -Il capitano ha ordinato di preparare almeno otto cannoni a babordo per...
Il cannoniere lo interruppe, gridando per sovrastare il clamore degli uomini che si stavano avvicendando intorno alle micidiali bocche di fuoco: -La notte di maggio è arrivata, stavolta in ottobre, eh? Me lo aspettavo... Uomini! La prima fila di babordo: mezza carica e togliete le palle.
Improvvisamente il clamore si interruppe, e il silenzio per qualche istante apparve persino palpabile. Il mozzo riprese la parola: -Ma hai sentito quello che ti ho appena detto?
-E tu hai sentito che cosa ho appena ordinato? Mezza carica sugli otto centrali di babordo e togliete le palle. Solo polvere. Non dobbiamo discutere gli ordini del capitano, mezza spugna della malora!
Lancardi, con un'espressione di vivo stupore uscì per tornare in coperta, mentre gli uomini, mogi mogi, caricavano i cannoni con metà polvere e toglievano dalle bocche le palle di ferro e granito. Raggiunse il posto di comando e si avvicinò al capitano, mentre la vedetta, con voce impastata gridò verso il basso: -Il vascello del capitano Anaridio ci affiancherà in meno di un minuto, capitano.
-Signor capitano, non so che cosa si sia messo in testa quel fumato di Soriano, ma ha detto che...
-Che gli ordini vanno rispettati- lo interruppi -senza discuterli. Otto cannoni a mezza carica senza palla. Non ti avevo detto di ricordargli di maggio?
Sorrisi a mezza bocca, poi gli poggiai una mano sulla spalla lercia.
-Tranquillo, Lancardi. Grizzly sa benissimo quello che sta facendo.- il primo ufficiale non riuscì a trasmettere la calma al mozzo, eppure questi cominciò ad osservarlo mentre continuava a tenere il timone come se niente fosse.
Mentre ormai le luci del brigantino nemico illuminavano tratti del nostro stesso vascello, raggiunsi la mia cabina sotto la timoneria. Otto colpi secchi in sequenza, palesemente smorzati, risuonarono nel silenzio della notte, illuminando spettralmente con lampi giallo-rossastri il buio mare notturno.
Dopo alcuni secondi giunse la risposta: tre colpi di moschetteria, anch'essi smorzati e con delle fiammate dirette decisamente verso l'acqua piuttosto che verso la nave nemica poco accanto.
Un urlo squarciò la notte: -Maledetto Grizzly, questa volta ti è andata bene: questi inutili moschetti spagnoli si sono inceppati.
Mi affacciai dalla finestra di poppa mentre ormai la prua del capitano Anaridio stava scomparendo nel buio alle nostre spalle, e gridai anche io: -Quei balordi dei miei uomini hanno fatto bagnare la polvere, pensi forse che sia fortuna la nostra? Non ci sarà un'altra volta, vecchio bucaniere!
Un paio di risate roche si spensero nel buio delle rispettive imbarcazioni.
Trascorsero diversi minuti, poi due picchiate secche sulla porta della mia cabina mi riportarono a girare indietro e chiudere la finestra: -Venite avanti.
Il mozzo Lancardi, vistosamente sudato, rimase sulla porta.
-Entra, buon uomo. E chiudi la porta.
Fece altri due passi e si tirò la porta dietro la schiena guardandomi con grandissima preoccupazione. Mi alzai lentamente e gli porsi una sedia: -Siedi, ti ascolto.
-Capitano, io non capisco...
-Lancardi, quanto tempo è che servi con onore la mia ciurma di esaltati?
-Ehm, tre anni, mio signore.
-Esatto. Tre anni. Tu sei uno di quegli uomini che non era con me, quella maledetta notte di maggio di quattro anni fa. Ma stai felice: il debito di Anaridio è stato saldato, ora più nulla potrà distoglierci dalle nostre razzie.
-Debito, mio signore?
Mi sedetti anche io, poi con molta calma estrassi dalla bisaccia alla cintura un po' di tabacco sgualcito e mi rollai una sigaretta con un pezzo di carta bisunta.
-Quattro anni fa, una notte di maggio, una notte senza luna come questa, buia...
Accesi un fiammifero rompendo il buio della cabina, appena interrotto da un mozzicone di candela in una lanterna sul tavolo. Me lo portai alla sigaretta e ne aspirai molto fumo.
-Anaridio aveva attaccato l'Isola di Flori. Era un nostro obiettivo, ossia, anche un nostro obiettivo, ma due giorni di maledetta bonaccia sulla rotta sbagliata ci avevano fatto perdere molto tempo prezioso: quel capitano meno assennato aveva preso una rotta più lunga, per evitare la bonaccia. Di un giorno più lunga, ma sempre un giorno di bonaccia in meno di noi: di quel solo giorno ci siamo mancati. Ma c'è un problema. La settimana prima ci eravamo incontrati al porto di Rowana. E allora girava la voce che quel pazzo voleva assaltare l'isola di Flori, ma soprattutto girava la voce che qualcuno della Marina di sua Maestà aveva infiltrato un uomo di fiducia per mettergli i bastoni tra le ruote. Già, girava voce: era l'unico argomento di discussione dopo che quel pazzo era uscito dall'osteria col suo primo ufficiale, entrambi cotti dal grog... Quello che non avrebbe mai immaginato nessuno era che razza di bastoni gli avrebbe messo quello sporco traditore.
-Cosa era successo?
-Il peggio del peggio. Ricordiamo tutti quanti il nostro arrivo, in quella tremenda notte. Le scialuppe di Anaridio si stavano riavvicinando alla loro nave. Ormai buona parte del bottino (e degli uomini) erano saliti a bordo, e stavano per cominciare a festeggiare. Avremmo dovuto raccogliere solo un pugno di mosche, quando lo vedemmo tutti quanti. Un bagliore, giallo. Non era fuoco, o almeno, non il fuoco che ci aspettavamo. No. Era una miccia. Una miccia accesa sopra la polveriera del vascello di Anaridio.
Feci un gesto nervoso con le spalle, poi aspirai un altro po' di fumo dalla sigaretta stentata che stringevo fra le dita, e continuai: -Quel bastardo del suo mozzo si era venduto per poche monete d'oro, e naturalmente con quelle monete s'era comprato un paio di bottiglie di rum. Era così ubriaco che non guardò neppure la misura della miccia, e sebbene avrebbe dovuto aspettare che salisse il capitano e trovare una scusa per gettarsi in acqua, di nascosto, fece tutto in coperta. Quel topo di fogna si fece saltare in aria con tutta la barcaccia di quel filibustiere. Lui, il tesoro, gli uomini della ciurma, per un soffio anche il capitano stesso, che impotente vide il suo vanto e i suoi uomini distrutti dalla polvere. Non so che cosa pensammo quella notte. Ce l'avevamo con quella ciurma, in fondo. Erano riusciti dove noi avevamo fallito, forse non meritavano quello che abbiamo fatto. Ma il mare ha un codice d'onore, che tutti noi dobbiamo rispettare. Quella notte raccogliemmo i feriti. Quella notte soccorremmo i superstiti, e quella notte piangemmo i morti, tutti quanti, tutti assieme. Perché i morti non hanno colore, e il mare li accoglie tutti quanti...
L'ultima immagine che avevo davanti agli occhi di quella terribile notte di maggio svanì, per farmi tornare a guardare il mozzo, con gli occhi palesemente lucidi. Si riscosse, e concluse: -Aveva ragione, capitano: la polvere si è bagnata e non siamo riusciti a colpire la nave nemica, ma non abbia timore: non ci sarà di nuovo uno sbaglio del genere!
Uscì dalla porta a passo svelto, tirando su palesemente col naso. Il rumore della porta che sbatteva mi riscosse.
Mi sono svegliato, ho guardato la proiezione dell'ora: le 4:55 circa. Ho sentito sul torace la calda sensazione di Lucky, mentre alle orecchie mi giungeva il rumore della pioggia.
-Lucky, senti un po': io capisco che tu dormi con me quando piove perché mi dici di aver paura del temporale, e dei tuoni. E a me questo dispiace, per cui sono favorevole a coccolarti e rassicurarti mentre ci addormentiamo, ma non possiamo fare che ogni volta che dormi con me mi fai fare sogni del genere... Io sono ancora un tecnico informatico, mica posso diventare uno sceneggiatore!
Gli ho dato un buffetto sul muso, poi ho ripreso: -Anzi no, continua così che mi diverto sempre un mondo!!! ((((((-:
Tutto quanto appare rilassato. Ho seguito con lo sguardo per un po' il mio primo ufficiale, poi mi sono allontanato e seduto sulla parete di margine, lasciando che la piacevole brezza notturna mi rinfrancasse dal terribile caldo estivo di quella mattinata.
-Capitano, intravedo qualcosa dietro di lei...
La voce del primo ufficiale era suonata attenta e preoccupata. Mi voltai dandogli la schiena e strinsi gli occhi per meglio sceverare nell'oscurità di quella notte senza luna, ma poi notai chiaramente i riflessi rossastri delle lampade di quell'imbarcazione lontana, ma non troppo.
-Non mi piace. Non mi piace per niente.
Afferrai da sotto il piantone del timone un cannocchiale, e lo aprii guardando verso nord, in direzione di quelle luci. Fu solo un breve bagliore delle lanterne ad illuminarne il Jolly Roger sul pennone dell'albero maestro, ma bastò per farmi provare un brivido lungo la schiena.
Il mozzo comparve in timoneria, in una nuvola di dolciastro fumo di pipa, guardandoci con espressione tesa.
-Signor Lancardi, suonate la campana: un brigantino pirata si avvicina da nord.
Il marinaio impallidì, fece letteralmente cascare la pipa sul pavimento e si caracollò giù dalle scale afferrando la stoppa del campanaccio che prese a suonare scoordinatamente.
Tutti gli uomini del secondo turno apparvero da sottocoperta ancora impastati di sonno, ma ben pronti ad agire, seguiti da uno sparuto ma efficace gruppo di ragazzi del primo turno.
-Comandante, che succede?
-Una nave pirata non identificata si avvicina da nord. Non sappiamo che intenzioni abbiano, per cui voglio tutti quanti pronti ai posti di difesa.
Il primo ufficiale continuò a tenere il timone con espressione serafica, e quando gli uomini cominciarono a spostarsi verso i cannoni e la polveriera, disse, rivolto a nessuno in particolare: -Adesso abbiamo paura anche dei nostri fratelli?
Lo guardai cercando di mantenere la sua stessa calma: -Siamo pirati, è vero. Ma come noi andiamo alla ricerca di un valido bottino, non è detto che gli altri si accontentino di qualche avventura o invece non preferiscano piuttosto depredare chi ha fatto la maggior fatica a recuperare l'oro e i gioielli. Sai bene che non considero fratelli gli altri pirati.
-E tu sai bene che non è stato sempre così, mio capitano.
Lo guardai con un po' di stizza, poi feci un respiro profondo e riportai l'attenzione con il cannocchiale a nord. Poi indietreggiai lentamente di qualche passo, abbassando il cannocchiale: -No.
Il mozzo e i pochi uomini rimasti sul ponte videro il mio gesto provando quasi terrore.
-Lancardi! Va subito da quell'ubriacone del cannoniere. Digli di ricordarsi di quella maledetta notte di maggio: otto cannoni di babordo pronti a fare fuoco appena li avremo a portata: si affiancheranno a poche decine di metri in qualche minuto! Sbrigati.
Di nuovo il mozzo si caracollò sottocoperta per raggiungere il livello dei cannoni, mentre gli uomini cominciarono a caricare i moschetti e sfoderarono le spade. Con stizza li ripresi tutti: -Mettete immediatamente via le armi, e le spade. Molti di voi ricordano quella maledetta notte, e chi non lo sapesse, non discuta: via tutto quanto.
Sei o sette uomini posarono i fucili scoppiando a ridere rocamente, mentre altri due o tre li guardarono tenendo le sciabole sguainate, con espressione interrogativa.
-Avete sentito il capitano: via tutte le armi. Fidatevi del nostro comandante, sa quello che sta facendo.
Al piano dei cannoni giunse il mozzo, che subito si rivolse al cannoniere: -Il capitano ha ordinato di preparare almeno otto cannoni a babordo per...
Il cannoniere lo interruppe, gridando per sovrastare il clamore degli uomini che si stavano avvicendando intorno alle micidiali bocche di fuoco: -La notte di maggio è arrivata, stavolta in ottobre, eh? Me lo aspettavo... Uomini! La prima fila di babordo: mezza carica e togliete le palle.
Improvvisamente il clamore si interruppe, e il silenzio per qualche istante apparve persino palpabile. Il mozzo riprese la parola: -Ma hai sentito quello che ti ho appena detto?
-E tu hai sentito che cosa ho appena ordinato? Mezza carica sugli otto centrali di babordo e togliete le palle. Solo polvere. Non dobbiamo discutere gli ordini del capitano, mezza spugna della malora!
Lancardi, con un'espressione di vivo stupore uscì per tornare in coperta, mentre gli uomini, mogi mogi, caricavano i cannoni con metà polvere e toglievano dalle bocche le palle di ferro e granito. Raggiunse il posto di comando e si avvicinò al capitano, mentre la vedetta, con voce impastata gridò verso il basso: -Il vascello del capitano Anaridio ci affiancherà in meno di un minuto, capitano.
-Signor capitano, non so che cosa si sia messo in testa quel fumato di Soriano, ma ha detto che...
-Che gli ordini vanno rispettati- lo interruppi -senza discuterli. Otto cannoni a mezza carica senza palla. Non ti avevo detto di ricordargli di maggio?
Sorrisi a mezza bocca, poi gli poggiai una mano sulla spalla lercia.
-Tranquillo, Lancardi. Grizzly sa benissimo quello che sta facendo.- il primo ufficiale non riuscì a trasmettere la calma al mozzo, eppure questi cominciò ad osservarlo mentre continuava a tenere il timone come se niente fosse.
Mentre ormai le luci del brigantino nemico illuminavano tratti del nostro stesso vascello, raggiunsi la mia cabina sotto la timoneria. Otto colpi secchi in sequenza, palesemente smorzati, risuonarono nel silenzio della notte, illuminando spettralmente con lampi giallo-rossastri il buio mare notturno.
Dopo alcuni secondi giunse la risposta: tre colpi di moschetteria, anch'essi smorzati e con delle fiammate dirette decisamente verso l'acqua piuttosto che verso la nave nemica poco accanto.
Un urlo squarciò la notte: -Maledetto Grizzly, questa volta ti è andata bene: questi inutili moschetti spagnoli si sono inceppati.
Mi affacciai dalla finestra di poppa mentre ormai la prua del capitano Anaridio stava scomparendo nel buio alle nostre spalle, e gridai anche io: -Quei balordi dei miei uomini hanno fatto bagnare la polvere, pensi forse che sia fortuna la nostra? Non ci sarà un'altra volta, vecchio bucaniere!
Un paio di risate roche si spensero nel buio delle rispettive imbarcazioni.
Trascorsero diversi minuti, poi due picchiate secche sulla porta della mia cabina mi riportarono a girare indietro e chiudere la finestra: -Venite avanti.
Il mozzo Lancardi, vistosamente sudato, rimase sulla porta.
-Entra, buon uomo. E chiudi la porta.
Fece altri due passi e si tirò la porta dietro la schiena guardandomi con grandissima preoccupazione. Mi alzai lentamente e gli porsi una sedia: -Siedi, ti ascolto.
-Capitano, io non capisco...
-Lancardi, quanto tempo è che servi con onore la mia ciurma di esaltati?
-Ehm, tre anni, mio signore.
-Esatto. Tre anni. Tu sei uno di quegli uomini che non era con me, quella maledetta notte di maggio di quattro anni fa. Ma stai felice: il debito di Anaridio è stato saldato, ora più nulla potrà distoglierci dalle nostre razzie.
-Debito, mio signore?
Mi sedetti anche io, poi con molta calma estrassi dalla bisaccia alla cintura un po' di tabacco sgualcito e mi rollai una sigaretta con un pezzo di carta bisunta.
-Quattro anni fa, una notte di maggio, una notte senza luna come questa, buia...
Accesi un fiammifero rompendo il buio della cabina, appena interrotto da un mozzicone di candela in una lanterna sul tavolo. Me lo portai alla sigaretta e ne aspirai molto fumo.
-Anaridio aveva attaccato l'Isola di Flori. Era un nostro obiettivo, ossia, anche un nostro obiettivo, ma due giorni di maledetta bonaccia sulla rotta sbagliata ci avevano fatto perdere molto tempo prezioso: quel capitano meno assennato aveva preso una rotta più lunga, per evitare la bonaccia. Di un giorno più lunga, ma sempre un giorno di bonaccia in meno di noi: di quel solo giorno ci siamo mancati. Ma c'è un problema. La settimana prima ci eravamo incontrati al porto di Rowana. E allora girava la voce che quel pazzo voleva assaltare l'isola di Flori, ma soprattutto girava la voce che qualcuno della Marina di sua Maestà aveva infiltrato un uomo di fiducia per mettergli i bastoni tra le ruote. Già, girava voce: era l'unico argomento di discussione dopo che quel pazzo era uscito dall'osteria col suo primo ufficiale, entrambi cotti dal grog... Quello che non avrebbe mai immaginato nessuno era che razza di bastoni gli avrebbe messo quello sporco traditore.
-Cosa era successo?
-Il peggio del peggio. Ricordiamo tutti quanti il nostro arrivo, in quella tremenda notte. Le scialuppe di Anaridio si stavano riavvicinando alla loro nave. Ormai buona parte del bottino (e degli uomini) erano saliti a bordo, e stavano per cominciare a festeggiare. Avremmo dovuto raccogliere solo un pugno di mosche, quando lo vedemmo tutti quanti. Un bagliore, giallo. Non era fuoco, o almeno, non il fuoco che ci aspettavamo. No. Era una miccia. Una miccia accesa sopra la polveriera del vascello di Anaridio.
Feci un gesto nervoso con le spalle, poi aspirai un altro po' di fumo dalla sigaretta stentata che stringevo fra le dita, e continuai: -Quel bastardo del suo mozzo si era venduto per poche monete d'oro, e naturalmente con quelle monete s'era comprato un paio di bottiglie di rum. Era così ubriaco che non guardò neppure la misura della miccia, e sebbene avrebbe dovuto aspettare che salisse il capitano e trovare una scusa per gettarsi in acqua, di nascosto, fece tutto in coperta. Quel topo di fogna si fece saltare in aria con tutta la barcaccia di quel filibustiere. Lui, il tesoro, gli uomini della ciurma, per un soffio anche il capitano stesso, che impotente vide il suo vanto e i suoi uomini distrutti dalla polvere. Non so che cosa pensammo quella notte. Ce l'avevamo con quella ciurma, in fondo. Erano riusciti dove noi avevamo fallito, forse non meritavano quello che abbiamo fatto. Ma il mare ha un codice d'onore, che tutti noi dobbiamo rispettare. Quella notte raccogliemmo i feriti. Quella notte soccorremmo i superstiti, e quella notte piangemmo i morti, tutti quanti, tutti assieme. Perché i morti non hanno colore, e il mare li accoglie tutti quanti...
L'ultima immagine che avevo davanti agli occhi di quella terribile notte di maggio svanì, per farmi tornare a guardare il mozzo, con gli occhi palesemente lucidi. Si riscosse, e concluse: -Aveva ragione, capitano: la polvere si è bagnata e non siamo riusciti a colpire la nave nemica, ma non abbia timore: non ci sarà di nuovo uno sbaglio del genere!
Uscì dalla porta a passo svelto, tirando su palesemente col naso. Il rumore della porta che sbatteva mi riscosse.
Mi sono svegliato, ho guardato la proiezione dell'ora: le 4:55 circa. Ho sentito sul torace la calda sensazione di Lucky, mentre alle orecchie mi giungeva il rumore della pioggia.
-Lucky, senti un po': io capisco che tu dormi con me quando piove perché mi dici di aver paura del temporale, e dei tuoni. E a me questo dispiace, per cui sono favorevole a coccolarti e rassicurarti mentre ci addormentiamo, ma non possiamo fare che ogni volta che dormi con me mi fai fare sogni del genere... Io sono ancora un tecnico informatico, mica posso diventare uno sceneggiatore!
Gli ho dato un buffetto sul muso, poi ho ripreso: -Anzi no, continua così che mi diverto sempre un mondo!!! ((((((-:
